La Play Station è una cosa seria, adulta, dura. L’oggetto stesso è grave, color grigio navale, essenziale e perfetto come uno strumento di lavoro. Altra cosa, si capisce subito, dalla disneyana Nintendo o dalla lunaparkesca Sega. Ho comprato la mia prima Play a 400 km da casa. Ho chiesto se andava bene per il figlio di un amico. Quanti anni? Undici, ho improvvisato, e hanno storto il naso. Meglio dai quattordici in su. Ed è vero, a quell’età uno può anche andare a lavorare. Chi mi ha detto dove andarla a comprare è Virgilio, trentacinque anni, chi me l’ha truccata (esclusivamente per fini di studio e ricerca) Antonio, che è andato in pensione il mese scorso. Ho disputato i miei primi campionati multiplayer con una congrega di padri di famiglia che si mangia in Cd e accessori gli assegni familiari. La memory con dentro l’irraggiungibile -per me- patente B1 dell’adorato G. T. ma l’ha passata il mio salumiere che ha una figlia alle medie. Le bambine di casa mia sanno che non possono nemmeno nominarla la Play. Loro hanno già tutto il resto.
La Play è un cimento adulto e maschile, come il biliardo, i combattimenti di galli, la Trans Am e la cirulla bugiarda. I giochi che vi eccellono infatti sono ludi eroici dove vince chi sconfigge la propria paura e stupidità e sopravanza gli avversari in costanza, prudenza, coraggio e astuzia: le virtù annotate da Omero.
Ecco il filmato d’apertura di G.T..
Raffiche di vento sulle chiome degli alberi in controluce di un’alba autunnale. Una foglia d’acero di un rosso livido plana morente sui grani dell’asfalto macchiato di morchia. Un’allodola si posa su un semaforo spento in un incrocio deserto. La luce farinosa di un sole pallido filtra dai montanti di ferro di una vecchia tribuna d’autodromo. Un camion si arresta silenzioso. Con un leggero ronzio il portello del carico si abbassa lasciando intravedere….
Solitudine, melanconia, vaghe nostalgie. Perdersi in un lontano campionato Gran Turismo. Pilota mezzo rovinato, macchine messe insieme come si poteva. Cercare di farcela; battere le piste più schifose per mettere insieme i soldi di un treno di gomme decenti, delle sospensioni più affidabili. Mettersi lì e provarci e riprovarci, prima che sia troppo tardi per correre, per uccidere la paura. Per vincere qualcosa di decente.
E ci fareste giocare un ragazzino?
Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani (Castelnuovo Magra, La Spezia, 1951) con Feltrinelli ha pubblicato: Vi ho già tutti sognato una volta (1990), Felice alla guerra (1992), màuri màuri (1989, e poi 1996), Il coraggio del pettirosso (1995; premi Viareggio Rèpaci e Campiello 1995), La regina disadorna (1998; premi Alassio e Stresa per la Narrativa 1999), È stata una vertigine (2002; premio letterario Scrivere per amore 2003), Il viaggiatore notturno (2005; premi Ernest Hemingway, Parco della Maiella e Strega), Mi sono perso a Genova. Una guida (2007), il cd con libro Storia della meraviglia. 12 canzoni e 3 monologhi (con Gian Piero Alloisio; 2008), Meccanica celeste (2010), I figli della Repubblica. Un’invettiva (2014), Il Romanzo della Nazione (2015; Premio Elsa Morante 2015; Premio Anthia 2016), La zecca e la rosa (2016), L’amore (2018) e, nella collana digitale Zoom, Zafferano (2011).

 

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