L´Iran va al tappeto. Se l´era anche portato da casa, un persiano autentico, da regalare agli avversari messicani. È finita che quelli ce l´hanno spedito con due colpi da ko nel secondo tempo, dopo aver passato il primo a prendere le misure e farsi anche del male. Finisce qui la polemica che ha avvelenato la vigilia di una squadra di calcio ingiustamente caricata delle scelte atomiche e delle bordate a salve del suo regime. Il presidente Ahmadinejad non verrà in Germania per gli ottavi di finale perché, a meno di miracoli nella prossima partita con il Portogallo, la sua nazionale sarà già tornata a casa. Avanzerà invece questo Messico non esaltante ma cinico e con qualche elemento sopra la media vista fin qui. E ora, se permettete, lasciamo da parte Zapata e gli ayatollah e parliamo di calcio.
Iran e Messico si affrontano in una giornata di sole a Norimberga. C´è una bell´aria di festa con le tifoserie confuse dall´identità dei colori sulla bandiera e indotte a equivoci che sciolgono ogni possibile tensione già nelle strade intorno alla pomposa stazione. In maggioranza i messicani, ma gli iraniani si fanno sentire, anche le donne, quasi tutte non velate, emigranti felici. I tedeschi si presentano in tenuta da picnic, si ritirano nelle pubbliche aiuole, aprono le seggiole pieghevoli e guardano con aria distaccata questi popoli folkloristici che per un giorno riempiono le strade invece di spazzarle.
La partita si annuncia un play off: chi perde va a cercare il passaporto. Inizia più teso il Messico, appesantito dal pronostico. L´Iran appare ingenuo, ma proprio per questo imprevedibile. Ali Karimi è talora «semplifacente» fa una cosa semplice e stupefacente, smarca un compagno con la naturalezza di chi gioca in cortile. Manda all´esecuzione Mahdavikia, il "poligamo di tiro", quattro mogli e poca mira. Apre il gioco in tutte le direzioni e l´Iran si fa pericoloso a ripetizione, costringendo Sanchez, il portiere appena rientrato dalla sepoltura del padre, a scrollarsi il jet lag dalle ossa e trovare il tempo esatto per la parata. Ma si vedono anche terrificanti ciccate da parte di Ali Daei, che pure è l´attaccante veterano e s´intuisce che il Messico, più esperto, aspetta nell´ombra. Infatti segna al 28´ con Bravo, peperino d´attacco nominato capobranco causa latitanza di Borgetti, che uscirà per infortunio nella ripresa. Basterebbe insistere per mandare anzitempo l´Iran sul kilim o quel che era. Invece il centrocampo messicano evapora, la difesa non si stringe intorno a Rafa Marquez e da un´azione fortuita arriva il pareggio del difensore Golmohammadi, che concede un intervallo di speranza a tutti.
Otto minuti della ripresa e La Volpe, ct del Messico, ha già fatto tutte e tre le sostituzioni, per scelta o per dovere. Buon per lui, perché i nuovi entrati spingono molto di più e il passaggio dal 4-3-3 al 4-4-2 rende più razionale la manovra. Ma la vera svolta è l´avanzata di Rafa Marquez. Monumentale centrale del Barcellona, la Colonna in preda a un incantesimo si muove, s´improvvisa suggeritore, rifinisce l´azione, taglia il campo con passaggi di venti metri. Da´ spinta e morale, come fanno i grandi. Quando uno stopper prende in mano la squadra, generalmente si è alla frutta. Invece arriva il dolce. Lo serve lo stesso cameriere Bravo che aveva portato il primo. Ad agevolarlo è un errore di Rezaei, che in Italia avrebbe almeno dovuto imparare come non si rinvia. Ci sarebbe ancora tempo, ma l´Iran si smarrisce e subisce il 3 a 1 di Zinha, regalando al Messico una vittoria più larga del dovuto, ma del tutto legittima. Il pubblico, che aveva temuto l´orrenda patta con i persiani, si riscuote, danza e, come fosse davanti a un torero ubriaco di sangue, invoca: "Quatro! Quatro!". Il conto si ferma a tre e tanto basta per avanzare.
Quel che resta del Mondiale dell´Iran è davvero una sfida temeraria, ma la vera sfida è stata già vinta. Era venire qui come le altre squadre, giocare, portare allo stadio la propria gente, donne incluse, farla sperare e, per un po´, anche credere. Sull´”Herald Tribun” di due giorni fa erano riportate le parole di un uomo di Teheran di 82 anni: «Da ventisette anni sto aspettando un´occasione per poter fare festa in pubblico». Fra nove giorni c´è la partita con l´Angola. Nel caso, non sarà granché come trionfo e avverrà pure fuori tempo massimo, ma non è che la vita si metta lì ad aspettare quando sei comodo per essere felice e quindi è meglio attaccarsi a ogni occasione. Lo fanno i messicani, già esultanti come se avessero vinto la Coppa del Mondo, azzerato il debito nazionale o riconquistato la California. Loro hanno Marquez, l´Iran ha Rezaei. Né politica, né letteratura, la differenza è tutta lì.
Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli (Bologna, 1960) è giornalista e scrittore. Fra le sue opere: Navi in bottiglia (Mondadori, 1993), Louisiana blues (Feltrinelli, 2001), L’artista (Feltrinelli, 2004), Non ci sono santi (Mondadori, 2006), Un tuffo nella luce (Mondadori, 2010), Domanda di grazia (Mondadori, 2014) e Solo bagaglio a mano (Feltrinelli, 2015), Coraggio! (Feltrinelli, 2016) e Senza fine. La meraviglia dell'ultimo amore (2018).

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