Alla fine, se avremo la fortuna di poterci guardare indietro, nel rassicurante retrovisore della storia, ricorderemo questo inizio di millennio come l´età (volevo scrivere la decade, ma mi ha censurato il realismo) della paura. E dei metal detector, dei sospetti, delle posate di plastica, dei falsi allarmi. Un´epoca in cui tutto l´Occidente viene contagiato dalla "sindrome di Tel Aviv": nessun luogo è sicuro, chiunque al tuo fianco può essere il tuo assassino o, quel che è ancora più terribile, l´assassino delle persone che ami.
È una sensazione globale, che non risparmia niente e nessuno. La cosa straordinaria non è che si diffonda nella fortezza di Manhattan, modellata per essere iperbole di tutto quel che esiste nel mondo, ma che arrivi a Bali, un´isola concepita come un´eccezione, dove la paura più grande, fino a poco tempo fa, era quella di avere due giorni consecutivi senza onde per fare il surf. In questa sua diffusione la "sindrome di Tel Aviv" si deposita in luoghi (e non luoghi), individua oggetti simbolo, determina comportamenti e, infine, viene affrontata da (più o meno efficaci) antidoti.
La paura ci è venuta a cercare facendo un lungo e inesorabile viaggio. Ha ricalcato i passi dell´idea stessa della morte: in una vita senza traumi precoci nell´età dell´incoscienza la consideriamo un fenomeno astratto, qualcosa che accade a persone remote, di cui danno annuncio giornali e televisioni. Poi, inevitabilmente, tocca a qualcuno della famiglia. Infine realizziamo che davvero anche il nostro turno verrà.
Così, a lungo, la paura è appartenuta a gente estranea, mostrata di sfuggita nei telegiornali, sulla quale, a intervalli, cadevano bombe. Poi è accaduto a persone con facce, modi di vita, fedi (per chi le ha), simili alle nostre. Ora sappiamo che può succedere a noi, alle nostre città, ai nostri autobus affollati. Dovrei scrivere "sappiamo che succederà", ma la paura è, anche, l´esorcismo del male che verrà, la sua negazione.
Una donna di New York mi raccontò che era a Roma l´11 settembre 2001. Seguì gli eventi alla televisione italiana. Poi tornò a casa, attraversò una città che le parve immutata, dal Queens a Manhattan. Solo quando aprì il portone e vide un volantino con il volto del pompiere che abitata sotto di lei e qualche parola in memoria si rese conto. Entrò nel suo appartamento e non fu più capace di uscirne per una settimana. I percorsi familiari, le quotidiane strade per andare a Wall Street erano diventati estranei, una minaccia da cui difendersi chiudendoli fuori.
La paura di New York si è rivelata esponenziale. Proprio perché non ha saputo riconoscere i primi segni del pericolo (l´attentato al World Trade Center del ‘95) ha decodificato tutti quelli successivi. Ha capito che non esiste, a difesa, una legge dei grandi numeri. È stata colpita di striscio una volta, al cuore una seconda, l´obiettivo è la sua distruzione. L´idea è apocalittica, ma ha i suoi seguaci. Un tempo la vaticinavano inascoltati profeti senza tetto all´ingresso della metropolitana, ora è un comune timore.
È l´aspetto più devastante di questa paura: non passa quando il danno è accaduto, ne prefigura uno maggiore, forse definitivo. Se non arriva, ci si può abituare a convivere con la minaccia, ma ad altre latitudini, con una mentalità e una storia diverse.
È il caso di Beirut, devastata da quindici anni di guerra civile. Un barista di Hamra, quartiere dalla parte musulmana, racconta che al tempo degli scontri, ogni sera abbassava precipitosamente la serranda, ma dall´interno. I clienti restavano dentro fino all´alba, baldorie come quelle non ce ne sono state più. Traluce, nello sguardo di molti, perfino una nostalgia per quei tempi estremi e feroci. È possibile avere paura per quindici anni o, con il tempo, la minaccia diventa un´abitudine, il passaggio sotto il tiro del cecchino una categoria del rischio paragonabile alla guida veloce su una trafficata autostrada? Certo, nel diverso atteggiamento influiscono anche il differente modo di pensare e di credere. L´Oriente è fatalista, le sue religioni anche. L´Occidente invoca un dio "pompiere", dispensatore di atti salvifici. La gente si inchina a un dio "fuoco", che a volte riscalda, a volte incenerisce, sia fatta la sua volontà.
