La guerra di mafia e di potere che si combatte in Libano rialza il tiro. La Cupola decreta ed esegue la condanna a morte di Gebran Tueni, un uomo che aveva 48 anni, quattro figlie, un giornale indipendente e la ferma convinzione che il regime siriano dovesse tornare a fare danni nei suoi confini. Muore sul colpo alle nove di un lunedì mattina, il corpo straziato nell’auto blindata che vola in cielo e ricade sulla collina in fiamme. Nella strada di montagna restano un cratere simile a quello in cui la Cupola seppellì l’ex premier Hariri la mattina di San Valentino, i cadaveri di tre guardie del corpo, le carcasse di altre dieci auto, le tracce delle ambulanze che portano via trenta feriti, le gocce di vetro piovute da centinaia di finestre e la certezza che questo clan di assassini non si fermerà perché ha intuito la debolezza di chi lo dovrebbe affrontare. Se proprio dovrà andarsene, lo farà in una nuvola di fuoco e non per il verdetto di un tribunale. Per capire il nuovo lunedì nero di Beirut bisogna mettere l’orologio indietro di 24 ore e collegare tre eventi che accadono separatamente nella capitale libanese, a New York e a Damasco. A Beirut, Gebran Tueni è tornato a casa da pochi giorni. Ha trascorso gli ultimi mesi a Parigi. Dopo l’omicidio del suo collaboratore Samir Kassir ha sentito la minaccia trasformarsi da ombra a carne e sangue. Ha presto scoperto di non avere torto. La commissione Onu che indaga sull’omicidio Hariri ricostruisce una lista dei prossimi bersagli della Cupola e la consegna agli interessati. In un’intervista radiofonica dalla Francia, Tueni dice: ‟Il mio nome è in cima”. Esiste anche un calendario preciso: le esecuzioni avvengono alla vigilia dei passaggi chiave dell’inchiesta internazionale. Quando, a ottobre, viene consegnato il primo rapporto, tutti i nomi sulla lista sono all’estero. Ma domenica Tueni è in Libano e scrive su An Nahar, il giornale di cui è editore e direttore, l’ennesimo fondo anti-siriano. Accusa il regime di Damasco di voler deragliare l’inchiesta, colpire il Libano, ne chiede l’incriminazione per crimini contro l’umanità. Conclude: ‟è tempo di superare le nostre paure, mettere da parte la mitezza e affrontare le menzogne dei siriani chiedendoci: quand’è che lo capiranno?”. La risposta la stanno preparando sulla strada che, da casa sua, nel quartiere residenziale di Mkalles, conduce al centro della città, dove ha sede il giornale. La risposta è fatta di tritolo. Tradotta: non capiranno mai. Nello stesso giorno, a New York il procuratore tedesco Detlev Mehlis, che dirige la commissione d’inchiesta Onu, entra al Palazzo di Vetro con un fascicolo nella valigetta. Va nell’ufficio del segretario generale Kofi Annan e glielo consegna. Il documento è ancora secretato, lo possono leggere soltanto quindici alti funzionari. La sua discussione pubblica al Consiglio di sicurezza è prevista per oggi. Mehlis ha la faccia sollevata di quelli che hanno avuto un compito difficile, l’hanno svolto e stanno per togliere il disturbo. Il suo incarico scade dopodomani. Se ci sarà, come pare, una proroga, non sarà affar suo. Quel che doveva dire l’ha già detto: è in quelle pagine. Dove le accuse alla Siria sono ancor più esplicite che nel primo rapporto. Si passa dalle deduzioni inevitabili a qualche prova. Ci sono nuovi testimoni a carico. Si accusa Damasco di mancata cooperazione. E intanto a Damasco Bashar Assad, il dittatore reso pericoloso dalla propria fragilità, rilascia un’intervista televisiva in cui, oltre a ripetere la solita promessa di punire ‟eventuali” colpevoli, avverte: ‟Se il mio Paese ricevesse sanzioni dalla comunità internazionale questo provocherebbe il caos in tutta la regione, con conseguenze nel mondo intero”. Ma la comunità internazionale è divisa e debole. L’Onu è un fantasma da quando gli Stati Uniti hanno invaso l’Iraq senza rispettarne la posizione. Gli Stati Uniti stessi hanno più volte votato contro organismi e codici internazionali. E per limitare i danni a Bagdad e dintorni trattano sotto il tavolo con la Siria. L’Europa è un coro di voci bianche. A questo punto non stupisce che la Cupola decida di regolare un conto nella sola maniera che ha sempre conosciuto: con un massacro. è giunto il tempo di sottoscrivere