Il feticcio dell' orientalismo è, al femminile, un costume da danzatrice del ventre; al maschile, un narghilè. Solo il "calumet senza pace" dà al viaggiatore la sensazione di essere finalmente arrivato a oriente. I giornalisti occidentali che realizzano vividi "reportage in presa diretta" sulla "rabbia araba" li ambientano inevitabilmente in caffè dove gli avventori maledicono Bush tra una boccata di fumo e l' altra. Astuti commercianti hanno capito che la faccenda tira e aprono "shisha bar" (shisha è il nome locale del narghilè) nelle metropoli d' occidente. Si scrivono dotti libri sulle dibattute origini e la storia dell' oggetto. Questa non è una trattazione dottrinale dell' argomento, ma la dimostrazione che il narghilè può essere, anche: strumento di consolazione, depistaggio, peccato, forma di emancipazione, cavallo di Troia, moda globale.

Quando tutto va in fumo
Una mattina di maggio del 2004 scattò una delle tante "Operazioni arcobaleno". Scopo della colorata missione era, nella circostanza, radere al suolo case occupate da palestinesi nella località chiamata Rafah. Vedendo avanzare i bulldozer la famiglia del giovane architetto Manal Nawad, composta da diciotto elementi, si allontanò in tutta fretta. Ultima venne la nonna ottantacinquenne, rallentata dall' età e dalla consapevolezza: già due volte gli israeliani le avevano distrutto l' abitazione. Una sorella di Nawal rischiò la vita attardandosi nel tentativo di prendere e portare con sé un tavolino da caffé che aveva personalmente disegnato. Quando restarono solo macerie, Nawal si avvicinò per rovistare. Tutto sembrava cancellato. Poi trovò, miracolosamente intatto, il narghilè che aveva portato in dono dalla Tunisia a suo fratello. Distrutte le pietre, sopravviveva il vetro. Lo alzò trionfalmente e, nella sera che calava, lo fumò in circolo con la famiglia, seduta davanti alla rovina, inebriata dalla rovina.

Sulle ceneri di Sadat
Il 6 ottobre 1981 si svolgeva, come di consueto, la parata dell' esercito egiziano. La circostanza non parve carica di interesse giornalistico per Paul Schleiffer, allora capo dell' ufficio di corispondenza del network americano Nbc al Cairo. Nato a Brooklyn , di origini ebree e con trascorsi di fumatore "eclettico" , Schleiffer ordinò al montatore di cucinare immagini d' archivio, scrisse un breve testo "sempreverde" e andò in un caffè attaccandosi all' amata shisha. La telefonata da New York lo distolse a fatica. Alla redazione centrale il servizio arrivato pareva contenere una lacuna. ‟Che vi aspettavate da una parata?”, chiese Schleiffer. ‟Noi niente - risposero - Ma pare che mentre sfilavano abbiano ammazzato Sadat”. Viene raccontato come il più grande "buco" della storia del giornalismo. Eppure Schleiffer ora giornalismo lo insegna, all' Università americana del Cairo. E all' epoca si era già convertito all' Islam. E andava a pregare nella moschea della famiglia Zawahiri, quella del dottor Ayman, braccio destro di bin Laden, arrestato per l' omicidio di Sadat e portavoce degli attentatori al processo. Schleiffer ora è una sorta di sceicco sufi e vive tra il Cairo e la sua villa a Fayoum. Attorno a lui, una cortina di fumo.

Una fatwa, inevitabilmente
Correva l' anno 1890. Lo scià di Persia Naser Al Dim, per riempirsi i forzieri decise di concedere il monopolio del tabacco a un imprenditore britannico. Ai religiosi musulmani l' interferenza dello straniero non andava, già allora, a genio. Si appellarono allora all' ayatollah Mirza Shirazi, cui spettava il titolo di "fonte di imitazione". Prevedibilmente, questi stabilì che il fumo era "haram", peccato, perché, benché al tempo di Maometto non esistesse, il Corano ingiungeva di astenersi da tutto quel che nuoce alla salute (presupposto sul quale, un secolo più tardi Muhammad Abdel Ghaffar Al Afghani avrebbe stabilito che i danni prodotti dal fumo sono 99, come i nomi di Dio). Scomparvero quindi dalla Persia migliaia di narghilé. Fu un boicottaggio d' epoca, ma più efficace di quello a Mc Donald' s. Il britannico, sull' orlo del fallimento, restituì la licenza e immediatamente i clerici emisero una contro-fatwa che ridava legittimità al narghilè. Sempre in Iran, nella città di Qom, un nuovo editto religioso lo ha bandito il 15 settembre del 2003. Curiosamente portava la firma dell' ayatolah Nasser Shirazi, pronipote di quello che fu, a tutti gli effetti "fonte di imitazione".

