Nella giornata della memoria ma del tutto casualmente, ho incontrato un vecchio amico missionario che per qualche giorno è venuto a curarsi la malaria sugli scogli dove è nato. Sono ormai vent’anni che conduce la sua missione in territorio congolese, e mi ha parlato, l’amico mio, di ciò che fa e vede fare. Ciò che vede è il genocidio del Piccolo Popolo, ciò che fa è cercare in ogni modo di evitarlo. Mi dice che non ci riuscirà anche se ha scelto di dedicarsi fino all’ultima risorsa di vita, mi dice che non ci riuscirà nessuno, visto che il Piccolo Popolo viene, nelle preoccupazioni di chi nel mondo ha potestà, dopo l’ultimo dei problemi. Noi conosciamo meglio il Piccolo Popolo come i pigmei, e che siano in via di sterminio non è una delle cose di cui ci affliggiamo; quando gli incaricati del lavoro sporco avranno finito il loro lavoro, il mondo non cambierà di un decimo di grado il suo asse di equilibrio. Ma il racconto del mio amico mi ha indotto qualche pensiero di cui vi voglio mettere a parte. Chi oggi si sta occupando materialmente del genocidio sono soprattutto popolazioni a loro vicine, ‟bantuin” particolare, su commissione di chi fornisce loro le armi per farlo, ovvero le multinazionali americane, europee, cinesi e russe; tante e troppo forti per chiunque, figuriamoci per dei pigmei interessate allo sfruttamento delle grandi ricchezze in minerali rari e preziosi che giacciono incolte nel territorio del Piccolo Popolo. Il mio amico mi ha messo al corrente di un particolare assai singolare raccapricciante per delle orecchie delicate circa il sistema di eliminazione. I bantu sono soliti mangiare i pigmei che hanno ucciso. Attenzione: ibantu non sono antropofagi, cannibali. Pensano che i pigmei siano soltanto delle scimmie e la loro dieta comprende abitualmente la carne di scimmia. Che strano, eppure i pigmei hanno una lingua, cantano e suonano melodie dolci e complesse, non abbondano affatto di peluria; anche a prima vista non è ragionevole scambiarli per delle scimmie. C’è una cosa, però, che loro non hanno e che è, non dai bantu, ma universalmente riconosciuta come identificativa e prerogativa unica del genere umano. Non conoscono il verbo avere. Non sanno possedere nulla, di nessun genere, non accumulano nulla per nessuna ragione, neppure il cibo per il giorno dopo. Non sanno dire: ho un figlio, ho una moglie, ho un’accetta, ho una casa, ma soltanto: sono con un figlio, sono con una moglie, sono con. Da un punto di vista squisitamente biblico e quindi potremmo dire senza alcuna supponenza, da punto di vista di Dio essi sono più ricchi e più saggi dell’uomo più ricco e più saggio che si sia mai conosciuto: il Re Salomone. Da un punto di vista umano essi sono degli animali, dei primati; come stabilì nell’Ottocento uno studioso particolarmente generoso con loro: l’anello mancante tra l’uomo e la scimmia. Essendo privi, oltretutto, di una qualsivoglia ragionevole forma di aggressività, essi hanno per sacro solo la vita; il loro Dio è la vita di ogni essere vivente, umano, animale, vegetale. E questo abbassa ulteriormente la loro posizione nella scala genetica: a differenza loro molti primati scimmie antropomorfe sanno fare un uso molto intelligente dell’agressività. Per allargare ulteriormente la forbice biologica che ci distingue dai pigmei, e dagli animali, in questi giorni, nell’ambito dell’approvazione di un’importante legge, abbiamo equiparato la sacralità della vita alla sacralità dell’avere. ‟La proprietà è sacra”, è l’espressione usata da un ministro della Repubblica. Penso che sia opinione comune. Io non la penso così, non possiedo nulla di sacro se non la mia vita, e so che, al pari di quello che mi dice l’amico dei pigmei, mi limiterei, inefficacemente, stupidamente, a coprire di orrende maledizioni e ogni genere di orribile insulto chi attentasse alle cose che possiedo, che ho. Perché anch’io uso e dunque non sono proprio un pigmeo, un’animale assai di frequente il verbo avere avente per soggetto la mia stessa persona. Ma data la mia vicinanza elettiva e genetica con il Piccolo Popolo, sono a porgere una supplica agli organismi internazionali, finora non sensibilizzati alla materia, perché si eviti lo sterminio totale dei pigmei e si definisca un ambiente a loro adatto, un ampio zoo all’aperto come se ne fanno per altre famiglie di mammiferi, in modo che gli umani, e in particolare le generazioni future, possano ammirare quegli esseri così cari agli occhi di Dio, di ricco splendore come i fiori dei campi, di insondata saggezza come gli uccelli del cielo. Questo, del tutto casualmente, ho ascoltato e pensato nel giorno della memoria. Giorno che due ragazzine, in coda alla fermata dell’autobus con i loro zainetti da brave scolare, hanno chiamato ‟la festa” della memoria. Forse perché in quel giorno a scuola non si fanno verifiche di matematica e storia?
Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani (Castelnuovo Magra, La Spezia, 1951) con Feltrinelli ha pubblicato: Vi ho già tutti sognato una volta (1990), Felice alla guerra (1992), màuri màuri (1989, e poi 1996), Il coraggio del pettirosso (1995; premi Viareggio Rèpaci e Campiello 1995), La regina disadorna (1998; premi Alassio e Stresa per la Narrativa 1999), È stata una vertigine (2002; premio letterario Scrivere per amore 2003), Il viaggiatore notturno (2005; premi Ernest Hemingway, Parco della Maiella e Strega), Mi sono perso a Genova. Una guida (2007), il cd con libro Storia della meraviglia. 12 canzoni e 3 monologhi (con Gian Piero Alloisio; 2008), Meccanica celeste (2010), I figli della Repubblica. Un’invettiva (2014), Il Romanzo della Nazione (2015; Premio Elsa Morante 2015; Premio Anthia 2016), La zecca e la rosa (2016), L’amore (2018) e, nella collana digitale Zoom, Zafferano (2011).

 

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