Dedicato a Galliani, ai figli di Tanzi e ai loro amichetti, alle ombre di Batistuta ieri e di Shevchenko domani. A chi gli ha preferito Inzaghi o Drogba. A chi avrebbe preferito Tevez o, addirittura, Cruz. E a Jose Pekerman, l’allenatore che invece ha scelto lui, Hernan Crespo, per guidare l’attacco e ne ha ricevuto in cambio il gol che ha sbloccato la partita e messo il Mondiale dell’Argentina in discesa. Crespo è uno che ricambia la fiducia, l’ha sempre fatto, anche con chi ha faticato a concedergliela. Non fa impazzire, fa gol. Per delirare si aspetta il Messi(a), per vincere basta questo straordinario centravanti qualunque. Il suo gol è semplice e simbolico. Palla in area, rinvio sbagliato, carambola su una schiena, palla vagante, Crespo la trova e la mette dove sa: dentro. A caricare l’azione di un doppio significato è che a sbagliare il rinvio sia l’ivoriano Drogba, che gli viene preferito nel Chelsea. Sarebbe una rivincita, se Crespo avesse mai veramente perso. Si sono persi qualcosa quelli che non l’hanno capito. A Parma sembravano aver avuto un’intuizione: gli fecero firmare il contratto nell’intervallo di una partita con la Colombia in cui segnò una doppietta. Arrivò in Italia nel ‘96 e non fu amore a prima vista. Nella tribuna del Tardini gli stessi figli di papà che dissipavano in bond argentini le loro e altrui ricchezze lo fischiavano annoiati, preferendogli la fatua inconsistenza e l’esibita sessualità di Faustino Asprilla, nella quale potevano specchiarsi. Quando le sue azioni risalirono, avevano già disinvestito. Crespo è un titolo sicuro su tutte le Borse, anche se finisce in mano ai corsari del mercato (dopo Tanzi, Cragnotti, poi Berlusconi e Abramovich). Segnò alla Lazio e segnò all’Inter, prima di rompersi quando, per un eccesso di generosità verso Cuper, allenatore come lui argentino e perbene, scese in campo malconcio e messo peggio ne uscì. Segnò al Milan, dove ritrovò Ancelotti, il primo ad averlo capito e protetto, perfino dall’ombra più grande che potesse allungarsi su un giocatore: quella di Roberto Baggio. Nell’estate in cui il Codino andò in saldo e ai Tanzi non parve vero di comprarlo, l’allenatore disse: «No, grazie, non vorrei che mi s’immalinconisse Crespo». Fu ringraziato lì e pure, anni dopo, al Milan. L’unica cosa che non ebbe in dono fu la Champions League, ma due gol nella notte folle di Istanbul Crespo li fece. Non bastarono, ma di più non poteva. Voleva ripagare Ancelotti e anche Galliani, ringraziarlo del suo regalo di nozze. Si era sposato da pochi mesi, con un’italiana innamorata del proprio Paese. «E come dono - gli disse il presidente - rileverò il suo contratto dal Chelsea e starete sempre con noi». Un mese dopo tornava a Londra, nell’unica squadra dove non si era trovato bene. Un altro avrebbe recriminato, chiamato un avvocato, convocato una conferenza stampa o messo su pancia e bigiato gli allenamenti. Crespo ha fatto la sola cosa che sa fare: gol. è andato in campo e alla prima partita l’ha messa dentro, diventando di colpo un idolo. Lui, un argentino in Inghilterra, con le Falkland e la mano di Diego come peccati originali. Per ringraziare il gentile pubblico della stima, ha fatto altri dodici gol. Quattro anni fa, in Asia, gli fu preferito quel che rimaneva di Batistuta, cioè poco. A questo Mondiale Pekerman ha fatto la mossa giusta: gli ha dato fiducia, dall’inizio e senza condizioni. Titolare parte Crespo, per i ragazzini c’è tempo, gli cresceranno intorno e non davanti. Ieri sera si è presentato all’appuntamento puntuale, con le scarpette rosse e la maglia numero nove. Ha retto da solo il peso dell’attacco, con Saviola che arretrava spesso sulla linea di Riquelme a creare l’azione più che a concluderla. Al ventiquattresimo minuto ha servito la specialità della casa e poi ci ha messo contorno e dessert. Il momento che fotografa la sua partita non è, per una volta, il gol, ma un’azione che non resterà nelle cineteche. Accade al diciottesimo della ripresa: c’è un rimpallo a centrocampo, la palla batte sul corpo di un argentino e sta per uscire in fallo laterale. Crespo si avventa in spaccata per recuperarla. Non ci riesce, ma conta il pensiero, quello che Batistuta o Inzaghi difficilmente avrebbero avuto, quello sincero, non come un regalo di Galliani. Esce dal campo un minuto dopo, salutato con un lungo applauso anche da Maradona, che a uno così di reti ne avrebbe potute far segnare due a partita. A una ci può arrivare pure Riquelme, figurarsi se si aggiunge il Messi(a). Anche il pubblico argentino sembra convinto: questo può essere l’uomo del destino, dei gol che pesano e di un bel Mondiale all’uncinetto: meno ricami e più punti. Quello di Crespo potrebbe essere il finale di una lunga storia d’amore, esemplare e irripetibile: aspetti per tutta la vita l’uomo che te la possa cambiare, poi una sera ti svegli in una città straniera e ti accorgi che è quello che hai sposato anni prima.
Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli (Bologna, 1960) è giornalista e scrittore. Fra le sue opere: Navi in bottiglia (Mondadori, 1993), Louisiana blues (Feltrinelli, 2001), L’artista (Feltrinelli, 2004), Non ci sono santi (Mondadori, 2006), Un tuffo nella luce (Mondadori, 2010), Domanda di grazia (Mondadori, 2014) e Solo bagaglio a mano (Feltrinelli, 2015), Coraggio! (Feltrinelli, 2016) e Senza fine. La meraviglia dell'ultimo amore (2018).

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>