In Australia erano ormai fuori dalla strada per i Mondiali e cercavano una guida che li rimettesse in carreggiata. Disse un dirigente: ‟Go Dutch! You can’t go wrong”. Tradotto: prendete un olandese, non potete sbagliare. Chiamarono Gus Hiddink. Sono in Germania e all’esordio hanno battuto il Giappone. A Trinidad e Tobago i Soca Warriors perdevano tutte le battaglie, al seguito di Bertille Saint Clair, già dal nome l’uomo sbagliato nel posto sbagliato. Chiesero ai giocatori: ‟Chi vorreste al suo posto?”. Risposero: ‟Un olandese”. Andarono a cercare Leo Beenhakker in Messico, gli tolsero il margarita dalle mani e ci misero una squadra senza avvenire. L’ha portata qui e al debutto ha fermato la Svezia. In Corea del Sud che ci volesse un olandese lo sapevano già, avendo vissuto la loro meglio gioventù con Gus Hiddink. Partito lui, ne avevano provato un altro, Jo Bonfrere (e anche lì, il nome non prometteva bene). Poi un altro ancora: Dick Advocaat. Con lui sono arrivati alla Coppa del Mondo e l’hanno iniziata battendo il Togo. Due vittorie e un mezzo miracolo. ‟Go Dutch!” e il Mondiale si apre come lo sognavi. La seconda serie di partite li renderà meno infallibili, ma questa è la loro ora. Di Dick, Gus e Leo, tre nomi da suonatori di night che ogni tanto si lasciano il palco o improvvisano una jam session. Tre facce da calcio vissuto come avventura, non come impiego. Tre nomadi che, a metterne insieme la carriera, hanno conquistato il mondo in un risiko pallonaro: dall’Arabia Saudita alla Spagna, dagli Emirati Arabi alla Scozia. Passando, ovviamente, per l’Olanda. In comune hanno avuto la panchina della nazionale arancione e scudetti in patria e nella Liga. Si sono passati qualche squadra. Si ritroveranno dopo i Mondiali in Russia (Gus alla nazionale, Dick in un club, Leo in trattative). Per ora sono qui e queste sono le loro storie. Dick Tapiantaat Come gli altri è stato un giocatore modesto. Da allenatore cominciò in piccoli club per approdare con successo al Psv. Poi passò ai Rangers di Glasgow dove gli scudetti si giocano a pari e dispari con il Celtic. Qui ebbe in dotazione Gattuso e gli chiese di fare il difensore. Ringhio credette che fosse un esperimento. Quando capì che era una decisione stabile se ne andò. L’Olanda lo chiamò come vice di Rinus Michels, detto il Generale. Quando a questi venne un mezzo infarto gli fece da supplente, in coppia, guarda il caso, con Leo. Nel ‘94, negli Usa, portò la squadra ai quarti di finale con il Brasile, poi se ne andò (e gli successe Gus). Aveva altri impegni: doveva farsi il trapianto ai capelli. Lo si può vedere nella pubblicità della "Hairlase" di cui ha acconsentito a diventare testimonial. Sta accanto al Cesare Ragazzi d’Olanda e mostra la ricrescita della sua chioma dal ‘96 al 2000. Dichiara: ‟Credevo fosse doloroso, non è stato così. Ora ho una folta capigliatura e ricevo commenti positivi. Il risultato parla da sé”. Impressionata, la Federazione gli riaffidò la Nazionale dopo i Mondiali del 2002. All’Europeo del 2004 andò in semifinale, ma le sue tattiche e sostituzioni furono criticate, non soavemente. Ritrovo due titoli di giornale: ‟Dick si spara sui piedi” e ‟Advocaat è deficiente?”, in cui l’editorialista propende per il sì. Emigrò a Dubai, ct della nazionale degli Emirati e davanti a lui sembrò esserci solo deserto, quando lo chiamarono in Corea. Partì con entusiasmo, arruolò il vice di Gus, che si chiama Pim e probabilmente suona la batteria. Ha imposto allegria e stile. Ha mandato le convocazioni per lettera. Aggiungendo R.S.V.P. Sono venuti tutti. Hanno vinto, ‟il risultato parla da sé”. Don Leo C’è una scena memorabile nella saga del "Padrino". Al Pacino nella parte di Don Michael Corleone, costretto a scatenare un’altra guerra dopo che aveva cercato di imborghesire il clan, dice