Le parole di Bossi sulla possibilità di una "via non democratica" alla devoluzione in caso di vittoria del No (guerra di secessione? golpe padano?) erano un perfetto test sul grado di fascismo residuale della destra italiana. Si può dirlo con più "politically correct" ma la sostanza è quella. La cialtronesca attitudine della politica italiana a spararle sempre più grosse ci ha ormai assuefatti al peggio. Ma un leader di partito ed ex ministro della Repubblica che rinnega a priori il voto democratico ed evoca l'uso di "altri mezzi" dovrebbe provocare unanime sdegno, anzi disgusto, a sinistra come a destra. Così non è stato.
Il "test Bossi" è andato male. Ha rivelato a destra un alto tasso di tolleranza o simpatia per l'eversione o magari nostalgia per il manganello. I soli a indignarsi sono stati gli ex democristiani, non a caso gli unici figli di una storia antifascista. Fini si è comportato nella circostanza da a-fascista. Una dose minima di condanna, a uso personale, qualche dubbio di piccola strategia elettorale, tipo "a chi gioca?". Per il resto tanta paterna comprensione per i camerati che ancora sputano sui "ludi cartacei". Berlusconi, già sdoganatore del regime mussoliniano dispensatore di "vacanze gratis" ai dissidenti, ha difeso l'uscita di Bossi con vigore e quasi con sollievo. Ecco finalmente uno che gli suggerisce una buona alternativa al conteggio e riconteggio delle schede: la marcia su Roma.
Quanto alla Lega, il grado di fascismo imitativo del movimento dovrebbe ormai essere chiaro a tutti. Le stesse trovate di allora riciclate in salsa padana. La camicie verdi piuttosto che nere, i nonni celti per inventarsi la gloria che non c'è, l'eroismo immaginario di una storia riscritta in fretta e senza congiuntivi, il razzismo dei gerarchi, dal Borghezio al Calderoli, esplicitato in "gesti esemplari".
È un modo esagerato di porre il problema? Forse. Ma intanto, una volta o l'altra, bisognerà pur affrontare il nodo di questo fascismo eterno che impedisce all'Italia di avere una destra normale, europea. Non s'è mai visto né potrebbe esserci nei partiti conservatori tedeschi, inglesi, francesi, spagnoli un leader che chiama i suoi militanti all'uso di vie non democratiche. Nemmeno Le Pen, nemmeno Haider, per il quale l'Unione adottò le sanzioni.
È superfluo aggiungere che non esistono apprendisti stregoni dell'eversione neppure nella sinistra più estrema, pure sottoposta da anni a quotidiani test di democrazia con prelievi di sangue da parte dei media.
Questa è l'altra faccia dell'anomalia, lo specchio deformato di un'informazione servile. Che cosa sarebbe successo se a evocare l'uso di vie non democratiche fosse stato, poniamo, Bertinotti? Uno scandalo enorme, l'apertura di tutti i telegiornali, dibattiti fiume nei salotti televisivi con interminabili tirate sul pericolo comunista, manifestazioni di piazza. Se invece a dare i numeri è un amico del padrone, allora si procede coi guanti bianchi, pochi titoli, il solito panino con botta e risposta e ultima parola alla destra.
Giorni fa il professor Giovanni Sartori ha segnalato il pericolo che il referendum del 25 e 26 giugno venga percepito da chi guarda la televisione soltanto come un voto per ridurre il numero dei parlamentari. È il principale argomento citato dalle cosiddette finestre informative referendarie che passano a ogni ora sulle reti Rai e Mediaset e sembrano studiate dall'ufficio marketing di Lega e Forza Italia.
L'abbaiante sortita leghista sarà almeno servita a risvegliare qualche coscienza democratica. Il 25 e 26 giugno non si vota per il numero dei parlamentari (che dovrebbe essere ridotto in ogni caso) ma per disinnescare con un No una bomba a orologeria, la devolution, che può scardinare la Costituzione, le istituzioni, la coesione democratica del Paese. Si vota per non ritornare al più bolso e antistorico dei municipalismi, perché questo e non il mitico federalismo è sempre stato il progetto della Lega. Il rischio fino a ieri era che il centrosinistra, in nome di un malinteso e retorico federalismo, cercasse anche dopo una vittoria referendaria un compromesso con la destra.
Le parole di Bossi hanno chiarito che non si possono firmare compromessi con chi non accetta i fondamentali della democrazia. L'unica cosa da fare, con la devolution che ci perseguita con la sua retorica da oltre un decennio, è aprire il voluminoso sacco della spazzatura della storia e chiuderla dentro.
Curzio Maltese

Curzio Maltese

Curzio Maltese, 46 anni, nato a Milano, cresciuto a Sesto San Giovanni, l'ex Stalingrado d'Italia. Da ragazzo, dopo un periodo tra fabbrica e radio 'libere', scopre una decisa preferenza per il giornalismo. Cronista a ‟La Notte”, poi alla ‟Gazzetta dello Sport”, dal 1986 inviato a ‟La Stampa” e dal 1995 editorialista a ‟la Repubblica”. Ha scritto di cronaca giudiziaria, sport, pubblicità, spettacolo, politica. Poi ha capito che erano diventati una cosa sola.

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