C’era una volta un ragazzo impacciato. C’è, adesso, un anziano dimesso. In mezzo, la favola oscura del capo dei capi di Cosa Nostra. Le foto che abbiamo di Bernardo Provenzano ci raccontano di un uomo che non conosciamo e che, proprio per questo, non abbiamo saputo immaginare. Metterle una accanto all’altra in questo scarno album serve a ricostruire il viaggio di andata e ritorno tra storia e leggenda di un personaggio divenuto invisibile per effetto di una miscela di caso e cattiva volontà. L’immagine più datata è anche la più curiosa. Provenzano è un ragazzo in divisa da aviatore, con la bustina in precario equilibrio sulla folta chioma. Guarda l’obbiettivo con l’espressione un po’impacciata che chiunque avrebbe al suo posto. Non sapendo che fare in piedi lì davanti abbozza un gesto patetico, magari suggerito da una voce fuori campo. Allunga la mano a sfiorare una pianta in vaso la cui presenza evoca tinelli, vita domestica, normalità. Sembra un ritratto destinato alla cornice d’argento sul comò smaltato nella camera da letto dei genitori, uno di quelli che, con il tempo e la tecnologia, verranno magari ritoccati a colori. O, addirittura, uno scatto che, con l’aggiunta di una scritta d’auguri prestampata, diventa il cartoncino natalizio inviato dalla famiglia con qualche orgoglio ad amici e conoscenti. La leggenda è ancora in bozzolo, nascosta dietro l’apparenza. Come la pianta, crescerà in silenzio, seguendo la propria natura.

L’uomo di rispetto
Poi c’è la fotografia che abbiamo visto per anni, quella datata 1963, in cui compare un giovane uomo con i capelli pettinati alla moda del tempo, l’abito scuro, la camicia bianca e la cravatta nera, uno che puoi vedere sul sagrato della chiesa, o seduto al tavolino del caffè nella piazza del paese, circondato da altri giovani in piedi. Uno con il vestito della festa che si aggira ai margini di una cerimonia, osservando e sorvegliando. E che non abbassa mai lo sguardo quando t’incontra. È lo stesso Provenzano che si mostra, con identica chioma e più dimesso abbigliamento, nelle foto segnaletiche. È già entrato nel personaggio, ha sovrapposto il soprannome al nome, fatto il primo passo per lasciare la storia ed entrare nella leggenda. Perché il tragitto si compia deve compiere una scelta in controtendenza con i tempi: scomparire. All’alba dell’impero dell’apparenza quel che rende straordinari lui e gli altri "capi dei capi" è l’invisibilità. È un dono che fanno a se stessi, autoeleggendosi supereroi negativi, staccandosi dalla mediocrità delle comparsate criminali per recitare in un universo esclusivo riservato ai pochi veri divi d’epoca. Lì possono contemplare la propria immagine distaccarsi da se stessi diventando evocazione popolare e investigativa e acquisendo un percorso parallelo, vedere la propria vita e, addirittura, la propria morte farsi romanzo d’appendice, con capitoli affastellati dalla sola necessità di trovare un finale soddisfacente, senza mai chiarire lo sviluppo della trama.

Il Padrino immaginario
In questo trionfo dell’assenza si impone come surrogato per ancorare la leggenda a una terrena evoluzione il Provenzano immaginato, quello degli identikit. Proiettato avanti negli anni, giacché quando lo si disegna siamo già arrivati al nuovo millennio, è tuttavia raffigurato come una scultura della forza. Ha i capelli rasati, la testa squadrata, lo zigomo alto. E "la mascella scolpita di un giovane padrino" come cantava un altro, per diversi motivi, divo del non essere: Lucio Battisti. Non a caso il titolo della canzone era "L’interprete di un film". Quel Provenzano è figlio della visione cinematografica di cui siamo ormai prigionieri, fratellastro di tutti i Michael Corleone, nerovestito e ferale. È l’incarnazione della propria leggenda: quello che ci si aspetta quando non si è più capaci di separare la rappresentazione dalla realtà e, soprattutto, si è dimenticata la spiazzante apparizione di Totò Riina nelle vesti di un contadino appesantito, molto più vicino a Pino Caruso che a Marlon Brando. Il "wanted" scritto sui manifesti che riproducono quell’immagine è l’estremo tocco di irrealtà. Per molte prevedibili ragioni il vero Provenzano non poteva essere così. Mentre la leggenda viveva di vita propria e di morte propria moriva, lui, molto semplicemente, invecchiava, avviandosi all’appuntamento con il finale che lo riportava nella ridotta cornice della storia. Segnato dal tempo Ed eccolo lì, infine, il Provenzano catturato. In carne e ossa, con i segni della decadenza e gli accessori dell’età: i capelli bianchi, gli occhiali dalle lenti grandi appesi al cordino per non dimenticarli in giro non ricordando più dove erano rimasti, il golfino e il giubbottino, il fazzolettone intorno al collo. Lo attraversa, a tratti, lo stesso accenno di un sorriso ma, più che una sfida non riposta, appare lo stanco riflesso dell’impaccio del ragazzo accanto alla pianta. L’ultimo "capo dei capi" si mostra indebolito da una lunga solitudine, banalizzato prima ancora che dallo scontato destino del male da quello di tutte le esistenze. Alla fine, nemmeno la leggenda offre una praticabile via d’uscita dal declino. Vederlo in manette tra agenti e cittadini comuni in festa, è un’immagine che soddisfa, ma non esaurisce la nostra curiosità sulla storia di quest’uomo sconosciuto. Quel che di lui ancora ci interessa sono le immagini che non abbiamo visto: l’album del passato misterioso e soprattutto, se davvero ci sono, le foto di gruppo in cui potremmo riconoscere qualcuno al suo fianco.
Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli (Bologna, 1960) è giornalista e scrittore. Fra le sue opere: Navi in bottiglia (Mondadori, 1993), Louisiana blues (Feltrinelli, 2001), L’artista (Feltrinelli, 2004), Non ci sono santi (Mondadori, 2006), Un tuffo nella luce (Mondadori, 2010), Domanda di grazia (Mondadori, 2014) e Solo bagaglio a mano (Feltrinelli, 2015), Coraggio! (Feltrinelli, 2016) e Senza fine. La meraviglia dell'ultimo amore (2018).

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