La vera differenza fra il voto del 10 aprile e questo di fine maggio non l’ha fatta l’astensionismo, o almeno non solo, ma il ‟fattore T”. T come territorio ma soprattutto come televisione. La campagna delle amministrative si è combattuta quasi per intero nelle piazze dell’Italia reale, sulle questioni concrete. Quella politica non era mai uscita dagli studi televisivi, dalla scena virtuale. La distanza fra i due mondi si allarga. Perfino nei commenti di questi giorni. Nel regno televisivo, virtuale, il centrodestra può ancora sostenere nei telegiornali amici di non aver perso le amministrative. Nell’Italia reale, le piazze festeggiano la vittoria dell’Unione, che non ha compiuto il miracolo di strappare Milano ma intanto ha stravinto a Roma, Torino e Napoli, conquistando pezzi di Nord, Centro e Sud che parevano inespugnabili. Anche stavolta le previsioni del centrosinistra erano sbagliate ma per difetto. La vittoria di Veltroni a Roma era scontata ma non nelle dimensioni e nessuno sperava nel plebiscito di Chiamparino a Torino o nei venti punti di vantaggio di Rosa Russo Iervolino a Napoli, dove Berlusconi puntava al sorpasso e si è speso in tre comizi.
Dov’è finita l’Italia spaccata in due dell’ossessivo slogan berlusconiano? Nel totale dei voti, il centrosinistra mostra un deciso vantaggio sull’opposizione. Forza Italia, protagonista della rimonta di aprile, arretra ovunque, nelle roccaforti come nelle zone ‟rosse”, perde qualcosa come dieci punti nella capitale, cinque a Torino, Napoli e perfino a Palermo, tiene con fatica a Milano. Paradossalmente il voto amministrativo, con quaranta giorni di ritardo, restituisce la fotografia politica che per mesi era stata dipinta da tutti i sondaggi, con un centrosinistra in vantaggio di quattro o cinque punti e il partito di Berlusconi in forte calo rispetto al 2001. Tutti smentiti, come si sa, la notte del 10 aprile. I sondaggi naturalmente sbagliano. Però è strano che sbaglino tutti insieme e nelle identiche percentuali. Ed è interessante che il voto delle amministrative, a soli quaranta giorni dall’altro, confermi alla virgola le previsioni di allora. Non sarà perché stavolta si è votato ‟a video spento”?
Le elezioni di aprile sono state le più mediatiche della storia, molto di più che nel 2001. Berlusconi ha puntato tutta la campagna sull’uso di una televisione per metà di sua proprietà e per l’altra metà sotto controllo ed epurata dagli elementi di ‟disturbo”, ovvero d’indipendenza, di cinque anni fa, da Biagi a Santoro. Del pannicello caldo della par condicio, per rispetto all’intelligenza dei lettori, non staremo a discutere. Con questa televisione sotto gli stivali, il Cavaliere è andato a caccia di tre obiettivi. Primo, demonizzare gli avversari e imporre la propria agenda, che partiva dallo stravolgimento del programma dell’Unione. Si è parlato per due o tre mesi soltanto di tasse sui Bot, tasse sulle seconde case e dei Pacs, forse le uniche tre cose che non figurano nel pur monumentale programma di trecento pagine stilato dai consiglieri di Prodi. Secondo, infliggere una massiccia presenza quotidiana del leader e di Forza Italia, anche a danno degli alleati, come testimoniano le ricerche dell’Osservatorio di Pavia e di altri istituti. Il terzo obiettivo, un po’ più nobile, è stato di portare al voto una fetta di elettorato ‟impolitico”, in prevalenza pensionati e casalinghe, che in condizioni normali si sarebbe astenuto ma risulta il più sensibile al condizionamento televisivo. E infatti, sono andati a votare in massa.
Altro che brogli nei seggi. Questo uso contundente, illegittimo e padronale della televisione è il vero, gigantesco broglio italiano, come del resto sostengono da anni giornali e televisioni di mezzo mondo.
Quanto vale allora il berlusconismo senza la forza urto di un apparato mediatico sotto controllo? Lo si è visto il 28 e 29 maggio in tutta Italia. In particolare a Napoli, il cuore della battaglia e della possibile e poi sfumata rivincita del centrodestra. Berlusconi ha seguito tutta la campagna napoletana, ha preso casa in città, si è candidato al consiglio comunale, si è appeso in manifesto in ogni angolo cittadino, ha organizzato tre grandi manifestazioni e la chiusura della campagna elettorale. Il risultato concreto di tanti sforzi, una volta contate e ricontate anche queste schede, è l’aver consegnato alla ‟zia” Rosa una seconda giovinezza politica e un trionfo personale. E il celebrato carisma del signore di Arcore? Si è spento con lo spegnersi della lucina rossa della diretta, svanito appena varcato l’uscio amico, lontano dal calore servile che lo circonda in ogni salotto televisivo.
Il confronto fra il voto a video spento e quello della campagna televisiva dovrebbe far riflettere il Cavaliere ma anche i suoi alleati, che per la verità lo fanno da tempo sia pure in segreto, e soprattutto la maggioranza. Una riforma del sistema televisivo, l’abolizione dei monopoli, il ritorno a un servizio pubblico di qualità e non lottizzato, non sono richieste da estremisti o, secondo lo stupidario corrente, ‟vendette personali”. Costituiscono una questione democratica fondamentale e purtroppo rinviata da oltre vent’anni. Riguardano il futuro civile del Paese. La democrazia mediatica non nasce con Berlusconi e non morirà con lui. È un processo irreversibile, si tratta di costruire regole per governarlo, com’è in tutti gli altri sistemi politici democratici, oppure inchinarsi ancora una volta al Far West. Per quieto vivere, convenienze più o meno confessabili, deficit di cultura liberale e democratica, per le solite ragioni di sempre. Ma almeno, la prossima volta, abbiano la decenza di non voler sostenere a tutti i costi che ‟la televisione non conta”.
Curzio Maltese

Curzio Maltese

Curzio Maltese, 46 anni, nato a Milano, cresciuto a Sesto San Giovanni, l'ex Stalingrado d'Italia. Da ragazzo, dopo un periodo tra fabbrica e radio 'libere', scopre una decisa preferenza per il giornalismo. Cronista a ‟La Notte”, poi alla ‟Gazzetta dello Sport”, dal 1986 inviato a ‟La Stampa” e dal 1995 editorialista a ‟la Repubblica”. Ha scritto di cronaca giudiziaria, sport, pubblicità, spettacolo, politica. Poi ha capito che erano diventati una cosa sola.

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