La ‟primavera araba" è finita, inghiottita nei crateri aperti a Sharm, Beirut e Bagdad. Nel calendario della storia le succede una "calda estate" che è stagione di disillusioni e autobombe. Il circolo virtuoso che all´inizio dell´anno sembrava essersi aperto in Iraq e in Palestina, in Egitto e in Libano, si sta già chiudendo nel segno di un doppio terrore: a sfidarsi per il controllo dei paesi arabi nei tempi a venire saranno i vecchi regimi illiberali e i loro decrepiti raìs contro una nuova generazione di fondamentalisti che le invasioni, le torture e le repressioni senza legittimazione hanno reso più numerosa, spericolata e, quel che è peggio, seduttiva. Tornando da un viaggio di lavoro a Washington, dopo una serie di incontri con uomini del Pentagono e della Casa Bianca, un uomo d´affari libanese si sedeva a tavola qualche sera fa e annunciava ai suoi commensali in linguaggio western: ‟Bush sta per lasciare la città” (intesa come Iraq).
Qualcuno proponeva un brindisi, ma l´uomo d´affari spegneva il sorriso e, realisticamente, aggiungeva: ‟Questo ci lascia o con il male che conosciamo o con il peggio che ancora non abbiamo sperimentato. E comunque apre, per i prossimi mesi, le porte dell´inferno”. Facile, azzeccata previsione. Mentre il re Fahd si spegne in Arabia Saudita con un´agonia protratta dai contrasti per la successione, mentre la Giordania si annuncia come il prossimo focolaio, Egitto e Libano dove sbocciarono più rigogliose le illusioni di primavera, vivono per diverse ragioni l´estate più calda. Le due esperienze sono in qualche modo collegate. Vediamo come.
Il faraone e i beduini. Alla vigilia dell´invasione dell´Iraq il presidente egiziano Mubarak emise una condivisibile profezia: ‟Da questo nasceranno cento, mille Osama Bin Laden”. Evitò, però, di prendere provvedimenti per neutralizzarli. Pensò bastassero le consuete, liberticide misure di polizia e una inedita, ma rivelatasi fasulla, apertura democratica. Nella stessa settimana le tessere della speranza sono cadute in un domino rovinoso: la corsa presidenziale è stata delegittimata dal ritiro di concorrenti significativi e la sicurezza è stata spazzata via dall´attentato di Sharm, considerata fortezza inattaccabile.
Quel che è avvenuto nel Sinai è, anche, l´effetto di un errore del regime. Dopo l´attentato a Taba, indicò come esecutori materiali alcuni beduini. Per risposta ne mise a ferro e fuoco l´intero villaggio, incarcerando e torturando (lo rivelò un rapporto di Human Rights Watch ripreso su queste pagine) quasi tremila persone, tra cui donne e anziani. Non si rendeva conto, la polizia di Mubarak, che stava creando altri cento piccoli Osama Bin Laden? Che chi non era coinvolto nell´attentato di Taba sarebbe stato disposto a divenirlo, come è accaduto, nel successivo? Che la cosa più pericolosa è l´allargamento della base di potenziali kamikaze? Sharm e Taba sono tragedie, certo, ma rientrano nel primo livello di operatività di Al Qaeda, quello che richiede progetto, materiali, carne da martirio. Ancor più terribile è che in una famiglia ci sia un uomo che si lancia contro i turisti in coda al museo egizio, mentre la sorella e la fidanzata sparano a un autobus. Senza organizzazione strategica, né base ideologica, fuori persino da quel franchising che è Al Qaeda, un´associazione orizzontale che fornisce il know how, la materia prima e gli obiettivi, poi resta ad aspettare i risultati. È il secondo livello, quello diffuso, che agisce e colpirà sempre di più. Non è strutturato e non ha solidi fondamenti di pensiero. Avrebbe potuto essere conquistato alla causa della convivenza civile da autentiche concessioni democratiche, dalla rinuncia allo Stato di polizia. È stato regalato agli avversari. Non hanno nemmeno avuto bisogno di reclutarli. Agiscono e muoiono da soli. Non hanno letto il padre spirituale del dottor Zawahiri, l´egiziano Qutb che esorta "un´avanguardia di puri ad affermare i principi dell´Islam cominciando dalla conquista di alcuni paesi musulmani". Hanno semplicemente visto l´esempio del vicino di casa torturato dalla polizia politica e reagito. Non hanno un´alternativa a cui votarsi perché questo non accada più. Si offrono all´unica disponibile. In una spirale senza fine ora cercheranno di stroncarli, terrorizzando altri villaggi beduini. Il 7 settembre l´Egitto vota per la rielezione di Mubarak contro avversari-ombra. La primavera è finita molto prima di Sharm.
