Si avvicina il momento della verità sull’omicidio dell’ex premier libanese Rafiq Hariri. E chi non vuole che sia divulgata si prepara ad accendere gli ultimi fuochi. Il procuratore tedesco Detlav Mehlis, che guida la commissione d’inchiesta Onu sulla strage del 14 febbraio, ha consegnato due liste alle autorità governative di Beirut. La prima conteneva i nomi di tre alti ufficiali filo-siriani sospettati di avere avuto un ruolo nel massacro. La seconda era un elenco dei principali politici anti-siriani possibili vittime di attentati da qui alla conclusione dell’inchiesta. Sono finiti sotto interrogatorio: l’ex capo della Direzione generale per la sicurezza Jamil Al Sayyed, l’ex capo della polizia Ali Al Hagji, l’ex capo dell’intelligence militare Raymond Azar. È sfuggito all’arresto l’ex ministro Nasser Qandil che si trovava, guarda caso, a Damasco. Sono invece partiti precauzionalmente per Parigi il figlio di Hariri, Saad (già da un mese), il leader druso Walid Jumblatt, il giornalista e politico cristiano Gebran Tueni, il ministro delle Telecomunicazioni Marwan Hamade e quello dell’Informazione, Ghazi Aridi.
Il rapporto finale dell’inchiesta Onu è previsto nel giro di poche settimane. Quello di ieri è stato un passo decisivo verso la sua conclusione. Dove sia diretto è chiaro. Siamo alla resa dei conti. È banalmente drammatico: solo la morte può fermare la verità. Gli arresti compiuti all’alba erano attesi da giorni. Il procuratore Mehlis si è dovuto muovere con cautela. Accusare ufficiali del vecchio regime di quel calibro significa accusare tutto il vecchio regime, chi l’ha messo al potere e protetto. Occorrevano prove e semafori verdi per non bruciarsi le mani. Le prime, stando a una corrispondenza diramata dalla televisione Al Jazeera, sarebbero state raccolte attraverso intercettazioni telefoniche effettuate nelle scorse settimane. I secondi sono stati ottenuti in incontri preliminari tra il procuratore tedesco e l’attuale premier Fouad Siniora. Il primo ministro ha consentito l’uso della polizia e si è poi presentato in pubblico per dare ufficialmente agli arrestati la qualifica di ‟sospettati” nella strage, condividendo a nome del governo la responsabilità dell’operazione. Un altro personaggio, il gigantesco Mustafa Hamdan, capo della guardia del presidente Lahoud, sua ombra ai funerali di papa Wojtyla, si è presentato spontaneamente al quartier generale della commissione Onu per rilasciare una deposizione. Essendo l’unico ancora in servizio, il suo arresto non era tecnicamente possibile. Con la sola eccezione del capo dello Stato, ieri mattina tutti quelli che, fino allo scorso aprile, erano i principali esecutori libanesi delle volontà di Damasco si trovavano rinchiusi in un bunker nel verde per rispondere del loro operato. Le loro dimissioni erano state forzate dalle manifestazioni di piazza seguite all’omicidio di Hariri, chieste da quell’opposizione che ora, con qualche pasticcio e aggiustamento, è divenuta maggioranza. Il generale Al Sayyed era uomo di potere e di rancore. Uno dei suoi personali nemici era Samir Kassir, il giornalista assassinato da un’autobomba nel giugno scorso. Fu quella una delle 11 esplosioni avvenute a Beirut dopo il massacro di San Valentino.
A riguardarne adesso la successione si scopre una curiosa coincidenza: le ultime precedono sempre di poche ore la diffusione di un nuovo atto dell’inchiesta Onu. La più recente è avvenuta la settimana scorsa, poco prima che fosse fatta circolare l’accusa alla Siria di ‟scarsa cooperazione” nell’inchiesta e quando gli arresti eccellenti erano già più che una voce. Il procuratore Mehlis aveva annunciato ‟svolte” prima della fine di agosto e ha mantenuto la promessa. Chi ne vuole ostacolare il lavoro, anche. Le accuse rivolte ai tre ex alti ufficiali arrestati sarebbero di aver inquinato le prove, manomettendo la scena del crimine. La sera stessa dell’attentato il generale Al Haji avrebbe fatto spostare le auto presenti sulla strada, falsando la ricostruzione degli eventi. Se questo corrispondesse a verità significherebbe che i tre non volevano la verità, perché la conoscevano già. Non si tratterebbe, secondo i sospetti, di ideatori né di esecutori dell’attentato, ma di complici.
L’attività della commissione è così arrivata a indicare un primo livello di responsabilità. Andare oltre significa muoversi su un terreno minato, letteralmente. Il procuratore Mehlis sembra intenzionato a correre il rischio: ha chiesto di andare a Damasco e di poter sentire cinque persone, tra cui i capi dei servizi siriani e il presidente Bashar Assad. I voli Beirut-Parigi sono affollati, alla vigilia dei decolli la vip lounge dell’aeroporto si trasforma in una buvette parlamentare. Tutti sono convinti che stia per arrivare un settembre di fuoco, soprattutto quelli che hanno ucciso Hariri e davano per scontato che non avrebbero mai dovuto fare i conti con la verità.
Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli (Bologna, 1960) è giornalista e scrittore. Fra le sue opere: Navi in bottiglia (Mondadori, 1993), Louisiana blues (Feltrinelli, 2001), L’artista (Feltrinelli, 2004), Non ci sono santi (Mondadori, 2006), Un tuffo nella luce (Mondadori, 2010), Domanda di grazia (Mondadori, 2014) e Solo bagaglio a mano (Feltrinelli, 2015), Coraggio! (Feltrinelli, 2016) e Senza fine. La meraviglia dell'ultimo amore (2018).

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