Si è acceso un dibattito sulle periferie. Ed è quasi inevitabile che a fomentarlo siano persone che non soltanto non ci hanno abitato, ma probabilmente non ci hanno neppure messo piede. Le capitali del mondo sono un insieme di compartimenti stagni, non vasi comunicanti ma imbuti che fanno uscire qualche goccia dai bordi al centro, mai viceversa. Campagne e città hanno, nel tempo, concluso qualche baratto umano, centro e periferia funzionano a senso unico. Chi vive nel cuore di Roma è capace di passare l´intera esistenza considerando il Tuscolano come una tappa obbligata per arrivare all´Ikea e il Corviale come un mostro architettonico che appare in qualche programma di seconda serata su Rai Tre. Analogamente chi abita negli arrondissements di Parigi con i numeri bassi non si sogna di prendere la metropolitana e sbucare in quelli con i numeri alti, dove le strade non sono alberate, i palazzi non hanno guglie e abbaini, le finestre sono incorniciate di rosso. E gli abitanti di Manhattan vivono con fastidio le visite, mai ricambiate, dei "bridge & tunnel", quelli che per arrivarci debbono attraversare un ponte o infilarsi in una galleria nella lunga ora d´aria che sono le notti del fine settimana.
Ha scritto Rossana Rossanda sul ‟Manifesto” che ‟la città europea è gerarchica”. Forse è di troppo l´aggettivo "europea". Le città di tutto il mondo sono gerarchiche, la sola differenza è che in talune il punto più elevato della scala non coincide con il centro, l´ordine si fa asimmetrico (come la strategia bellica o il pensiero dominante), ma sempre ordine resta. Al Cairo chi conta si è asserragliato nei nuovi quartieri "laterali" di Mahdi e Heliopolis lasciando la carne da cannone nelle vecchia periferia di Shoubra dove le strade sopraelevate corrono acanto ai balconi e perfino ai minareti. A Beirut l´alta borghesia cristiana si è arrampicata sulla collina di Achrafieh, quella musulmana dal lato opposto, entrambe tengono sotto controllo la marea, anche di natura umana. I cerchi concentrici sono caratteristici della città europea e hanno andamenti simili dappertutto. I centri di Parigi e Roma, ma anche Torino e Bologna, hanno poco in comune. Le periferie, molto. Esiste un progetto condiviso, come se un Grande Architetto le avesse disegnate tutte quante. Nell´Emilia Romagna degli anni Sessanta, quando alla campagna cominciò a sostituirsi una periferia ordinata e inguardabile, con i colori di un Lego sbiadito e le geometrie di uno scarabocchio infantile, circolò la leggenda metropolitana che dietro il progetto ci fosse la Cia, per screditare le amministrazioni di sinistra. In effetti qualcosa in comune con l´America c´era. Nelle downtown sono stati eretti edifici alti e stretti, protesi verso il cielo, tra arroganza e preghiera. Nei suburb costruzioni basse e lunghe, simboli di prostrazione, serpentoni colorati che si stendono sull´erba a divorarla, invocando soprannomi che ne definiscono la natura improbabile: il Virgolone, il Treno, l´Astronave.
Alieni, in effetti, loro e chi ci vive. Arrivati per lo più da un altrove e depositati in questi lembi dall´aspetto provvisorio divenuti invece sedi permanenti e anticamera di altre stanze ancora più remote. Già dai nomi le periferie sono animali dalla natura misteriosa: la Falchera (a Torino), il Pilastro (a Bologna), lo Zen (a Palermo). Anni fa a Torino fu organizzata una serie di spettacoli sul tema comune "periferie". Con una compagnia teatrale votata all´entusiasmo ne mettemmo in piedi uno dentro una costruzione, avente per protagonista e per titolo la costruzione stessa. Si chiamava "M2". Non un nome, una lettera e una cifra, come una casella sulla scacchiera o come l´ala di un carcere, struttura che per molti dei residenti rappresentava in effetti la seconda casa. Chi nasce in una di queste realtà ne eredita il marchio e quel che comporta. Essere un "pilastrino" è come avere una dotazione genetica, un´etichetta di cercatore di guai, destinato, nel corso della vita, a non farsi strada se non sul percorso sbagliato. In generale già essere "di periferia" costituisce un limite. Perfino nel linguaggio comune l´espressione "di periferia" accostata a un qualsiasi sostantivo ne indica la classificazione "di serie B". Era intuitivo fin dal titolo che Il Buddha delle periferie di Hanif Kureishi fosse un guru in tono minore.
La periferia manda i suoi ragazzi in gita con biglietti di andata e ritorno da utilizzare in un solo giorno: il sabato al corso, la domenica allo stadio, il carnevale per le strade a concedersi una feroce baldoria. Fornisce consumatori di massa e ultrà. Ha scuole dove i docenti rifiutano incarichi di supplenza. Davanti all´ingresso, talora, rimane come monito l´auto bruciata di un insegnante che incautamente accettò. Alla fine la scelta delle vetture come bersaglio è mirata a colpire non il simbolo della ricchezza, ma quello primario dello spostamento, esprime la rabbia di chi sa o pensa che non andrà mai da nessuna parte. I casi di successo dei ragazzi di periferia sono favolette che hanno solitamente per protagoniste mamme ambiziose, capaci di scolpire nella testa dei figli una freccia che punta al centro, di sacrificarsi per lastricarne il percorso. La mamma di Frank Sinatra, per dire, che ogni sera portava il suo bambino nato a Hoboken, di fatto periferia di New York, sulla riva dell´Hudson, gli mostrava i grattacieli illuminati e lo convinceva che solo guadando il fiume avrebbe potuto avere una vera vita. In periferia, al massimo, una vita "di periferia". Che significa, anche, prima o poi, incappare nell´immancabile capitolo del "degrado" o in quello dell´ "esplosione", terminologia di ritorno con cui si scambia l´effetto per la causa e si contrabbanda un immaginario passato in cui non esistevano dislivelli, tensioni, obbrobri etici ed estetici e quasi quasi, stressati dalla ricerca di un parcheggio e dal peso della storia, i residenti dei quartieri centrali pensavano di trasferirsi alle Vallette, a Lorenteggio o alla Barca.
Si è acceso il dibattito sulle periferie e tra poco si spegnerà. Intanto quelle cresceranno, inglobando nuove marginalità e insoddisfazioni, continuando a spostare i confini all´esterno, verso il vuoto che resta, finché anche da quella parte non ci sarà più spazio e allora il "serpentone" striscerà nell´unica direzione rimasta.
Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli (Bologna, 1960) è giornalista e scrittore. Fra le sue opere: Navi in bottiglia (Mondadori, 1993), Louisiana blues (Feltrinelli, 2001), L’artista (Feltrinelli, 2004), Non ci sono santi (Mondadori, 2006), Un tuffo nella luce (Mondadori, 2010), Domanda di grazia (Mondadori, 2014) e Solo bagaglio a mano (Feltrinelli, 2015), Coraggio! (Feltrinelli, 2016) e Senza fine. La meraviglia dell'ultimo amore (2018).

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