Ci spiaccicano su grafici ormai da settimane, chi di dovere non se ne capacita o se ne fa una ragione, e l’uno e l’altro proclamano qualcosa in merito un giorno via l’altro, noi ne soffriamo ormai da un bel pezzo in perfetto silenzio. Il tema è: ma questo Paese è un Paese ricco o un Paese povero?
Da come la vedo io è un Paese miserabile, un Paese di miserabile ricchezza e di miserabile povertà. Un Paese di miseria dove è sempre più difficile trovare tracce di nobiltà. Un Paese dove, facendo i conti in base al semplice principio di ragionevolezza, quello che dovrebbe costare molto costa poco e quello che dovrebbe costare poco costa molto. Dove l’idea del valore delle cose, e della loro essenza, sembra definitivamente pervertita.
Ci sono state code di venti, cento, mille chilometri lo scorso week end, di gente che se ne andava al mare e dal mare ci tornava, e questo, è stato detto, è segno di quanto siamo ricchi. No, questo è un buon segno della nostra miseria. Quelli ricchi non si mettono in coda, al mare ci vanno in elicottero o in eurostar. Gli scandinavi, che sono ricchi davvero, pur essendo inopinatamente socialisti, al mare ci vengono quando noi siamo a lavorare, e si scelgono i momenti più belli dell’anno, non l’unico momento che hanno.
C’è un vecchio film dei primi anni cinquanta, c’era naturalmente Ave Ninchi tra gli altri, ed è la storia di una domenica al mare di Ostia della gente di borgata. Comincia e finisce con l’assalto al trenino per il mare. La gente che si azzuffa per un posto a sedere, che spintona e picchia anche solo per poter salire e starsene pigiata in piedi sulla piattaforma. Quel trenino per Ostia e queste code autostradali raccontano della stessa miseria. E’ cambiato in cinquant’anni solo il mezzo di trasporto, ma si tratta della stessa identica gente: gente delle nuove borgate ma dei vecchi sogni, delle vecchie angosce, delle vecchie illusioni. Ma gente che non ha forse più quella forza d’animo e di rivolta al destino che quel cinema sapeva recitare così bene, e che forse era proprio vera, vera per la gran parte dei miserabili di allora.
Chi si è messo in coda per andare a farsi un bagno nelle nostre splendide spiagge a basso costo di accesso si è certamente fermato a fare benzina e avrà una volta di più imprecato sul costo astronomico della benzina. Poi, per non morire disidratato, si sarà preso qualche bottiglia d’acqua all’autogrill. E ha pagato una bottiglietta da mezzo litro, uno virgola cinque euro. Tremila lire, per chi non lo vuole capire all’europea. Ha pagato l’acqua più del doppio della benzina. Allora, se costa meno della metà dell’acqua, la benzina non costa niente, vi pare? Oppure l’acqua ha un prezzo delinquenziale. Ma nella società del libero mercato il prezzo lo fa la domanda.
Questo Paese spaventato e impoverito è disposto a spendere cifre disumane per bere acqua minerale. Perché? Perché questo Paese è il più grande consumatore di acque minerali del mondo? È desertico? Ha le sue riserve idriche totalmente inquinate da agenti mortali? Se fosse così, se non possiamo, come possono tutti gli altri esseri umani del pianeta, bere acqua del rubinetto non saremmo forse autorizzati a fare una rivoluzione? Contro gli inquinatori, gli speculatori del bene primario dell’acqua? Volete fucilare gli stupratori e non vorreste forse fucilare gli avvelenatori degli acquedotti? Un Paese senza acqua da bere è un Paese più che miserabile. Ma forse l’acqua minerale è un vizio. L’acqua minerale ci fa sentire signori, ricchi, fichi.