Quando, dopo l´attentato a Rafiq Hariri, lo scorso 14 febbraio, Beirut ha visto riapparire lo spettro del terrore (seppur nella forma locale della guerra per bande di potere) la sua reazione è stata molto diversa da quella di New York e delle metropoli occidentali. L´amarezza non era tanto collegata alla prospettiva della morte quanto a quella di un nuovo abbassamento della qualità della vita faticosamente conquistata. Due notti di coprifuoco e poi, alé, si balla coi lupi.
Tutte le precauzioni, i controlli, le scaramanzie d´Occidente sono in qualche modo collegate all´idea che il destino sia evitabile, o almeno procrastinabile. Altrove l´idea è che il destino si compia, se non in una forma, nell´altra. Il capolinea è comunque Samarcanda, anche se dovessimo arrivare passando sotto una fila di metal detector.
Le sedi in cui il nuovo terrore si è depositato sono principalmente i non luoghi, gli spazi dove non si vive, si transita: gli aeroporti, i mezzi di trasporto, i locali pubblici. La guerra convenzionale ti viene a colpire dove sei, bombarda le abitazioni, entra a fucile spianato "casa per casa". Questo terrorismo (questa guerra non convenzionale) ti colpisce dove passi. La minaccia ti segue, ti accompagna. In questo modo la paura, letteralmente, ti paralizza. Induce a non muoverti per sentirti al sicuro. L´obiettivo è ridurci tutti come la donna sotto shock al ritorno a New York: barricati con i nostri stracci, la nostra pseudoidentità, l´immaginetta di un Dio misericordioso che libera da tutti i mali. La valenza stessa dei non luoghi muta.
I Giochi olimpici, che dovrebbero essere una festa mobile diventano un quadriennale appuntamento con la paranoia dello sterminio in mondovisione. Gli archi del trionfo portano impresso il marchio Garrett e squillano al passaggio di medaglie metalliche, dunque sospette. I paesi organizzatori, passato il tripudio dell´assegnazione, vivono vigilie di suspense a aspettano al cerimonia di chiusura come una liberazione. Giochiamo, perfino, aspettandoci che il cortile vada in fiamme. Viviamo come esperienze cariche di possibili conseguenze nefaste l´ingresso in una discoteca di Lombok o l´arrivo con cocktail di benvenuto in un villaggio vacanze di Zanzibar.
Disponiamo sul nostro percorso o nel bagaglio oggetti feticcio volti a prevenire il male o ad affrontarne gli effetti. Il più evidente è il metal detector, un tempo concepito come intralcio sul tragitto, al quale adesso ci sottoponiamo con inedita pazienza (anche se restano un mistero le impressionanti quantità di forbicine tuttora confiscate negli aeroporti e la ragione per cui al duty free di Ginevra si vendono coltelli svizzeri). Poi le posate di plastica, che usiamo in volo con remissione. E i cellulari che i genitori concedono a figli sempre più piccoli non per cedere a un capriccio, ma perché possono lanciare l´allarme o almeno comunicare se (o quando) la scuola verrà assaltata, il pullman preso in ostaggio, i trasporti bloccati nella città al buio.
La paura modifica i comportamenti, in genere il sospetto e la diffidenza. La "sindrome di Tel Aviv" genera in questo caso l´atteggiamento del funzionario alla partenza di un volo diretto in Israele. Chi l´ha sperimentato conosce il peso degli interrogatori ai passeggeri in partenza, spinti fino alle domande incrociate e relativa verifica («Siete fidanzati?», «dove vi siete conosciuti?», «che tempo faceva quel giorno?»). Chiunque cerchi di entrare nel nostro territorio diviene un potenziale pericolo di cui occorre accertare reale natura e intenzioni: nel dubbio, meglio non aprire la porta o la frontiera, lasciare a terra sull´altra sponda. La paura genera chiusura e demonizzazione, qualche volta fa precipitare nel ridicolo.
