Il sospetto che Josè Pekerman fosse un tipo speciale mi venne nell’estate del 1999 a Buenos Aires. Seguivo in tv una partita dell’Argentina. Nell’intervallo il commentatore lo intervistò. Pekerman aveva da poco rifiutato l’incarico di selezionatore, suggerendo Bielsa e rimanendo sulla panchina della giovanile. Gli fu chiesto di compilare la sua formazione ideale di tutti i tempi. Partì, prevedibilmente, con i campioni del mondo del ‘78 ma, arrivato al libero, anziché Passarella, nominò Carlovich. Il telecronista non reagì, ma si capì che non aveva idea di chi fosse colui. Qualche giorno dopo, incuriosito, il quotidiano "Clarìn" andò a scovare Carlovich: era un piastrellista di Rosario, figlio di un gitano. Aveva giocato nella massima serie tre partite, prima di infortunarsi. Nella seconda aveva segnato un gol strepitoso, di tacco. Richiesto di un parere, Maradona mentì: ‟Me lo ricordo, sì. Era grandioso”. A quel punto era chiaro che il personaggio da scovare era Josè Pekerman, l’anti-Dieguito. Sua la biografia da ricostruire e mettere da parte per quando fosse diventato, inevitabilmente, il ct dell’Argentina delle meraviglie. Nato da famiglia modesta si appassionò al calcio alla radio. Non vide mai Sivori, ne sentì parlare e tuttavia se ne innamorò. Serviva ai tavoli di una gelateria e scommetteva sul pallone per rotolare lontano. Ci riuscì, ma non con i suoi piedi. La sua carriera di giocatore fu modesta e, come quella di Carlovich, fermata da un infortunio. A ventotto anni era già sceso dalla giostra e salito sul taxi. Solo che a lui toccava guidarlo. Nel 1978, mentre Passarella alzava la coppa e gli assassini in divisa annuivano soddisfatti, Peckerman guidava una Renault 12 per le strade di Buenos Aires. Racconta che quella sera un passeggero gli chiese: ‟Ma lei non era un calciatore?”. E lui rispose: ‟No”. Il destino a cui era sfuggito lo aspettava a Samarcanda: fu di nuovo cameriere, servendo empanadas invece di gelati. Tramontava, mentre sorgeva l’astro di Maradona. Poi ebbe il coraggio di proporsi in federazione, gli offrirono un incarico nelle giovanili. Girò il Paese in cerca di talenti. Si spinse in Patagonia, nella Terra del Fuoco, nessun luogo era lontano pur di trovare un nuovo Carlovich. Cominciò a vincere. Con i ragazzi, nemmeno Brigitte Bardot ha avuto tanto successo. Otto titoli, tre mondiali Under 20. Diede ai suoi tre animali i nomi dei luoghi in cui trionfò: Argentina, Malesia e pazienza per il cane chiamato Qatar. Divenne famoso. Cercò di deviare l’attenzione da sé raccontando la leggenda del cugino del padre di suo nonno che emigrò in America ed ebbe un nipote di nome Gregory. Divenuto attore, questo Peckerman si accorciò il cognome e sui cartelloni di "Mezzogiorno di fuoco" fu Gregory Peck. L’Argentina di Maradona vinse un Mondiale (‘86), conquistò una finale (‘90), diede uno spettacolo grandioso e sciagurato (‘94). Peck continuò a cercare pepite in Patagonia. Trovò Saviola e Sorin, Aimar e Cambiasso. Enunciò una innovativa teoria delle fondamenta: se devi costruire un edificio, fallo su Riquelme. Allevò una generazione di fenomeni e li disperse nel mondo, come una cellula in sonno pronta a entrare in azione nel momento decisivo. A tutti disse arrivederci a quando quell’ora fosse arrivata. Richiamato dalla federazione nel 2004, questa volta rispose sì. Disse Maradona: ‟Non è l’uomo giusto, non può farcela”. Alla vigilia del Mondiale si augurò il collasso della squadra, per poterla prendere in mano e rifondarla. A Peck rimproverò di aver portato Cruz invece di Aguro. Lo stesso fece il blogger "Idiota per la pelota" e non è detto che siano due persone diverse. Non ottenne una polemica, solo parole misurate e riconoscimenti. Peck aveva la stima dei suoi ragazzi, non gli serviva quella di nessun altro. Si confermò l’anti-Dieguito. Finita la carriera, Maradona ha tracimato, è imploso, ha ballato sotto le stelle. Peck è andato a lavorare. Maradona è un autodistruttivo che sopravvive sempre. Peck è un costruttivo che qualche volta affonda (gli è capitato in Spagna, col Leganes e in Cile, col Colo Colo). Maradona è un guerrigliero da circo mediatico. Peck un signore da campo che predica valori senza presente: rispetto, solidarietà, correttezza. Quando, invece del collasso, ha cominciato a profilarsi la rinascita, dalla tribuna e davanti ai microfoni Diego è impazzito per Peck. Come lui molti altri: tutti sul taxi del vincitore. Lui guida tranquillo con l’abito blu, il suo amico Hugo nel sedile di fianco e un cucciolo chiamato Germania che aspetta nell’anticamera del mondo. Ha la sua grande famiglia: una moglie, due figlie, ventidue ragazzi e una fondamenta di nome Riquelme. A tutti insegna uno schema e un momento in cui liberarsene e fare quel che sentono, possibilmente di tacco. Lo faceva il piastrellista Carlovich, lo hanno fatto Sorin e Crespo. È solo l’inizio. E’sempre un inizio. Lo dice Peck: ‟In Argentina conta soltanto l’ultima partita”. Oggi sei un Condottiero Invincibile, domani un qualunque tassista. Quel che conta è ciò che pensa chi ha fatto la strada con te.
Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli (Bologna, 1960) è giornalista e scrittore. Fra le sue opere: Navi in bottiglia (Mondadori, 1993), Louisiana blues (Feltrinelli, 2001), L’artista (Feltrinelli, 2004), Non ci sono santi (Mondadori, 2006), Un tuffo nella luce (Mondadori, 2010), Domanda di grazia (Mondadori, 2014) e Solo bagaglio a mano (Feltrinelli, 2015), Coraggio! (Feltrinelli, 2016) e Senza fine. La meraviglia dell'ultimo amore (2018).

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