Non si vergogna il primo ministro danese – l’ho visto con i miei occhi, e dirige un governo di destra, non un soviet – a chiedere un bicchiere d’acqua del rubinetto in un caffè, ma un impiegato italiano non se la sente. E un barista italiano nemmeno se lo sogna di offrirgli un bicchiere di quell’acqua. E anche questa è miseria; le pile di bottiglie nei supermercati sono miseria, miserabile ricchezza. Potremmo o no spendere meglio, in modo più intelligente e proficuo, i soldi che spendiamo per quelle bottiglie? Potremmo impiantare qualche impresa u poco più compressa e progressiva di un’industria dell’imbottigliamento?
Abbiamo le bollette energetiche più care d’Europa ma i cellulari più a buon mercato. L’acqua, la luce, il gas, la casa dovrebbero essere accessibili a ognuno senza doversi ridurre in miseria, ma un telefono mobile potrebbe benissimo costare 10 volte il suo prezzo, e funzionare per anni e anni, come una buona lavatrice, come un buon infisso, senza privare alcuno del diritto alla comunicazione.
Andare in giro a mandare fotografie idiote con il cellulare è miserabile ricchezza, pagare metà del proprio stipendio per due buchi in periferia è miserabile povertà. E l’una e l’altra coabitano incarnate in milioni di miei connazionali. Sarebbe civilmente corretto che l’energia elettrica costasse la metà, ma un vestito Armani dieci volte di più, un Rolex cento, perché il lusso deve essere pagato a prezzo politico, come a prezzo politico deve essere pagato l’indispensabile per vivere. Ogni cosa ad un prezzo, perché ogni cosa ha un valore. Ma non solo valore commerciale, ma anche valore morale e civile.
L’armadietto del bagno zeppo di medicine è incivile ricchezza, prendersi la polmonite al pronto soccorso è immorale povertà, e le due cose sono in coabitazione perfetta. Una medicina che ti solleva dal dolore, che ti guarisce dovrebbe costare qualcosa per tutti, un euro per chi solo quello, mille per chi ne ha milioni. La gratuità genera indifferenza e disprezzo. La vita non è gratis, e quando lo sembra è solo un’ orribile illusione: c’è qualcuno che sta pagando per te.
Ed è immorale ricchezza anche un corso di studi – elevato e completo come tutti avrebbero diritto di desiderare – fornito gratuitamente. La cultura, l’istruzione, la formazione di qualità costano moltissimo alla comunità. Ogni studente, ogni famiglia di ogni studente, dovrebbe dare per scontato che studiare sarà un grande sacrificio e un faticoso impegno. Intellettuale ed economico. Chi non ha i mezzi ma ha le qualità potrà farlo a carico della comunità, mettendoci di suo quello che può se ne ha, ma chi ha i mezzi e magari niente qualità dovrà pagare salato per levarsi lo sfizio. Questo sarà un paese di nobile ricchezza, oggi è un Paese ricco di corsi di studio mediocri e di molti giovani vagolanti tra la depressione e la languida noia.
Ecco che siamo un paese tragicamente povero, stupidamente ricco, miserabile senza nobiltà.
Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani (Castelnuovo Magra, La Spezia, 1951) con Feltrinelli ha pubblicato: Vi ho già tutti sognato una volta (1990), Felice alla guerra (1992), màuri màuri (1989, e poi 1996), Il coraggio del pettirosso (1995; premi Viareggio Rèpaci e Campiello 1995), La regina disadorna (1998; premi Alassio e Stresa per la Narrativa 1999), È stata una vertigine (2002; premio letterario Scrivere per amore 2003), Il viaggiatore notturno (2005; premi Ernest Hemingway, Parco della Maiella e Strega), Mi sono perso a Genova. Una guida (2007), il cd con libro Storia della meraviglia. 12 canzoni e 3 monologhi (con Gian Piero Alloisio; 2008), Meccanica celeste (2010), I figli della Repubblica. Un’invettiva (2014), Il Romanzo della Nazione (2015; Premio Elsa Morante 2015; Premio Anthia 2016), La zecca e la rosa (2016), L’amore (2018) e, nella collana digitale Zoom, Zafferano (2011).

 

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