rabbioso: ‟Ogni volta che credo di esserne fuori, mi ritirano dentro”. Don Leo se ne stava in Messico, dove sostiene di aver passato gli anni migliori della sua nomade vita. Allenava l’America e consegnava alla storia massime come: ‟Un hobby è piacevole se non hai tempo di praticarlo”. Gli telefonarono da Trinidad e Tobago, offrendogli la Nazionale. Spense il sigaro, prese l’aereo e ricominciò a lottare. Lo fa da trent’anni. Circa, perché la sua età non è sicura. Certi giorni dice 62, altri 64. Mai professionista da calciatore, lo è stato da allenatore. Arrivato in fretta all’Ajax, vinse lo scudetto e scoprì Rjikard (altro olandese alla moda, sulla panchina del Barcellona). Gli affidarono la Nazionale, ma a Italia ‘90 non andò oltre gli ottavi. Meglio con il Real Madrid: tre scudetti in tre anni e poi adios. Come all’Ajax, se ne andò sul più bello. Il mondo lo chiamava. Traslocò al Grasshopers in Svizzera e poi alla nazionale dell’Arabia Saudita, dove litigò con qualche principe e salutò alla svelta: lo attendeva il Messico. A Trinidad e Tobago è approdato come un concorrente dell’Isola dei famosi: il meglio pareva averlo già dato. Ma ha detto che essere lì o al Real per lui era la stessa cosa: ‟In campo si parla una sola lingua e ci sono principi universali: tenere palla, organizzare la difesa, fare gol”. Semplice. Ancor più lo è quel che ha detto ai calciatori nel primo allenamento: ‟Il gioco si chiama calcio perché bisogna calciare la palla, se state tutti seduti sul cesso, perdiamo. E l’idea mi fa schifo”. Infatti con la Svezia hanno pareggiato. Se vuole andarsene sul più bello, forse è arrivato il momento. Hie-dung-gu Gus non ce lo siamo scordati. E’quello che stava sulla panchina della Corea del Sud quando, quattro anni fa, eliminò l’Italia. E’quello che un commentatore radiofonico voleva nominare presidente, che le aspiranti Miss Corea elessero "marito ideale", l’uomo dei miracoli, alla cui casa natale di Doetinchem vanno in pellegrinaggio pullman di coreani. Al primo allenamento a Seul urlava a casaccio: ‟Fuck you, Kim!”, ‟Fuck you, Lee!”. All’ultimo Kim e Lee piangevano di anticipata nostalgia. Gus è lo zingaro felice che conquista il mondo. Non ha bisogno di molto per farlo. Non certo di giocatori. Quando stava al Psv, ogni anno i dirigenti gli annunciavano qualche cessione: via Robben e Kezman: ‟Ne farò a meno”. Via Park e Van Bommel: ‟Pazienza”. Continua a vincere. Altro giocatore scarsissimo, è arrivato (come Dick) dal Psv alla Nazionale, uscendo ai quarti negli Europei del ‘96 e ai rigori nella semifinale con il Brasile a Francia ‘98. Dopo, ha vagato tra Turchia e Spagna, prima di farsi erigere il tempio di Hie-dung-gu (come lo chiamano) a Seul. Tornato in patria, ha spaventato il Milan nella semifinale di Champions League dello scorso anno, è stato a un soffio dalla panchina inglese, si è preso quella australiana come secondo lavoro e ha prenotato quella russa per il futuro. Qual è il segreto di Dick, Leo e Gus? Che cosa li rende vincenti ovunque? La risposta è di Leo. Comincia dicendo: ‟Abbiamo una filosofia del calcio...”. Poi gli viene da ridere e dice: ‟Noi arriviamo, dopo pochi giorni ci sentiamo a casa, accettiamo qualunque cultura, parliamo la lingua del posto. E diciamo ai ragazzi di tener palla, difendere e fare gol”.
Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli (Bologna, 1960) è giornalista e scrittore. Fra le sue opere: Navi in bottiglia (Mondadori, 1993), Louisiana blues (Feltrinelli, 2001), L’artista (Feltrinelli, 2004), Non ci sono santi (Mondadori, 2006), Un tuffo nella luce (Mondadori, 2010), Domanda di grazia (Mondadori, 2014) e Solo bagaglio a mano (Feltrinelli, 2015), Coraggio! (Feltrinelli, 2016) e Senza fine. La meraviglia dell'ultimo amore (2018).

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