Tu accendi una speranza, passi la fiaccola di mano in mano a un intero popolo (togolese, italiano o americano) poi arriva Ahn e te la spegne. Per chi l’avesse dimenticato è quel coreano che saltò più in alto di Maldini e cacciò l’Italia dal Mondiale asiatico. L’avevamo perso di vista dopo che il presidente del Perugia Gaucci, vittima di un delirio patriottico, non l’aveva più voluto nella squadra dove avrebbe accolto Gheddafi jr. In questi quattro anni il ripudiato ha preso la moglie, che fu Miss Corea, e se n’è andato ramingo. Prima in Giappone, poi in Francia, infine in Germania. ‟Sono qui - annunciò arrivando - per sentirmi a casa quando giocherò i Mondiali”. Pochi credevano in lui e nelle sue parole. Nella patria di Marx più che altrove la tragedia, quando torna, è una commedia. Rivedere i coreani con le stesse magliette di quattro anni fa, appena sbiadite dai lavaggi, già bastava. Anche l’allenatore, l’olandese Advocaat, pareva una copia scolorita del grande Hiddink. E senza gli arbitraggi a favore dove poteva mai sperare di arrivare questa Corea? Chi la poteva trascinare? Ahn? Ha pescato il jolly una volta, a questo giro gli toccherà il due di picche, non è neppure titolare, dicevano. Ahn non è mai titolare, ti arriva alle spalle, quando hai abbassato la guardia. Questa è l’unica cosa che Advocaat ha imparato da Hiddink: tieni a cuccia Ahn e, quando la partita sembra finita, lo sguinzagli. Accadde nello stadio di Daegu, quando gli Stati Uniti vincevano poi, a dodici minuti dalla fine, entrò lui e fece pari. E’accaduto ieri, con la sola differenza che stavolta ha segnato il gol della vittoria e adieu Togo. Prima del suo ingresso è un’altra partita. L’anarchico Togo cerca di dimostrare alla Storia che l’allenatore è superfluo. In panchina è riapparso Otto Pfister, in tenuta da balera, con camicia nera a righine aperta per mostrare petto e ciondolo. Se n’era andato tre giorni fa, è ritornato nella notte, dopo aver parlato con Rock Gnassinbe, fratello del presidente della Repubblica e capo della federazione. Deve aver ricevuto qualche amichevole consiglio. Così ha ripreso in mano la squadra che non conosce, avendola incontrata per la prima volta un mese fa. Ogni tanto si alza e fa gesti a qualcuno che neppure lo guarda. I difensori legnano (specie Abalo, che verrà espulso), i centrocampisti arrancano, ma davanti ci sono due tizi notevoli: Adebayor (che gioca nell’Arsenal) e Kader (del francese Guigamp). Bastano per mettere in crisi una Corea che, rispetto a quella di Hiddink, sembra rivista al moviolone. Non basta che le abbiano suonato l’inno nazionale due volte, prima di accorgersi che il secondo non era del Togo (se non sei del Paese, le musichette sono tutte uguali). La Corea dorme e nei suoi incubi appare Kader, che la ferisce con un colpo di rasoio. L’intervallo dev’essere un brutto risveglio per Advocaat. Non sa a che santo votarsi. Nella sauna di Francoforte fa un caldo che avvantaggia il Togo. Nella partita a flipper, tutta rimpalli, l’inferiorità tecnica degli africani viene compensata dal maggior dinamismo, non hanno uno schema, ma che importa: 4X2= Otto, poi ci pensano quei due là davanti. Advocaat è ormai sul davanzale quando nella camera della sua testa si accende una luce: Ahn. Che cos’ha da perderci? Manda dentro Ahn. Poi, certo, Abalo si fa espellere e sul successivo calcio di punizione Lee Chun Soo pareggia. Ma anche un punto col Togo cancellerebbe le speranze di qualificazione coreane e provocherebbe il disonore della spedizione. Ed eccolo li, Ahn, con quella faccia da Actarus, ragazzo-robot "cuore e acciaio" dei cartoni animati. Va anche detto che i difensori togolesi non è che lo chiudano in una morsa. Forse perfino a loro è giunta notizia che è un centravanti finito, da cui non aspettarsi altri miracoli. Come molte notizie, anche pubblicate, si rivela falsa. Ahn è vivo e lotta per conto suo. Scaglia una palla rotante che va sotto la traversa e chiude la partita. Il settore togolese dello stadio si ammoscia. Diversamente da italiani e americani meritava di più, ma Ahn aveva diritto a questa rivincita. Magari Gaucci se lo sarà guardato da Santo Domingo. Di certo se lo riguardano i coreani, che restano nello stadio dopo il 90° minuto a vedere il replay del gol, una, due, tre volte e a ognuna esultano come se fossero sorpresi. E’un gol di Ahn: chi se l’aspettava più?
Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli (Bologna, 1960) è giornalista e scrittore. Fra le sue opere: Navi in bottiglia (Mondadori, 1993), Louisiana blues (Feltrinelli, 2001), L’artista (Feltrinelli, 2004), Non ci sono santi (Mondadori, 2006), Un tuffo nella luce (Mondadori, 2010), Domanda di grazia (Mondadori, 2014) e Solo bagaglio a mano (Feltrinelli, 2015), Coraggio! (Feltrinelli, 2016) e Senza fine. La meraviglia dell'ultimo amore (2018).

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