La donna inglese che ora si fa chiamare Umm Rashid dice che una cosa decisiva è stata non dovere più perdere tanto tempo ed energie per scegliere che cosa mettersi addosso, comprare le scarpe giuste, abbinare la borsa. Ora: tunica nera e velo. Per l’abbigliamento come per ogni altro aspetto della vita ha un precetto che la guida. Per un uomo olandese che aveva ricevuto un’educazione cattolica è stato un cartello appeso all’esterno di una chiesa di Amsterdam. Diceva: ‟Dedica 15 minuti a Dio”. un quarto d’ora? Come lo spazio di celebrità che non si nega a nessuno? Lui voleva trovare il modo di dedicargli una vita. E ha proseguito, entrando in una moschea. Per l’irlandese che è diventata Umm Ayob sono state le opinioni. Troppe, un coro assordante e cacofonico. Studiava alla scuola d’arte e tutto quel che imparava erano opinioni, teorie. Ha raccontato di essere andata in biblioteca ed essersi sentita male fisicamente: tutti quei libri, tutti stracolmi di opinioni. Diverse tra loro, in contrasto, con i loro sottili distinguo, tutte quelle voci nella testa. Ne accolse una per tutte, definitiva: Dio è il più grande e Maometto il suo profeta. Convertiti all’Islam. Loro, come tanti altri.
Si concorda che l’Islam è la religione in più rapida crescita nel mondo. Non ci sono cifre ufficiali, ma si parla di 20mila conversioni l’anno negli Stati Uniti, 30mila in Francia. Si guarda chi attraversa il guado con incomprensione prima, sospetto poi. Alcuni (pochi) di loro si affiliano in seguito a organizzazioni estremiste, partono per unirsi al jihad in Afghanistan, offrono supporto a chi progetta attentati in Europa. Sono una minoranza, certo, ma bastano quattro ragazzi per attaccare Londra e i convertiti sono, più di ogni altro, carne da martirio.
Per capirlo proviamo a ripercorrere il loro cammino, riflettere sulle storie di alcuni di loro. è un percorso di sola andata: l’Islam è l’unica religione che non consente ritorno. L’ufficio conversioni accanto alla moschea di Azhar mette timbri su moduli prestampati con facilità estrema per chiunque si dichiari transfuga da un altro monoteismo. Ma è nel mondo occidentale che si fanno proseliti. Perché?
Al di là delle ragioni individuali si possono individuare alcune matrici comuni. La prima spiegazione è lo stress da complessità (‟le opinioni!”, ‟i vestiti!”). La vita nelle grandi metropoli europee o in una qualunque provincia americana è un complesso gioco di società che richiede scelte continue, impone ambizioni, determina frustrazioni. Ogni giorno occorre prendere migliaia di decisioni (‟i vestiti!”) e per farlo esistono migliaia di tesi su cui fare affidamento (‟le opinioni!”). Ogni religione riduce al minimo l’eccesso di offerta di modelli a cui consacrarsi (il relativismo), ma è l’Islam a farlo in maniera drastica. è la più semplice. è impressionante il numero di giovani nati cattolici e scoraggiati dall’impossibilità di capire i dogmi del cristianesimo. Sull’Independent on Sunday del 24 maggio 2004 il convertito Khalid Kelly ricorda: ‟ Da ragazzo chiesi a un prete di spiegarmi il mistero della Santissima Trinità. Lo studiava da anni, ma non era in grado. Lasciai perdere. Il cristianesimo ti allontana dalla religione”. E si avvicinò all’Islam. Nella stessa intervista conclude che la sua nuova fede: ‟Conquisterà il mondo. Con la parola o con la spada. Non dobbiamo integrarci, ma solo fare seguaci”. Sonia è una di loro. è una ragazza francese, nata a Nantes, con due grandi occhi azzurri che adesso incornicia in un velo dello stesso colore. L’ho incontrata a Beirut, in un caffè vicino all’università americana. Me l’ha presentata il proprietario, uno sciita piuttosto secolare, tuttavia entusiasta del fatto che, mentre la Francia limitava il velo, una delle sue ragazze lo mettesse. E si prendesse una pausa di sei mesi dal lavoro e dalla famiglia per studiare il corano. Che lavoro? ‟Barista, in un pub”. Non esattamente il posto per incontrare Allah. Invece sì, raccontava Sonia. Il fatto scatenante è stato che tutti gli uomini provavano a metterle le mani addosso. Semplice così. Tutti gli uomini bevevano. Tutti gli uomini diventavano maiali. Nessuno di loro sembrava avere un progetto per la vita e neppure per finire la serata in modo decente. L’Islam proibisce di bere. L’Islam ti dà uno scopo, delle regole. Sonia le ha scelte. L’ha fatto dopo l’11 settembre. Attenzione, sbaglia chi pensa che l’attentato alle Torri Gemelle abbia creato soltanto paura per la religione