D’accordo che il coraggio uno non se lo può dare e Don Abbondio si conferma un punto di riferimento sicuro per il centrosinistra. Ma almeno alla Rai, dopo cinque anni di urla e strepiti sull’occupazione berlusconiana e nel mezzo della solita ‟emergenza morale”, ci si poteva aspettare dalla maggioranza un guizzo riformista, qualcosa di sinistra, il segnale di una svolta. È invece arrivata la nomina di Claudio Cappon alla direzione generale. Un ritorno all’insegna del meno peggio e di quel democristianissimo ‟tirare a campare” che è già diventato lo slogan della maggioranza, a soli settanta giorni dalla vittoria elettorale.
Naturalmente non è in questione la persona. Claudio Cappon è un manager serio, onesto, capace, che non è poco nel quadro di devastante squallore offerto dalla classe dirigente nazionale, sempre più simile al cast di un film dei fratelli Vanzina (ma più volgare). È terrificante piuttosto il metodo.
Un’orgia partitocratica, si sarebbe detto un tempo. Un’orgetta di partiti e soprattutto partitini, puniti dagli elettori ma più arroganti che mai, ben rappresentata dal teatrino di un consiglio d’amministrazione formato parlamentino, incaricato dalle segreterie di silurare i candidati troppo ‟movimentisti” (si fa per dire: Perricone, Minoli e altri) per approdare infine al solito inciucio sul nome più innocuo, almeno sulla carta. Quello che piace a tutti, da Sgarbi a Bertinotti, da La Russa a Rutelli, da Confalonieri a Petruccioli, insomma al salotto trasversale che poi si ritrova la sera da Vespa e non vuole sorprese, perché la Rai indipendente non s’ha da fare. Prodi puntava su Perricone, che aveva il torto di essere sgradito a Mediaset, per come aveva diretto la Sipra. Il Cda pur di non candidarlo si è inventato una falsa rosa di nomi, aggiungendo a quello di Cappon quello di un’improbabile Lorenza Lei, quasi uno sfregio al Tesoro.
La cosiddetta società civile ha ragione di sentirsi presa per i fondelli. Per cinque anni i leader del centrosinistra hanno condannato il selvaggio spoil system della destra, le segretarie di Berlusconi e Bossi nominate sul campo dirigenti della prima azienda culturale, gli amici e i parenti, meglio se cretini, piazzati ovunque a rubare stipendi e consulenze. Per cinque anni hanno partecipato a dibattiti nazionali e internazionali, sono scesi in piazza a protestare con Moretti e i girotondi, hanno giurato che quando sarebbe toccato a loro governare non avrebbero lottizzato. Si sono uniti allo slogan ‟giù le mani dei partiti dalla Rai”, che oggi le intercettazioni di qualche portaborse hanno reso meno metaforico. Non ci voleva un gran coraggio allora per cambiare davvero la Rai, per nominare un Draghi a viale Mazzini, senza che la destra, travolta dagli scandali, potesse obiettare nulla. Ma non s’è trovato neppure quello. Con il ritratto di Don Abbondio in una mano e il manuale Cencelli nell’altra, il nuovo potere si prepara a lottizzare come prima, a moltiplicare le poltrone, nominando magari un bel torpedone di direttori e vicedirettori, un centinaio sul modello dei sottosegretari. Anzi duecento, visto che bisogna accontentare anche l’opposizione che in Rai è maggioranza nel consiglio d’amministrazione e comanda ancora, come si è capito dalla campagna refendaria.
A questo punto lanciare l’ennesimo appello alla politica sarebbe patetico. Si può soltanto sperare nelle persone. Per esempio nel fatto che Claudio Cappon trovi lui il coraggio di guidare la Rai come condurrebbe un’altra azienda. Con scelte trasparenti, professionali, libere. Senza rispondere alle chiamate dei portaborse, che oltretutto di questi tempi è pericoloso. Riportando sulla tv pubblica i censurati come Santoro, il giornalismo indipendente di Enzo Biagi. Provi a stupirci con effetti speciali. Scoprirà che si può fare, perché poi questa partitocrazia bipartisan è bollita, insensata, antistorica, insopportabile alla grande maggioranza dei cittadini, che non sono soltanto audience. Certo, sarebbe meglio appellarsi a qualcosa, piuttosto che a qualcuno. Ma la politica italiana sembra davvero troppo vecchia per riuscire a esprimere qualcosa che assomigli a un valore. Bisognerà forse aspettare un altro ceto politico, più giovane ed europeo, meno provinciale e vanziniano di questo, avido di sottogoverno, sottobanco, sottocultura.
Curzio Maltese

Curzio Maltese

Curzio Maltese, 46 anni, nato a Milano, cresciuto a Sesto San Giovanni, l'ex Stalingrado d'Italia. Da ragazzo, dopo un periodo tra fabbrica e radio 'libere', scopre una decisa preferenza per il giornalismo. Cronista a ‟La Notte”, poi alla ‟Gazzetta dello Sport”, dal 1986 inviato a ‟La Stampa” e dal 1995 editorialista a ‟la Repubblica”. Ha scritto di cronaca giudiziaria, sport, pubblicità, spettacolo, politica. Poi ha capito che erano diventati una cosa sola.

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>