Prendete, ad esempio, il rapporto Mehlis, scritto dalla commissione d’inchiesta Onu sull’omicidio dell’ex primo ministro libanese Rafiq Hariri. Sono meno di duecento pagine, messe insieme in pochi mesi. Quarant’anni fa, dopo l’assassinio del presidente americano John Kennedy, la commissione Warren ne scrisse novemila lavorandoci per molto più tempo. Tralasciate l’esistenza o meno di una volontà politica di arrivare alla verità, quel che resta è che il rapporto Mehlis riflette un mondo che ai tempi del rapporto Warren non esisteva. Di mezzo, in senso cronologico e metaforico, c’è proprio il 1984. E l’essenza di quella profezia letteraria: l’affermazione del potere attraverso il controllo. Nel rapporto Mehlis si dice che tutti gli uomini chiave di un Paese erano sottoposti a intercettazioni telefoniche. Lo si prova allegando la trascrizione di alcune di quelle conversazioni. Si aggiunge che tutte le bobine erano consegnate, al termine di ogni giornata, al Presidente e al Generale. Venivano conservate, archiviate, a disposizione dei mandanti della struttura di controllo, a cui spettava la facoltà di verificare parole, vagliare atteggiamenti, emettere, di conseguenza, provvedimenti. Il controllo era anche interno alla stessa struttura (perfino del Generale esistono intercettazioni), ma a quel punto le bobine finiscono in un archivio innominato, immateriale, aprioristico dove il potere da cui tutto deriva controlla se stesso e da solo si giudica e condanna (di qui il "suicidio" di uno dei suoi esponenti quando il monitor ne segnala un calo di fedeltà).Questo smilzo documento sulle attività orwelliane di un piccolo Paese quale è il Libano e del suo Grande Fratello al confine svela una struttura non soltanto verticale, ma anche orizzontale. E diffusa. E implacabile. Chiunque parli o si sposti lascia una traccia, quella traccia può essere recuperata e decodificata. Quarant’anni fa l’attentato di Dallas è stato preparato in una bolla esplosa insieme con i colpi che spappolarono il cervello di Jfk. Lee Harvey Oswald telefonò a qualcuno prima del suo passaggio nel deposito di libri da cui (sostiene il rapporto Warren) sparò? E Jack Ruby ricevette una chiamata subito dopo l’attentato o lo seppe dalla televisione? Chi avvertì chi? Impossibile stabilirlo. Nel rapporto Mehlis la bolla che precede il massacro di Beirut viene ricostruita in laboratorio e ci si può entrare. Da quel nulla che è il passato affiorano schede telefoniche, si stabiliscono i loro dialoghi, si va a ritroso dal momento in cui vengono buttate, a quello in cui s’incrociano festosamente dopo la strage, a quello in cui vengono acquistate. Materialmente queste schede non ci sono più, ma la loro vita è impressa in una disponibile memoria a posteriori che arriva perfino a ricordare chi le comprò e dove. A qualcuno è concesso di impadronirsi del passato. E, come è scritto in 1984: "Chi controlla il passato, controlla il futuro; chi controlla il presente, controlla il passato". Lo scopo non sarebbe raggiunto, la profezia non totalmente realizzata se il controllo non avesse anche una dimensione psicologica. L’autentico cuore nero dell’organismo creato da Orwell, il luogo dove avviene la conversione e, quindi, la resa non è l’onnisciente labirinto tecnologico, ma la "stanza 101", la claustrofobica tana di ogni individuale paura, quella dove chi deve essere piegato incontra non un generico male, ma il proprio incubo, la dannazione cucita su misura da un sarto dell’anima munito di un ago ultrasottile e del filo di ogni privata storia. Un esempio di "stanza 101" del nostro presente si chiama Abu Grahib. Le immagini scattate nella prigione irachena e i racconti fatti da chi ne è uscito sono quanto di più vicino al luogo orwelliano che contiene, come spiega pazientemente il carnefice alla sua vittima, "la cosa peggiore del mondo, qualcosa che varia da individuo a individuo. Può essere venir seppelliti vivi, essere arsi, o affogati, o impalati, o un’infinità di altre morti. Ci sono casi in cui è una cosa assai più modesta, nemmeno fatale, a volte". Abu Grahib è stata quella "cosa". Non la tortura generica descritta negli appositi manuali distribuiti ai zelanti esecutori di ogni parte del mondo, non un’arrampicata sulla scala universale del dolore, ma qualcosa di meno letale eppure più efficace, pensato apposta per il tipo di prigioniero, capace di umiliarlo più profondamente, colpirlo oltre la carne, nella sua stessa concezione di uomo legata a strumenti (chiamiamoli pure feticci) di fede e limiti di comportamento. Il musulmano nudo al guinzaglio di una donna occidentale in uniforme è come "l’ultimo uomo in Europa" di 1984 quando la gabbia con i topi per cui ha la fobia scende a contatto con la sua faccia: gli stanno "entrando dentro" e benché questo non sia letale, sarà comunque "per sempre". Dal 1950 a oggi molte delle visioni di Orwell sono diventate realtà. Manca l’ultima, decisiva: l’annientamento non è ancora avvenuto, sopravvive ben più di un uomo in Europa (e altrove) geneticamente più ancora che razionalmente incapace di amare il Grande Fratello e per il quale non è ancora stata progettata un’efficace "stanza 101".
Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli (Bologna, 1960) è giornalista e scrittore. Fra le sue opere: Navi in bottiglia (Mondadori, 1993), Louisiana blues (Feltrinelli, 2001), L’artista (Feltrinelli, 2004), Non ci sono santi (Mondadori, 2006), Un tuffo nella luce (Mondadori, 2010), Domanda di grazia (Mondadori, 2014) e Solo bagaglio a mano (Feltrinelli, 2015), Coraggio! (Feltrinelli, 2016) e Senza fine. La meraviglia dell'ultimo amore (2018).

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