Zidane, Ballack e Roberto Carlos sono rimasti a giocare con Josè nello scrauso cortile sudamericano ricreato dall’Adidas: si divertivano più che ai Mondiali. Del Piero non ha finito di fare il pieno alla sua moto da sparviero, quindi non parte. Ronaldinho è ancora alla festa bavarese della Pepsi, con tre biondine che gli fanno le treccine ai capelli e ride felice, molto più che a giocare con Ronaldo. Totti ha tolto la presa, ma Vodafone ha dimenticato di spiegargli come si accende la luce e vaga nella semioscurità. Il Mondiale è decollato, ma i campioni più attesi sono rimasti a terra. Prenderanno il prossimo volo, intanto hanno mandato le loro controfigure (gente che non ha nomi da leggenda, tipo Fred o Crouch) o proiettato ologrammi che non possono essere loro. Fin qui è la Coppa dei Fantasmi, della conclamata scissione tra realtà e fantasia, ma soprattutto tra sport e spot.
La rivedevo ieri al cinema, quella reclame geniale girata in un finto cortile terzomondista con i ragazzini che fanno le parti e chiamano in campo questo o quel milionario. E immaginavo i copy che sceglievano fior da fiore: mettiamo questo che piace alle donne, questo che è di colore, questo che è giovane. Un casting stellare, con il solo limite di evitare quelli che avevano già firmato con la rivale Nike. Un bel filmato, con la palla che rimbalza sul tipo che aggiusta il motore dell’auto scassata, il portiere che sposta un gol oltre la riga e protesta come un ragazzino, la mamma che richiama Josè e lui che si porta via il pallone e li lascia tutti lì come figurine. Lo guardavo e pensavo: ‟Però! Hanno preso i soldi ma anche una bella maledizione”.
Appaiono: Cissè, rotto e non pervenuto; Khan, esiliato in panchina; Ballack, infortunato e appena recuperato. Poi arriva la festa in costume. I bavaresi bevono Pepsi e danzano con Ronaldinho fin qui l’ombra di se stesso e Roberto Carlos, che ha lasciato la dinamite nelle ciabatte in hotel anziché metterla negli scarpini. La dannazione dello spot colpisce anche gli azzurri: se per Totti e Del Piero era sospettabile (sono gli eredi di Houdini, sul più bello spariscono), è bastato che Luca Toni avesse finalmente la sua parte da uomo sandwich tra due suole di scarpe perché anche lui svanisse. Non è una questione scaramantica: realtà e pubblicità sono due universi paralleli, la porta che si apre per far passare i calciatori dall’uno all’altro talora si richiude e quelli rimangono per sempre prigionieri dell’altra dimensione. Dribblano ectoplasmi, cavalcano su nuvole di nuovi profumi, aprono un sito ma non vanno più in rete. Sono anni che Beckham è prigioniero di questo incantesimo, che Del Piero è «annacquato», che Zidane va in tournée come fanno qui i Deep Purple e i Rolling Stones: a rappresentare il passato.
Tutto questo ragionamento contiene qualche verità, una eccezione e ammette la prova contraria. Le verità sono sotto gli occhi di tutti: i palloni d’oro e d’altro pregio non luccicano. Ronaldinho languisce all’ala. Nedved è quello della Juve, Adriano quello dell’Inter, cioè prodotti non esportabili. Ronaldo sviluppa un morbo psicosomatico a cui presto verrà dato il suo nome. Ballack entra e fa rimpiangere il sostituto. Del Piero entra e non fa rimpiangere Totti perché non c’era niente da rimpiangere. In testa alla classifica marcatori, Fernando Torres. Certo, i campioni dello spot hanno giocato tanto, alcuni hanno trascinato le loro squadre nei campionati e nelle coppe. Hanno preso più calci degli altri e subito infortuni. Ma di molti (soprattutto di Adriano e Zidane) si era detto che si erano risparmiati per i Mondiali, invece sembra non abbiano altro da spendere. Giocano meglio nell’intervallo, quando va in onda la pubblicità. Sono uomini immagine, ma in diretta l’immagine è fuori fuoco. E se per Zidane o Roberto Carlos l’età fa suonare la campanella dell’ultimo giro e il tramonto è naturale, per altri, come i nostri talloni d’Achille, è la pazienza a decretarlo. La stessa che, invece, si può ancora usare per Rooney e Messi. Sono ragazzini, il loro ritardo è giustificato e comunque hanno già spedito succinti telegrammi scritti con classe.
L’eccezione è Kaka. Giganteggia nel cielo sopra Francoforte, s’aggira per i rotocalchi ricoperto da Armani, ma poi va in campo e gioca alla grande. E’ l’unico del Brasile arrivato puntuale e con il bagaglio di tiri e finte dichiarato alla dogana della realtà mentre usciva dall’universo parallelo.
La prova contraria è quella che va ammessa dal 24 giugno, quando scatteranno gli ottavi a eliminazione diretta. La vecchia storia dei duri che cominciano a giocare quando il gioco si fa duro è un dato di fatto. Nel’82 si sarebbe potuto cominciare un articolo come questo con il nome di Paolo Rossi. Nel ‘90 con Maradona. E quattro anni fa con Ronaldo. Poi, nelle tre partite che contano, hanno cambiato il proprio destino e quello dei Mondiali. Molti degli attuali fantasmi prenderanno corpo. Dovendo scommettere: Ronaldinho, Rooney e Ballack sono alla frontiera del reale, pronti a stupirci. Altri continueranno a giocare con Josè o con la presa del telefono.
Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli (Bologna, 1960) è giornalista e scrittore. Fra le sue opere: Navi in bottiglia (Mondadori, 1993), Louisiana blues (Feltrinelli, 2001), L’artista (Feltrinelli, 2004), Non ci sono santi (Mondadori, 2006), Un tuffo nella luce (Mondadori, 2010), Domanda di grazia (Mondadori, 2014) e Solo bagaglio a mano (Feltrinelli, 2015), Coraggio! (Feltrinelli, 2016) e Senza fine. La meraviglia dell'ultimo amore (2018).

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