So bene che impegno primario di tutte le forze politiche, delle istituzioni e di quanti hanno a cuore il bene del paese è di non deprimere il popolo, che un popolo demoralizzato non lavora bene, non consuma come dovrebbe, e quando va a casa magari picchia pure i bambini.
Ma come si fa, ditemi come si fa certe volte a guardare in faccia questo Paese e a non mettersi a ridere e a piangere e a non provare quella frustrante sensazione di irrimediabilità, di ineluttabilità della decadenza? Sarà che non gli voglio bene al mio Paese, sarà che non sono né un'istituzione né una forza politica, ma mi accingo a deprimervi un poco anche oggi.
Oggi che affronterò il tema attualissimo dei modelli. Dei modelli politici e sociali. Che mi ricordi io, saranno dieci anni che qualunque partito o governo intenda prendere un'iniziativa di sua competenza per prima cosa si mette alla spasmodica ricerca di un modello. La sinistra ha studiato a fondo il modello Blair e il modello Clinton negli anni trascorsi, ha respinto il modello Zapatero recentemente. La destra si è appassionatamente rivolta al modello Thatcher e al modello Bush, con cautela si è approcciata al modello Aznar. Ambedue per il sistema elettorale si sono scervellate sul modello francese in opposizione al tedesco, a quello spagnolo versus l'inglese; infine, questo sì, la destra ha trovato un originalissimo modello elettorale italiano, ma non credo che ci sia paese al mondo, che non sia di quelli impresentabili, che verrà qui da noi a studiarlo. Oggi la sinistra, sollecitata da una aurea lezione di uno dei molti professori che hanno deciso di caricarsi la croce di consiglieri dei poteri, si interroga sul modello Danimarca, avendo dubbi sull'efficacia del modello Olandese. La destra, che su questo tace, si starà interrogando su un modello da contrapporre a l'uno e l'altro, e spero con tutto il cuore che non sia quello uzbeko.
La prima cosa da dire è che, comunque, nonostante studio e passione, non uno solo di questi modelli è stato mai realizzato. Auspicato, sì, promosso, certamente, pubblicizzato, ci mancherebbe, ma realizzato mai. E ci saranno pure le sue buone ragioni, le quali non starò qui a discettare.
Quello che mi interessa ora è il fatto puro e semplice e scandalosamente evidente che non esiste un modello italiano. Che la possibilità di progettare qualcosa di originale, mai visto altrove, che si faccia forza di quella che pur è declamata come l'unicità del nostro paese, non è nemmeno presa in considerazione. Come se fosse stato sancito da accurati esami clinici che un modello non siamo in grado di realizzarlo, che non abbiamo le risorse morali, la fantasia, il coraggio intellettuale, l'intelligenza di produrre un modello di sviluppo, di convivenza, di democrazia, di di di di....
Va dunque preso atto che il fiore della nostra intelligenza politica e accademica, nel diuturno consumo di stages e seminari, nella vasta disponibilità di risorse, non ne possiede abbastanza di cerebrali e spirituali per affrontare e assolvere a quello che è il compito più alto e ambito di chi si assume pubbliche responsabilità verso un popolo e una nazione. Perché? Perché pensare in proprio, progettare con originalità costa troppo alle nostre deboli menti, alle nostre povere fedi, alle nostre misere aspettative? È o no questo il culmine della decadenza intellettuale e politica di un paese?
Eppure non è stato sempre così; ad esempio abbiamo inventato di sana pianta un modello politico e sociale che è stato studiato in tutto il mondo, che abbiamo esportato in molti paesi della Terra, che molti uomini politici stranieri ci hanno invidiato e imitato e molti popoli ci hanno maledetto: il fascismo. Sì, il fascismo è l'ultimo modello frutto interamente del nostro genio. Ma sono passati ottant'anni da quella geniale invenzione. Oggi non ci invidiano più neppure i nostri modelli di mocassini o di automobili, di arredo bagno o di maccheroni per cui trent'anni fa potevamo andare a testa alta.
Cosa stiamo offrendo a noi stessi e allo sguardo e alle aspettative dell'umanità intera? Per cosa val la pena che un cittadino europeo pensi: per fortuna che c'è l'Italia, eccezion fatta, e ancora per poco e per pochi, per o sole e o mare?
Vorrei aggiungere solo una cosa circa il modello danese, così vivo nei dibattiti di questi giorni solo perché, ne ho la quasi certezza, nessuno ha la più pallida idea di cosa si tratta se non per qualche riassunto letto in qualche report di segreteria. Io ci sono stato in Danimarca, abbastanza volte per avere un'idea di quel modello e della gente che lo applica e lo vive. E per essere disponibile a fare uno sciopero alla settimana affinché sia realizzato anche in Italia. Peccato che non è cosa.
Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani (Castelnuovo Magra, La Spezia, 1951) con Feltrinelli ha pubblicato: Vi ho già tutti sognato una volta (1990), Felice alla guerra (1992), màuri màuri (1989, e poi 1996), Il coraggio del pettirosso (1995; premi Viareggio Rèpaci e Campiello 1995), La regina disadorna (1998; premi Alassio e Stresa per la Narrativa 1999), È stata una vertigine (2002; premio letterario Scrivere per amore 2003), Il viaggiatore notturno (2005; premi Ernest Hemingway, Parco della Maiella e Strega), Mi sono perso a Genova. Una guida (2007), il cd con libro Storia della meraviglia. 12 canzoni e 3 monologhi (con Gian Piero Alloisio; 2008), Meccanica celeste (2010), I figli della Repubblica. Un’invettiva (2014), Il Romanzo della Nazione (2015; Premio Elsa Morante 2015; Premio Anthia 2016), La zecca e la rosa (2016), L’amore (2018) e, nella collana digitale Zoom, Zafferano (2011).

 

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