Se, per ragioni di salute, ritenete necessario astenervi per un po’ dalla tragica incongruità della guerra numero Uno, quella che sta cronicizzando le angosce dell’occidente, e le nostre personali, nelle vacue metafore delle montagne afgane, sfogliate i giornali addentrandovi nelle pagine interne: potete sempre volgere le vostre cure più rilassate alla guerra numero Due, alla numero Tre, alla Quattro; in questi giorni le guerre minori si danno via come il pane.
Trastulliamoci un poco con la guerra numero Quattro. Si svolge, come altre non meno tragiche, in casa nostra e vede in durissima lotta i principi della Destra contro i principi della Sinistra, schierati per l’ultima battaglia sul campo della Radiotelevisione di Stato. Ne siete informati? Si? Il consiglio di amministrazione, esito del passato centrosinistra, difende con le unghie e con i denti i principi della pubblica libera comunicazione, e l’esistenza stessa dell’azienda, oltreché di se stesso, sotto i colpi demolitori del governo. Sta vincendo la destra, stravincerà fra quattro mesi, non più tardi. Se c’è una cosa che distingue questo governo dal precedente è che le cose le fa, le fa davvero. A mio gusto fa perlopiù le cose peggiori, ma le fa; guerra o non guerra, antrace o non antrace: tanto di cappello. Questo paese tra un anno, assai prima che su Kabul regni giustizia, sarà un paese radicalmente rifatto. Non regnerà forse giustizia, equità e solidarietà, ma qualcosa regnerà senza meno. Se ne vede già il livido albeggiare e spero ardentemente che il Paese si possa godere il suo pieno mezzogiorno: questo Paese e io stesso abbiamo bisogno di una bella ripassata di dura e cruda realtà per tornare ad esercitare il pensiero e smetterla di trastullarci con gli optionals.
Ma torniamo alla guerra della RAI. Vincerà la destra e vincerà il peggiore. Vincerà un modo di pensare e praticare il servizio di informazione, cultura e svago pubblici aberrante e insultante per l’intelligenza e la sensibilità dei cittadini. Non voglio nemmeno sfiorare il conflitto di interessi, quella è roba di un altro mondo, questione marziana, penso allo specifico culturale e politico. Lo dico essendo arrivato alla certezza che al confronto del ministro al ramo Gasparri, e del personale politico al seguito, il fu camerata Pavolini, è stato un gigante intellettuale, uomo di una cultura e di un’intelligenza sopraffine, e il suo Ministero della Cultura Popolare un posto niente male di confronto intellettuale. È esattamente quello che penso e credo.
Ma così come molte altre guerre, anche questa cova in sé un’ulteriore tragedia: andasse diversamente, non sarebbe per questo il bene a vincere contro il male, né i buoni ad aver ragione dei cattivi. Sarebbe semplicemente una questione tra peggio e meno peggio. È bene farsene una ragione di questo, che la sinistra ha consegnato alla destra un frutto già fradicio. È da un pezzo che il servizio Radiotelevisivo pubblico non è per me motivo di orgoglio e consolazione, strumento di conoscenza e ricreazione come per molti milioni di cittadini europei più fortunati. È da un pezzo che non ho più un televisore; non è questione di principio: semplicemente non saprei di che farmene. Mi piace sapere le cose del mondo e mi piace divertirmi con intelligenza –almeno con quella che ho-. Mi piace formarmi opinioni con il massimo delle informazioni possibili e amo godermi spettacoli di cultura, di invenzione e documentaria. Avrei questo accendendo il televisore e accedendo alle reti pubbliche? Ne avrei abbastanza di questo per pagare con piacere il canone di abbonamento?