Il concetto è perfettamente rappresentato nel film di Night Shjamalan The Village, dove un gruppo di americani contemporanei, feriti dai mali del mondo, si ritira in un villaggio tra i boschi e alleva i figli a un´esistenza retrodatata, convincendoli che oltre il limite della foresta vivano sanguinarie creature «di cui non si può parlare». Ma esiste un patto: «Noi non andiamo da loro e non loro non vengono da noi». La paura mette filo spinato ai confini, tramuta la residenza in rifugio, contrabbanda una resa per rimedio, seppure giudicato estremo, gioiosamente sostenuto come primario e indispensabile.
Viviamo in un mondo in allarme. Perfino i beduini nel deserto del Sinai non scendono più a dormire accampati sulla spiaggia in prossimità degli hotel. Stavano vicini per offrire escursioni ai turisti, ora temono attentati. Le strade interne dell´Egitto sono percorsi obbligati e di gruppo da cui è vietato deviare. Lo Yemen si può attraversare soltanto scortati. Nelle metropolitane di tutte le capitali quelli che viaggiavano a occhi bassi li ruotano intorno a sé vigili. È paradossale, ma gli unici garantiti, almeno finora, sono i cittadini degli stati che nell´ombra appoggiano le organizzazioni terroristiche. Per allontanare i sospetti inscenano finti attentati, ma nessuno lì si spaventa.
Si dissolve il confine tra allarme e allarmismo, in un arcobaleno della gravità disegnato dai colori attribuiti dal bollettino della minaccia a cura dell´amministrazione americana. Dilaga il falso allarme, in un campionario di ottusità assortita al cui vertice rimane la consegna alla polizia aeroportuale di un passeggero orientale che, durante un volo di linea americano, studiando la lingua sul giornale, aveva sottolineato le parole che non conosceva, tra cui, più volte «suicide bomber», attentatore suicida.
Poco più sotto si pone l´idea di schierare, nella sera di giovedì, poliziotti ad armi spianate alla scaletta del volo atterrato a Caselle da Londra, già contrapponendo alla calma e al metodo dei tutori dell´ordine inglese la teatralità fuori tempo di quelli italiani. Il danno può generare trauma (New York), rimozione (Londra), disperata euforia (Beirut). Ma la sua anticipazione attraverso la paura provoca soltanto una condizione menomata dello spirito e una autolimitazione della libertà.
Esiste una linea che separa la vigilanza dalla paranoia. Ogni londinese, anche prima del 7 luglio, anche perché addestrato dall´esperienza dell´Ira, avrebbe segnalato con perentorietà a uno sconosciuto di non lasciare la propria borsa incustodita, ma non avrebbe indicato alla polizia l´artista in precedenza noto come Cat Stevens. Esiste un margine oltre cui nulla, come in natura, può essere controllato, deve essere ammesso se si vuole vivere come uomini liberi e non come quei condannati a morte che la guardia conduce nei giorni in cortile portando la pistola dietro alla schiena, consci che il giorno dell´esecuzione verrà, ma senza che si sappia quando.
Il passato, è noto, non ha rimedi. Soltanto a uno scrittore fantasioso come Jonathan Safran Foer poteva venire in mente di mettere alla fine del suo dolente romanzo post 11 settembre «molto forte, incredibilmente vicino» la sequenza fotografica di un uomo che precipita da una delle Torri gemelle, invitando a sfogliarlo al contrario, così che quell´uomo possa tornare nel suo ufficio, prendersi un caffè, ignaro e senza timori. E tutti noi si possa essere salvi e liberati dal dolore e inconsapevoli come un computer riprogrammato. Ma anche il futuro ha con sé una quota parte di irrimediabilità. Ogni percorso ha la sua Samarcanda. Vivere con la paura è una condizione perdente, un attacco preventivo contro se stessi che richiede una exit strategy, in nome non solo della ragione, ma anche della dignità.
Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli (Bologna, 1960) è giornalista e scrittore. Fra le sue opere: Navi in bottiglia (Mondadori, 1993), Louisiana blues (Feltrinelli, 2001), L’artista (Feltrinelli, 2004), Non ci sono santi (Mondadori, 2006), Un tuffo nella luce (Mondadori, 2010), Domanda di grazia (Mondadori, 2014) e Solo bagaglio a mano (Feltrinelli, 2015), Coraggio! (Feltrinelli, 2016) e Senza fine. La meraviglia dell'ultimo amore (2018).

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