Chi sono? Da dove vengono? E dove andranno a finire? Le eterne domande esistenziali cucite addosso, per quel che si può, alle ragazze del sottobosco televisivo, ora carne da cronaca che tutta Italia guarda con lo stesso stupore ipocrita che certi genitori dedicano ai figli allegramente degeneri da loro stessi allevati. Vengono da lontano, certo, ma non abbastanza perché non le abbiamo viste arrivare. C’era una volta la valletta, ma era tutta un’altra storia. Apparteneva all’epoca a.T. (avanti telecomando), tempo di unicità, o quasi, della scelta. Anche la valletta era unica. L’esempio storico, se così si può dire, è stata Sabina Ciuffini. Albergava nei pressi di Mike Bongiorno, gli porgeva le buste, sorrideva, si sforzava di farlo apparire più arguto di lei. Aveva l’aspetto di una (bella) ragazza della porta accanto. Tanto che fu vissuta con l’eccitazione popolare delle profanazioni la sua apparizione in un servizio su Playboy, neppure paragonabile per audacia a un qualunque contemporaneo calendario. La valletta unica acqua e sapone apparteneva a un periodo in cui il concorrente del telequiz era un animale, se non unico, raro. Possedeva un sapere non comune, spesso specializzatissimo e rispondeva a domande che pochissimi a casa avrebbero saputo affrontare. A quei tempi le squadre di calcio avevano rose ristrette e la domenica (perché solo di domenica si giocava) scendevano in campo al massimo in 13. I ministri erano sempre gli stessi, politici di professione, ai cambi di governo cambiavano semplicemente poltrona. Era un universo ristretto, non confortevole, ma dai confini rassicuranti. Poi avvenne quello che gli scienziati chiamano ‟big bang”. Tradotto: ‟Colpo grosso”. S’intitolava così una trasmissione notturna condotta su una rete privata (siamo già nell’era d.T.) da Umberto Smaila. Era un telequiz dove le domande erano un pretesto, le risposte un’eventualità, oltreché remota, fastidiosa. Non sapendole, i concorrenti erano costretti a spogliarsi. Sullo sfondo si agitava una pletora di vallette discinte e procaci. La parola chiave è ‟sfondo”. Mentre la valletta unica è, per lo meno, in secondo piano, queste creano un fondale di carne e cartone dove, data la rassomiglianza dei costumi e delle forme, appaiono ma restano indistinguibili. Eppure: sfondano. Le ragazze del Drive In di Antonio Ricci hanno ancora, almeno alcune, un’identità. Quelle di Smaila no. Ed è a loro che pensa il ‟Caimano” quando nel film di Nanni Moretti le evoca davanti alla platea della città satellite (presto nazione satellite) promettendo eccitazione e pailettes. Nella televisione d.T. e nel Paese che la guarda ogni soglia si abbassa. Le squadre di calcio hanno rose con dozzine di petali (i più, senza odore) giacché si gioca ogni giorno, in parlamento e al governo arriva di tutto: avvocati, commercialisti, attori e, inevitabilmente, vallette. Scrisse Montanelli quando a Palazzo Chigi entrò Goria (Giovanni, non Amedeo): ‟Ora tutte le mamme di Asti possono guardare con rinnovata speranza figli non troppo dotati”. L’apparizione delle Cavagna diede altrettanta speranza nei confronti delle figlie. Per concorrere ai telequiz bastava saper rispondere alla domanda: ‟Come si chiama?”, ma soprattutto intorno al conduttore bazzicava una folla di ragazze. La loro conformazione era all’incrocio tra la valletta di Mike e quelle di Smaila: giovane e carina, ma scosciata e formosa. Il modello era più diffuso e comunque riproducibile con la ginnastica, il push up e il make up (la parola chiave è, sempre, ‟up”). Le porte erano aperte. Entrò una mandria. Era ormai chiaro che l’unico sintomo di esistenza in vita era l’apparizione televisiva. Scrittori tormentati confessavano i propri sogni ricorrenti