che (in una forma deviata) ha ispirato i suoi autori. Per molti è stato vero il contrario. Quel cratere a Ground Zero che la maggior parte del mondo ha guardato come una cicatrice lasciata dalla follia, per una minoranza è stata un simbolo, l’immagine del vuoto del mondo occidentale, del suo sistema di vita, delle sue religioni morbide. A quarant’anni i maschi di quel mondo ancora si chiedono se sia meglio stare con una donna per la vita o cambiarne una per sera. Se avere o no dei figli. "Se", a quarant’anni. A 24 il convertito Sulayman Keeler scioccò la famiglia britannica annunciando: ‟Mi sposo”. Con chi, chiesero non avendo mai conosciuto fidanzate. ‟Ho detto in moschea di trovarmi una brava donna”. La sposò, fece tre figli. è felice? Non è questo il problema che si pone. Non affronta lo stress della ricerca della felicità, semplicemente ricalca un modello unico, prestampato, di vita ideale. Come lui, tanti. Il sito Islamonline.net nella sezione "Viaggio verso l’Islam" raccoglie con orgoglio storie di convertiti. C’è l’ex marine Andree Anderson, arruolato per la guerra del Golfo nel '91, sedotto dai suoni delle moschee di Riad e ora divenuto Abdul Raheem (‟Se ho avuto traumi? Uno, la rinuncia alla pizza al salame”). C’è la polacca Kamila Roznieta, che la famiglia cattolica andò a ripescare nel New Jersey con un "deprogrammatore", come fosse entrata in una setta. E c’è il dottor Mustafa Mould, di Boston, ex ateo, ma nato ebreo e ora iscritto all’associazione "Ebrei per Allah". Leggendo le loro storie, incrociandole con gli incontri personali, viene fuori con forza un secondo motivo per la conversione all’Islam: la ricerca di una disciplina. Molti convertiti vengono da una vita sregolata e autodistruttiva. Will Gibson lasciava il negozio alle 10 di sera e beveva fino all’alba, non ricordava neppure se a casa da solo o al bar. David Courtailler, figlio di un macellaio divorziato, era tossicodipendente e bazzicava bande criminali. Jose Padilla era finito in prigione per piccoli reati. Le prigioni sono centri di proselitismo (il 50% dei detenuti francesi è musulmano). Ne uscì convertito e moralmente fortificato Cassius Clay, divenuto Mohammed Ali. Ma altri ne sono usciti convertiti e pronti per il jihad. La loro icona è Johnny il Taliban, che fu convinto da una organizzazione chiamata Tablighi Jamaat, creata in India per strappare fedeli alla religione Indù. Il fresco seguace non ha gli strumenti intellettuali per opporsi, quando incontra il predicatore radicale, ne subisce il fascino. è naturalmente predisposto all’estremismo, gli appare una forma di affermazione della propria fede di fronte a sé e agli altri.
Come tutti quelli che cambiano bandiera, è portato alla massima durezza verso il campo a cui apparteneva, perché rappresenta il passato che vuole rinnegare. L’esperto di antiterrorismo francese Jean Luc Marret avvertiva due anni fa: ‟I convertiti verranno strumentalizzati e usati. Per fare proselitismo, poi per dare supporto, infine per passare all’azione”. David Courtailler è stato arrestato insieme al fratello, accusato di preparare attentati. L’ex marine Andree Anderson è stato processato per aver fornito un’arma a un uomo sospettato di far parte di Al Qaeda. E José Padilla andò ad addestrarsi in Pakistan (anche se neppure ai suoi accusatori è stato chiaro per quale scopo). Alla fine resta impresso come un verdetto inappellabile quel che Aziz Chouaki scrive nel suo romanzo La stella d’Algeri: ‟è così che diventi islamista, è quando ti stufi. Di sognare, di amare, di vivere”. Le conversioni derivano da una illuminazione o da una resa. Più la religione abbracciata è rigida, più la resa è totale. A quel punto, cadono le autodifese verso la degenerazione del senso. Umm Ayob, l’irlandese stordita dalle opinioni, oggi madre di quattro figli, terminò la propria intervista dicendo: ‟Vedo un gran bene provenire da questo terrorismo che Dio approva. Sta illuminando tanta gente”.
Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli (Bologna, 1960) è giornalista e scrittore. Fra le sue opere: Navi in bottiglia (Mondadori, 1993), Louisiana blues (Feltrinelli, 2001), L’artista (Feltrinelli, 2004), Non ci sono santi (Mondadori, 2006), Un tuffo nella luce (Mondadori, 2010), Domanda di grazia (Mondadori, 2014) e Solo bagaglio a mano (Feltrinelli, 2015), Coraggio! (Feltrinelli, 2016) e Senza fine. La meraviglia dell'ultimo amore (2018).

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