l’opinione di un membro del Congresso americano: per valutare quel che accade in Libano non servono gli strumenti della geopolitica, meglio riguardarsi la serie televisiva The Sopranos o la trilogia de Il Padrino. C’era una volta una cosca che gestiva un racket nel quartiere vicino. Qualcuno tradì, qualcun altro trovò il coraggio di opporsi, il clan ‟andò ai materassi”, aprendo crateri sulla strada. Quel che stupisce è che abbia ancora il dominio assoluto del territorio, possa organizzare in pochi giorni un attentato che richiede pianificazione, presidiare la rotta di Tueni, trasportare l’autobomba carica di esplosivo eludendo i controlli attuati nelle zone ‟sensibili”, colpire con precisione micidiale. Il Libano è ancora il suo cortile. L’esplosione è di quelle che non lasciano scampo. Si fa udire a chilometri di distanza. Auto bruciate sul prato fanno da corona a quel poco che resta di Gebran Tueni. Sull’asfalto atterrano, sbalzati in volo, il suo computer e il cellulare. Un’ambulanza trasporta il cadavere mentre l’ultima, recente moglie si allontana con gli occhi coperti da lenti scure. Il passaggio della salma per le strade della parte orientale della città è accompagnato dai rintocchi delle campane. Ai muri appaiono, con la consueta e misteriosa rapidità, manifesti a lutto. Anche i tipografi hanno "la lista". Una folla si raduna davanti alla scheggia di vetro dove ha sede An Nahar. Nove mesi fa, al termine di una manifestazione imprevedibile per proporzioni e allegria, Tueni si era fatto largo a fatica tra una marea di ammiratori. Andava verso la redazione sorridendo compiaciuto sotto i baffi neri, la sciarpa biancorossa al collo, benedicente e ricambiato. Ora il suo volto è sui poster issati da persone in lacrime, tristi e spaventate, che difficilmente sapranno ‟superare le loro paure”. Elias Khoury, scrittore tradotto anche in Italia, che ad An Nahar si occupa della sezione culturale, si aggira sconsolato. Dice: ‟Loro vogliono che smettiamo di scrivere, ma noi continueremo”. Dichiarazione apprezzabile ma generica, uso di pronome indefinito. Possiamo dare un nome a ‟loro”? Si riscuote: ‟I siriani, il loro apparato che non ha mai lasciato questo Paese. Hanno deciso di eliminare tutte le voci che gli si oppongono. Come quando hanno ucciso Kassir, l’obiettivo è la stampa libera. Perché la stampa forma l’opinione pubblica e quella è il solo avversario che li può sconfiggere. Non serve a niente blindarsi, essere prudenti. Gebran lo faceva e guarda come è finita. La sola precauzione che può proteggerci è la gente. Occorre che si sollevi ancora, che ci aiuti a cacciare, dopo i soldati siriani, anche l’apparato del regime e i suoi complici locali”. Ma nei visi della gente ora non c’è la stessa rabbia e determinazione che si leggevano un tempo. I nove mesi trascorsi dalle dimostrazioni di massa hanno partorito uno Stato fragile, un governo di (quasi) tutti e di nessuno, che non è figlio di un sostegno di massa, ma di un pastrocchio elettorale. Le stesse facce ritoccate hanno riacceso vecchie faide. Nessun nuovo leader è emerso a spazzare il campo. Nel suo passaggio dal giornalismo alla politica Gebran Tueni era una delle poche novità, ma è subito entrato nel meccanismo malato del gioco. La situazione nella quale si è adagiato è la stessa che ha consentito alla Cupola di colpirlo. Con la sua morte si raggiunge il livello più alto dall’omicidio Hariri. La "lista" dei giornalisti è stata depennata, Tueni era l’anello di congiunzione con i politici. In esilio o barricati nelle loro fortezze, sono stranieri al popolo che dovrebbero guidare. Il Libano è schiacciato tra l’arroganza dei criminali e il silenzio degli innocenti. Non si uccidono così anche le rivoluzioni?
Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli (Bologna, 1960) è giornalista e scrittore. Fra le sue opere: Navi in bottiglia (Mondadori, 1993), Louisiana blues (Feltrinelli, 2001), L’artista (Feltrinelli, 2004), Non ci sono santi (Mondadori, 2006), Un tuffo nella luce (Mondadori, 2010), Domanda di grazia (Mondadori, 2014) e Solo bagaglio a mano (Feltrinelli, 2015), Coraggio! (Feltrinelli, 2016) e Senza fine. La meraviglia dell'ultimo amore (2018).

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