Un messaggio a Beirut. Ancora più di quella egiziana aveva generato illusioni la "primavera libanese", culminata nel ritiro delle truppe siriane. L´ordigno scoppiato accanto a un edificio studentesco la settimana scorsa è un chiaro avvertimento: il vecchio potere è pronto a scatenare il caos piuttosto che abbandonare e per farlo smetterà di colpire obiettivi mirati, passando alle stragi di massa, come fa il terrorismo di Stato. I leader della primavera libanese o l´hanno dichiarata morta (come Jumblatt) o sono morti (come Kassir). Il nuovo governo è un´alleanza di troppi che non accontenta nessuno. La conclusione dell´indagine Onu sull´omicidio di Hariri è una bomba a orologeria che i colpevoli cercano di disinnescare mettendone altre, che ne coprano il ticchettio con il fragore. In questo vuoto, nel sud del paese, Hezbollah cerca d´imporre una svolta fondamentalista nei costumi di vita, irrigidendo la disciplina, fortificando uno Stato nello Stato, pronto alla separazione più che all´autonomia. In apparenza è un dettaglio: si prepara a decretare il venerdì, sacro all´Islam, come giorno festivo al posto della domenica, valevole in tutto il Libano. Attenzione, non è esagerato pensare che il giorno il cui il gran muftì di Beirut chiederà il venerdì festivo, sarà il segnale della nuova guerra civile. È nell´interesse di chi non vuole un Libano nuovo e stabile. Sono gli stessi che hanno agevolato la guerriglia in Iraq, scommettendo sui vantaggi che avrebbero potuto trarre dal caos e dagli intoppi del progetto americano. I vecchi regimi hanno legato la loro sopravvivenza al fallimento di quel progetto, senza contare che, per riuscirci, stavano e stanno fortificando il loro principale nemico, quell´avanguardia niente affatto pura che si sta diffondendo e non esita a colpire chiunque, fosse anche arabo, venga a patti con l´avversario infedele, si tratti di un diplomatico accreditato a Bagdad o di un lavoratore salariato a Sharm.
Non è difficile prevedere un´escalation verticale della tensione in Egitto e in Libano e un allargamento ad altri paesi fin qui sotto controllo. La nuova gestione americana in Iraq ha dato a chi la precedette spacciando ottimismo il soprannome di "illusionisti". Raccontava l´uomo d´affari libanese che a Washington ora si considera un modello da indicare la Libia dell´eterno Gheddafi. È allora davvero arrivata la stagione dei saldi.
Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli (Bologna, 1960) è giornalista e scrittore. Fra le sue opere: Navi in bottiglia (Mondadori, 1993), Louisiana blues (Feltrinelli, 2001), L’artista (Feltrinelli, 2004), Non ci sono santi (Mondadori, 2006), Un tuffo nella luce (Mondadori, 2010), Domanda di grazia (Mondadori, 2014) e Solo bagaglio a mano (Feltrinelli, 2015), Coraggio! (Feltrinelli, 2016) e Senza fine. La meraviglia dell'ultimo amore (2018).

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