a Gigi Marzullo, le campagne elettorali si combattevano a casa di Bruno Vespa, Gabriella Carlucci entrava in parlamento e Irene Pivetti andava a condurre un programma cinciallegro: potere e televisione erano diventati vasi comunicanti. Che dovessero nuotarci le ragazze era ineluttabile. Nell’estate del 2002 assisto al casting per il ruolo di ‟veline”, le nuove Miss Italia. Accade a Napoli e partecipano a migliaia. Quello che fanno nella vita lo fanno ‟nel frattempo”, come fosse la lettura in una sala d’attesa prima della chiamata. ‟Nel frattempo”, a decine frequentano la facoltà di Giurisprudenza di Napoli. ‟Nel frattempo”, si laureano in lettere, scrivono poesie, ma vogliono entrare ‟in quella bellissima scatola che è la televisione”. ‟Nel frattempo”, hanno imparato inglese e tedesco e vorrebbero conoscere ‟le lingue del mondo”, ma ci rinuncerebbero per tacere all’arrivo dello spot. Dalle presentazioni emergono due gruppi: le aspiranti veline per vocazione e quelle per caso. Le prime riassumono giovani vite all’inseguimento dei riflettori. Parlano di madri premurose che le portavano a danza da piccole, di concorsi di bellezza minori con fasce di "Miss Wella", per via dei capelli e "Miss Culetto d’oro" per via che va da sé. Ricordano offerte di particine a pagamento, provini dove ‟non erano certo cortesi come qui”. Poi ci sono le ‟aspiranti veline per caso”, quelle la cui presenza rappresenta uno scarto, una decisione improvvisa. Hanno una laurea nel cassetto, un lavoro sicuro, ma sterzerebbero per quella direzione luminosa che ha acquisito un superiore riconoscimento sociale: l’apparizione in tv. La valletta era una, le veline due, poi crescono e si moltiplicano: una dozzina di ‟letterine”, fino all’apoteosi orgiastica delle cento laureate cento del Chiambretti c’è. Davanti allo schermo, come seduti al bar nella piazza del paese, gli uomini si fanno l’eterna domanda. No, non una di quelle esistenziali. Ma: ‟Quale ti faresti?”. La risposta è sempre esatta. Se poi uno lavora nelle stanze giuste, quelle dove si scelgono i dirigenti tv, che scelgono le ragazze del coro, la risposta è anche possibile. Se non ci fossero le trasmissioni del mattino, un’infinità di canali, tanti spazi da riempire, se la Rai non fosse lottizzata dai partiti, se i politici avessero qualche qualità nel curriculum, se non avessero bisogno non dico di portaborse (che è fatica) ma di portavoce, dove sarebbero finite queste ragazze? A lavorare, probabilmente. Invece, che cosa sono diventate? Difficile dirlo. Difficile quando ti trovi a una cena, la tua commensale indossa un vestito a buchi e alla domanda: ‟Che cosa fai nella vita?” risponde seria: ‟La tronista”. Sarà per quello che c’è finito di mezzo un ‟re”? Resta l’ultimo dubbio: dove andranno a finire? Delle più visibili sappiamo che si fidanzano con qualche calciatore, produttore, viticoltore, facoltoso signore. Ma erano dozzine, centinaia. Da quando il d.T. è cominciato, forse migliaia. Qualcuna sarà anche tornata a giurisprudenza o alla cattedra. Ma capita anche di leggere, tra gli annunci per uomini soli: ‟Ex Letterina riceve”. Sarà davvero una di loro o una millantatrice? Il punto è: chi saprebbe riconoscerla?
Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli (Bologna, 1960) è giornalista e scrittore. Fra le sue opere: Navi in bottiglia (Mondadori, 1993), Louisiana blues (Feltrinelli, 2001), L’artista (Feltrinelli, 2004), Non ci sono santi (Mondadori, 2006), Un tuffo nella luce (Mondadori, 2010), Domanda di grazia (Mondadori, 2014) e Solo bagaglio a mano (Feltrinelli, 2015), Coraggio! (Feltrinelli, 2016) e Senza fine. La meraviglia dell'ultimo amore (2018).

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