Ma le donne possono?
Nei quadri di Jean-Leon Gerome Ferris accade spesso che una donna con gesto allusivo accosti le labbra al narghilè. Almeno tre volte: La pennichella (esposto a New York nel 1884), Giovane con narghilè e Donna che si accende il narghilè. Quest' ultima appare nuda, guardata da lontano da stupite femmine velate. All' osservatore di fine secolo poteva dunque apparire che questa attività fosse non solo declinabile al femminile, ma preludio ad atti di altra natura. Non esattamente. Quando, e siamo nel maggio del 2003, Ahmed Jubarah, terrorista per conto di Fatah, fu rilasciato dopo aver scontato ventotto anni di carcere per un attentato a mezzo frigorifero bomba (tredici vittime a Gerusalemme), il quotidiano inglese The Guardian lo intervistò. Alla domanda: ‟Che cosa le è sembrato cambiato in questi anni?”, rispose: ‟I giovani sono più liberi. Ho visto addirittura donne fumare il narghilè. Non so se è un bene o un male”. In effetti per misurare il grado di liberalizzazione di una società araba basterebbe considerare dove le donne possono fumare il narghilè: in Libano, in piazza: in Egitto, in sale separate; in Arabia Saudita, in cantina, quando nessun uomo è in casa.

”Portatelo a Washington”
Il narghilè è motivo non solo di aspirazione, ma anche di ispirazione. Ne trassero Gustave Flaubert, Pieere Loti e perfino Honore de Balzac che pure non amava il tabacco. Lewis Carroll in Alice nel paese delle meraviglie piazza un bruco blu seduto su un fungo, tutto intento a fumarsi la sua pipa ad acqua. Insuperabile resta la funzione del narghilè nel romanzo di Naguib Mahfouz Alla deriva sul Nilo, per il quale rischiò la prigione. Racconta la decadenza di un gruppo di "intellettuali" egiziani: un regista, un giornalista, un politico si ritrovano in una casa galleggiante sul fiume, portando amanti e discutendo cinicamente di una realtà di cui non annusano la svolta tragica. Un impiegato statale attratto nella loro rete, il signor Hassin, procura la droga da immettere nella shisha che si passano mentre farfugliano. Ne fu tratto un film che, visto oggi, appare visionario e irripetibile. In una delle scene migliori una donna chiede agli "intellettuali": ‟Quando finirà la guerra in Medio Oriente?”. Il giornalista risponde: ‟Quando lo scriveremo”. Il regista propone: ‟Dovremmo mandare il signor Hassin alla Casa Bianca con un narghilè, così si fanno una bella fumata, vanno fuori di testa e cominciano finalmente a ragionare”.

La conquista del mondo
Poi arriva la globalizzazione e globalizza anche il narghilè. Nell' estate del ' 99 Murad Askar era uno studente mandato dal padre a laurearsi in California, rientrato in Egitto per le vacanze. Come souvenir decise di portare agli amici qualche narghilè. Quando vide come ci davano dentro pensò che forse poteva farci un affare. Ora è l' amministratore delegato di "Hookah Brothers", società che spedisce narghilè in 47 stati americani, Sud Africa e Corea. Anche l' assemblaggio dello strumento è globalizzato. Il contenitore di vetro viene dall' Egitto, ma il piattino metallico è "made in China" e il tubo per aspirare è prodotto in Messico. Il carbone arriva dalla Giordania, il tabacco dal Bahrain. L' esito finale è che una fumata da venticinque centesimi al Cairo costa a New York venti dollari. Ma la richiesta aumenta. Un giovane libanese, Ihab Gandhour, si prepara a lanciare in tutto il mondo "lo Starbucks" del narghilè, una catena di "Shisha Bar" tutti uguali, gestibili in franchising. Sarà un' invasione, coperta da una cortina di fumo.
Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli (Bologna, 1960) è giornalista e scrittore. Fra le sue opere: Navi in bottiglia (Mondadori, 1993), Louisiana blues (Feltrinelli, 2001), L’artista (Feltrinelli, 2004), Non ci sono santi (Mondadori, 2006), Un tuffo nella luce (Mondadori, 2010), Domanda di grazia (Mondadori, 2014) e Solo bagaglio a mano (Feltrinelli, 2015), Coraggio! (Feltrinelli, 2016) e Senza fine. La meraviglia dell'ultimo amore (2018).

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