Se il presidente del più grande Paese del mondo afferma solennemente che il dittatore dell'Iraq cerca di procurarsi in Niger l'uranio per un attacco atomico e il suo popolo, atterrito, gli crede e gli dà mandato per la guerra, ci sta che in una mattina d'estate uno o più imbecilli comincino a spargere la voce che l'acqua di Roma è stata avvelenata dai terroristi e una città in preda alla psicosi del "prossimo bersaglio" chiuda per due ore i rubinetti della ragione. "All'acqua! All'acqua!". È lo spirito (miserabile) dei tempi che viviamo: piccoli untori, grandi tragedie e un'infinita disponibilità a farsi contagiare. Ci sono, in una vicenda come questa, tre protagonisti da considerare: l'untore, il suo megafono e la platea in delirio.
L'untore della notizia può avere tre diverse nature: artistica, interessata, demente. Non è detto che due o addirittura tutte e tre non debbano coincidere. Era un untore artistico Orson Welles quando andò alla radio e cominciò a raccontare la cronaca dell'invasione marziana. Vittima della propria intelligenza o non previde che l'avrebbero preso sul serio o, più probabilmente, lo fece e se ne compiacque. L'untore interessato sparge informazioni che hanno per lui o per la sua parte un tornaconto. Quello dell'uranio dal Niger è solo un esempio. La propaganda del terrore è bipartisan. In queste ore molti egiziani vengono convinti da un passaparola cominciato chissà dove che "l'attentato di Sharm è stato commesso con esplosivo israeliano", "gli esecutori beduini sono stati addestrati dal Mossad", "il mandante è Israele, che vuole fermare il processo di democratizzazione in atto", "attenzione, colpiranno ancora, dove non hanno mai osato, alle piramidi". L'untore demente vuole soltanto vedere che effetto fa.
Mai come nel caso di ieri verificare se "se la bevono". Non si preoccupa della credibilità del virus che mette in circolazione, né della propria attendibilità come fonte primaria. Sa che in pochi minuti scatteranno l'effetto "valanga" e l'effetto "appropriazione". La notizia verrà ingigantita e diffusa con il marchio di "autenticità" di fonti secondarie, ritenute degne di fede.
Sono loro a fornire il megafono. Esistono, nella sua struttura, tre livelli.
Il primo è quello, antichissimo, del passaparola, incontrolato e incontrollabile. Il secondo è più moderno, spesso anonimo, ad alta velocità.
Partono sms, e-mail, segnalazioni su Internet. Nella rete telefonica e cibernetica il transito di informazioni utili e "patacche" colossali si chiude probabilmente in pari, tra immagini storiche e fotomontaggi, preziose segnalazioni di dispersi dello tsunami e assurdi gatti in bottiglia. Il terzo livello è quello più pericoloso, perché ricorre ai mezzi di comunicazioni tradizionali. Nel caso di Roma, soprattutto le radio. Nel panorama della radiofonia mondiale sono una cosa a parte: vivaci, impossibili da non ascoltare, improbabili. Quale più, quale meno. La loro capacità di permeare il tessuto della città è molto superiore a quella dell'acqua. La volontà di farlo, assoluta. Il controllo della fonte, limitato.
Sono passati pochi mesi dalla sera del derby sospeso all'Olimpico perché, con lo stesso meccanismo, era stata diffusa la voce (altrettanto infondata) dell'uccisione di un ragazzino. Ma sarebbe ingeneroso scaricare sulle radio l'accusa. In questi anni quotidiani che la gente paga in edicola hanno pubblicato titoli grandi quanto la prima pagina tutti spavento e niente fondamento.
Un giornale ha fornito la data dell'attacco nucleare a New York con la stessa leggerezza e vaghezza con cui si diffonde una qualsiasi bufala di calciomercato "Il Milan vuole Ronaldinho", "Vogliono cancellare Manhattan".
Tanto domani è sempre un altro giorno, non si vedrà. Per un curioso fenomeno alcune tra le più attinte fonti giornalistiche, in America come in Italia, sono siti dedicati al pettegolezzo. Se il pettegolezzo fa notizia, è inevitabile che poi si faccia notizia. Chi può distinguere?
Non certo la platea in delirio. Non certo questo pubblico tutto in piedi, con le mani al cielo, in allerta permanente, arringato da predicatori isterici, aizzati dal marketing della politica o dell'editoria, dalla propria agitazione sofista (a forza di cambiare posizione, una l'azzeccheranno pure), o dall'ansia di poter finalmente proclamare: "Io ve l'avevo detto!". Diciamocelo subito allora: un giorno probabilmente accadrà. A Roma, può darsi.
O altrove in Italia. Non sarà con l'acqua avvelenata, ma con qualche mezzo primordiale e spettacolare perché queste avanguardie della follia hanno anche la tara di dover versare il proprio sangue in una forma di malinteso e marcio eroismo. Accadrà e provocherà dolore, reazione e voglia di dimostrare che si sa andare avanti con la dignità e la fermezza di chi non cede una briciola delle proprie convinzioni sulla vita e su quel che c'è dopo. Perché peggio di morire per la mano di un imbecille è vivere seguendo i dettami di cento altri.
Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli (Bologna, 1960) è giornalista e scrittore. Fra le sue opere: Navi in bottiglia (Mondadori, 1993), Louisiana blues (Feltrinelli, 2001), L’artista (Feltrinelli, 2004), Non ci sono santi (Mondadori, 2006), Un tuffo nella luce (Mondadori, 2010), Domanda di grazia (Mondadori, 2014) e Solo bagaglio a mano (Feltrinelli, 2015), Coraggio! (Feltrinelli, 2016) e Senza fine. La meraviglia dell'ultimo amore (2018).

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