In attesa del gioco del calcio: il gioco delle parti. Davanti alle telecamere di tutto il pianeta, i calciatori iraniani appendono nelle loro camere tedesche cartellini indicanti la direzione in cui chinarsi per pregare rivolti alla Mecca. E i sauditi annuiscono gravemente mentre i camerieri portano via dal frigo bar tutte le bevande alcoliche. Gli allegri brasiliani ballano il samba. E gli argentini infilzano l’asado accennando movenze di tango.
Gli africani perpetuano tradizioni millenarie e celebrano riti di religione animista che agli agnostici sembrano stregoneria o circo. E gli italiani, prima di tirare il calcio d’inizio, si faranno il segno della croce. In tutto questo avanspettacolo ci sono due contraddizioni, figlie gemelle di una planetaria ipocrisia. La prima: sono i Mondiali della globalizzazione e sembrano, a colpo d’occhio, un raduno no global. Arrivano festose delegazioni da tutti gli angoli della Terra, con bandiere e divise, usi e costumi, fedi religiose e politiche assolutamente locali. Ogni ritiro diventa una repubblica autonoma che riproduce in scala il Paese di provenienza, con scorte da rifugio antinucleare di prodotti tipici, come se i centrocampisti giapponesi non adorassero farsi una pasta e i difensori italiani non avessero una passione per il sashimi. Non ora, non qui. Qui: a ciascuno il suo piatto, la sua musica, il suo dio. La nazione a casa deve riconoscersi nella Nazionale in trasferta, constatare che questi ragazzi sono effettivamente i suoi figli, infatti gli assomigliano, mangiano le stesse cose, cantano le stesse canzoni (si pretende pertanto che conoscano ed eseguano l’inno che nessun trentenne normale saprebbe più che fischiettare).
A guardare meglio non è un raduno no global, benché stiano per sfilare tutti insieme in nome della concordia, prima di prendersi a calci. È un reato in concorso: la truffa delle identità commessa impunemente sotto gli occhi compiaciuti del mondo intero. Contrabbanda l’idea che esista una qualche forma di corrispondenza tra chi abita in Costa d’Avorio e chi gioca accanto a Drogba. Induce per un paio di settimane emigrati ghanesi a riscoprire le proprie radici e comportarsi pubblicamente come se non se ne fossero mai staccati. Genera equivoci di valutazione per cui la "sensazione di leggera follia" che indusse un allenatore a portarsi in panchina l’acquasanta fu giudicata con indulgenza un sintomo d’italianità. E lascia aperta la questione della crisi d’identità per la squadra di Serbia e Montenegro, ora rappresentante di due nazioni diverse.
La commedia sarebbe perfino divertente se non fosse che il suo sottotesto appare la legittimazione del potere. Nel riprodurre comportamenti codificati i nazionali dicono alla nazione: anche voi pregate, mangiate, non bevete, imbandieratevi, rispettate le tradizioni. Infatti, presto o tardi (prima del via, quando c’è ancora entusiasmo, o dopo qualche successo) nel ritiro-cambusa arriva in visita un qualche ministro, un re da passeggio, alfiere di una monarchia costituzionale o, se la Storia lo impone, addirittura un presidente, talora incostituzionale. Che assaggia il piatto doc, accenna una danza popolare, benedice la bandiera e i ragazzi. Ma loro, che cosa c’entrano in questa recita?
Questa è la seconda e più grossa contraddizione. Se c’è una figura inadatta a incarnare l’identità e le tradizioni di un popolo è proprio quella del calciatore. Con qualche limitata eccezione questi sono uomini sradicati e apolidi. Grazie al calcio hanno lasciato le proprie terre d’origine, scoperto il mondo, imparato le lingue. Ascoltano musica lounge, mangiano da Nobu, vestono Armani, si avvolgono nella bandiera globale del successo, di quello soltanto riproducendo gli usi e i costumi. O davvero Ali Karimi, che fa il vice Ballack nel Bayern di Monaco, quando va nelle trasferte di Champions League toglie gli alcolici dal frigo bar? Adriano, nelle discoteche milanesi, balla soltanto il samba? E quel patriota ucraino di Shevcenko, preso da uno slancio di fine partita, dichiarerà alla tv ucraina che vuol tornare a Kiev e stava scherzando quando diceva che l’Inghilterra è la terra promessa e l’inglese la lingua universale dell’amore?
Il calcio è una forma di esperanto che ogni quattro anni torna a Babele, pretendendo di rivivere l’età dell’oro e dello stupore, quando i brasiliani giocavano in Brasile, le tv non li riprendevano e arrivano come una dicerìa, meravigliando perché si rivelava autentica. Oggi i Kakà sbarcano in Europa da ragazzini, sono figli adottivi, vengono educati qui e chi li ama lo fa con lo stesso amore che ha per Maldini. Il mondo si è rimpicciolito e mischiato, Arsenal e Inter vanno a volte in campo senza un inglese o un italiano. Ci si conosce tutti: l’iraniano Reazai, per dire, sta a Messina (rispetto a cui la Mecca è da qualche parte verso est). Ognuno mangia nel piatto dell’altro, si scambiano gli IPod, Dio viene nominato raramente e quasi mai con rispetto. I Mondiali assomigliano sempre più alla partita degli All Star di pallacanestro in America. Per far scontrare i migliori li assegnano a due squadre: Est e Ovest, con maglie diverse, ma senza nessuna identità o tradizione. Quelli fanno un match spettacolare e poi tornano alle loro squadre. Il pubblico sfolla contento e nessuno proclama che l’Occidente ha dimostrato la superiorità sull’Oriente o viceversa.
Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli (Bologna, 1960) è giornalista e scrittore. Fra le sue opere: Navi in bottiglia (Mondadori, 1993), Louisiana blues (Feltrinelli, 2001), L’artista (Feltrinelli, 2004), Non ci sono santi (Mondadori, 2006), Un tuffo nella luce (Mondadori, 2010), Domanda di grazia (Mondadori, 2014) e Solo bagaglio a mano (Feltrinelli, 2015), Coraggio! (Feltrinelli, 2016) e Senza fine. La meraviglia dell'ultimo amore (2018).

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