Fatte le dovute distinzioni, la rossa Costanza Safamita, che vuole fare di testa sua e a cui il padre barone, con gesto rivoluzionario lascia, morendo, la maggior parte dei suoi beni, ricorda per certi versi l’Isabel Archer di Henry James. Come Isabel, Costanza in quanto ricca è libera di comportarsi come meglio crede, nonostante sia una donna. Ma si lascia attrarre da un giovane fatuo, più interessato alla sua dote che a lei, tanto da non essere nemmeno motivato a consumare il matrimonio. Donna dei suoi tempi, questa Costanza Safamita che si appoggia ai mafiosi per garantire il buon andamento del suo latifondo. Ma anche per altri versi proiettata nel futuro, capace di lasciare erede dei suoi beni il figlio illegittimo del marito. Questo, in sintesi, un ritratto de La zia Marchesa di Simonetta Agnello Hornby seconda prova narrativa dopo la fortunata Mennulara.
La "zia marchesa" è un personaggio veramente esistito, e prima che dalla sua lontana discendente è stata ritratta da Pirandello nella novella Tutt’e tre.
Simonetta Agnello, inflessione caldamente siciliana nonostante più di trent’anni di vita londinese, ci introduce a questo controverso personaggio.
"In realtà di vero, sulla zia marchesa, in buona parte c’è solo quello che c’è su Pirandello, e la storia è più che altro romanzata. Non ho avuto nè la capacità, perché coloro che l’hanno conosciuta sono morti, né il desiderio di fare ricerche nell’archivio di famiglia, dove probabilmente non avrei trovato niente. Quello che io so di lei è che era una rossa, che i suoi nipoti non la conoscevano, a causa di un bisticcio enorme di cui non conosco le origini, e che da quanto mi dicono le mie prozie è rimasta nella memoria familiare come una persona brutta, sgradevole, sgraziata, ignorante, che cucinava, cosa che allora non si faceva, si vestiva da contadina, teneva con sé le chiavi dei suoi magazzini e si occupava personalmente delle cose della campagna. Pirandello era amico di mio nonno, di Agrigento come la mia famiglia, sulla quale aveva scritto un libro. Poi uno zio paterno mi ha detto che aveva anche scritto una novella sulla zia marchesa. Quando che ho letto la sua storia, e mi sono informata con i miei genitori, mi hanno detto che questa donna era proprio senza figli, e si era tenuta in casa il figlio illegittimo del marito e sua madre, anche dopo la morte di questo".
Ma come mai scrivere un’altra storia sulla zia marchesa dopo Pirandello? "Volevo riscattarla dall’immagine negativa che ne era stata data. Quando ho letto la sua novella, ho visto che trattava questa donna in un modo grottesco, come se non avesse sentimenti, come se avesse accettato questo matrimonio in bianco impostole dal marito - che era troppo fine, mentre lei, nella novella, era figlia di un massaro, - accettandone anche i tradimenti, e il figlio, invitando le amanti al suo funerale. Nella novella la donna, insieme a una vecchia prostituta, costringe la madre a sposarsi e si tiene il figlio, ma non credo che sia vero.”
Per il resto, tutto è frutto della creatività narrativa di Agnello Hornby, che restituisce un impietoso spaccato storico-sociale della Sicilia di fine Ottocento, inserito in una trama da raffinato feuilleton, con un linguaggio italo-siculo costellato da proverbi dialettali e perfuso di saggezza popolare, percorso da passioni forti, adulteri, incesti e abusi sessuali, e nel quale, alla fine, tutti vivono e muoiono tragicamente, eroina compresa.
"Volevo aprire ai miei figli, gli unici lettori che forse avrò, queste storie dell’aristocrazia e del popolo dell’Ottocento, e spiegare loro come vedo io quel mondo, tramite la vita di questa donna. Spiegare che non era un bel mondo, che l’aristocrazia è costretta a fare un certo tipo di vita, a seguire certi esempi, certi modelli come i poveri. Che è un passato che bisogna guardare senza rimpianto, un mondo duro e ingiusto con tutti".
Per quanto riguarda le parti più torbide del romanzo, l’autrice si è rifatta in parte all’esperienza maturata come avvocato dei minori a Londra."Mi capita, parlando con gente che non fa il mio mestiere, di costatare che si pensa che queste brutture avvengano solo tra poveri, cosa che non è vera. E questo voglio che lo si ribadisca, perché altrimenti restano abitudini che si attribuisce agli altri, ai diversi".

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