E non è tutto. Ho avuto l’onore di conoscere un poco la RAI. Ci ho lavorato, ne ho ricavato reddito, ci ho vissuto per sei mesi al tempo del governo di centro sinistra dentro la rete più a sinistra. Per scoprire che i luoghi comuni più triti e disperanti sono la sua realtà ed essenza. Per vedere quanto segue. Che, proprio come nelle vecchie storielle, la lottizzazione politica e politico parentale regna sovrana e ineludibile. Che per questa ragione un lottizzato non è detto che sia in grado di svolgere alcuna mansione produttiva, ragion per cui fantasmi stipendiati vagolano per i corridoi o giacciono assopiti nelle stanze generazione dopo generazione; ed è il male minore, perché se facessero qualcosa sarebbero solo danni. Che l’intelligenza e le capacità professionali non sono viste di buon occhio dalla dirigenza, mentre la stupidità supina e la determinazione vorace sono sommamente apprezzate. Un’idea intelligente non è mai una buona idea in base all’aureo principio che il prodotto televisivo deve essere confezionato su misura della media stupidità del pubblico. Sappiate questo teleutenti, che l’emittente pubblica produce programmi stupidi nella convinzione che siete stupidi, che desideriate cose stupide ed evasive. Desiderate evadere dalla realtà perché siete troppo stupidi e primordiali per affrontarla con qualche possibilità di successo. Questo è quello che pensano i difensori dei principi del pubblico servizio oggi minacciato e minacciati.
E nemmeno questo è tutto. Ho condotto un programma culturale, un raro programma dignitoso; uno di quelli, appunto, che vanno in onda negli orari in cui la gente ha da fare ben altro che accendere la televisione. Era un programma di storia documentale dell’Italia dal dopoguerra a oggi. La redazione era composta di gente capace e meno capace, utile e inutile, in proporzioni più vantaggiose della media. C’era anche il commissario politico. Si, l’addetto alla correttezza politica, all’osservanza e alla censura. Il programma è andato in onda per sei mesi, durante tutta la guerra del Kossovo. Ne ho parlato una sola volta di quella guerra ma nessun telespettatore avrebbe potuto accorgersene: quel pezzo è stato censurato. Non commentavo, non davo opinioni personali, fornivo documenti e tra questi uno giudicato da commissario e dirigenti improponibile: l’articolo 11 della Costituzione Italiana. Il motivo dell’improponibilità è stato il seguente: questo articolo della Costituzione è di difficile interpretazione e non è bene che sia proposto al pubblico in un momento di confusione e di dubbi. L’articolo 11 recita testualmente: L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Naturalmente i cittadini hanno il diritto di non essere d’accordo con questo articolo,di discuterlo e, volendo, modificarlo, ma tutti, nessuno escluso, hanno il dovere di capire il semplice, chiaro concetto che esprime in corretto italiano. Questo è quello che penso io. Quello che pensano gli eroi di questi giorni sotto proditorio attacco è che la Costituzione Italiana, la Sacra Carta del Paese, è pericolosamente esplicita e che i cittadini, oltreché stupidi, non devono essere disturbati nella loro stupidità con esplicite scene di Costituzione. Esattamente quello che pensano, e si apprestano a mettere in pratica, i loro avversari.
Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani (Castelnuovo Magra, La Spezia, 1951) con Feltrinelli ha pubblicato: Vi ho già tutti sognato una volta (1990), Felice alla guerra (1992), màuri màuri (1989, e poi 1996), Il coraggio del pettirosso (1995; premi Viareggio Rèpaci e Campiello 1995), La regina disadorna (1998; premi Alassio e Stresa per la Narrativa 1999), È stata una vertigine (2002; premio letterario Scrivere per amore 2003), Il viaggiatore notturno (2005; premi Ernest Hemingway, Parco della Maiella e Strega), Mi sono perso a Genova. Una guida (2007), il cd con libro Storia della meraviglia. 12 canzoni e 3 monologhi (con Gian Piero Alloisio; 2008), Meccanica celeste (2010), I figli della Repubblica. Un’invettiva (2014), Il Romanzo della Nazione (2015; Premio Elsa Morante 2015; Premio Anthia 2016), La zecca e la rosa (2016), L’amore (2018) e, nella collana digitale Zoom, Zafferano (2011).

 

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