È stato come assistere all’ultimo concerto dei Rolling Stones. Solo che non era l’ultimo, Zizou e le antiche pietre di Francia rotolano nei quarti di finale. Signori, si replica. La band che doveva sciogliersi si prende il palco, i riflettori e la vittoria. Il leader al passo d’addio dice arrivederci a un altro giorno: contro il Brasile, contro la storia, contro la tentazione di arrendersi.
Trascina per il campo una sapienza più grande della stanchezza. Stella trapassata, illumina ancora i momenti che contano. Assorbe l’energia di Ribery, la potenza di Vieira e, alla fine, pretende da sé l’estrema alchimia: trasforma la memoria in presente e aggiunge al trionfo il sigillo di un gol che sembra uscito dall’archivio di un servizio televisivo su quel gran campione che fu Zidane. Non vola, lui, scivola sull’erba, accenna una mossa dei fianchi, manda il portiere verso l’uscita sbagliata e la palla in rete. Ve lo ricordavate? Beh, è ancora lì, per servirvi, se amate il calcio e la sovversione.
Il successo della Francia sulla Spagna non è restaurazione, ma rivoluzione al contrario. I vecchi non passano per diritto divino, ingiustizia arbitrale o zampata d’esperienza. Ri-conquistano il potere con la forza delle idee e la sontuosa pratica del sacrificio. Fanno la partita che non ti aspetti. Ai blocchi di partenza si stacca per prima la Spagna. Ha più velocità, inventiva e palloni da giocare. I due terzini, Pernia e Ramos, passano i Pirenei piazzandosi in territorio francese, a centrocampo Fabregas fa ragioneria creativa e davanti Fernando Torres imprime accelerazioni trascinandosi Gallas come un rimorchio che sbanda. La Francia osserva, mummificata nel suo 4-2-3-1 disegnato da un Domenech prudente oltre ogni limite. Di Zidane traluce la fiera virtù, Ribery è un nervo scoperto, Henry se ne sta in solitario esilio tra i bastioni di Spagna e danza sul confine del fuorigioco, cadendoci spesso. Eppur si muove, facendo correre la palla invece delle stanche gambe, cercando scorciatoie contro la fatica di avanzare. È così che Zidane si procura un’occasione e un’altra la inventa con un pallonetto che smarca per il cross Henry, ma trova soltanto l’affanno del respiro di Ribery e Vieira.
Continuando a premere, la Spagna si fa aprire. Un pestone ingenuo di Thuram a Pablo provoca il rigore trasformato da Villa. Ineccepibili sia la decisione dell’arbitro Rosetti che l’esecuzione del cecchino. Il sipario comincia a scendere sulle leggende morenti, ma l’ultimo arrivato nella band lo strappa, riaprendo lo spettacolo. Su assist di Vieira, Ribery ronza dentro le orecchie della difesa spagnola e la punge, continuando a volare di gioia per il suo primo gol in nazionale.
Nel secondo tempo l’allenatore spagnolo Aragones rimescola le carte inserendo Joaquin, Luis Garcia e Senna. Il francese Domenech si tiene i suoi assi stropicciati, sperando valgano ancora qualcosa. Più che una scommessa, è una fede. Cala il ritmo, sale la tensione. I neri di Francia vanno a litigare con il ct avversario che irrise il colore della pelle di Henry. Trafitto da un insolito sospetto, Domenech rimpiazza l’inutile Malouda con Govou, ma dal solo Ribery ha spunti di freschezza. Il gran finale si avvicina, l’aria elettrica attende una scintilla. Non occorre un piromane, basta un elegante signore venuto dal passato con un accendino d’oro nella tasca dei pantaloncini. Basta un calcio di punizione che Zidane va a battere con la fronte incoronata di sudore, gli occhi splendenti di concentrazione e la traiettoria già disegnata nella mente. Poi, certo, la difesa spagnola fa un doppio favore a Vieira, mettendogli la palla sulla testa e ribattendola in rete, ma tant’è: un duo di professori (s) finiti boccia all’esame di maturità la banda di ragazzi terribili che voleva scompigliare le gerarchie d’Europa, pensionare i docenti e autopromuoversi all’università del calcio. Dopodichè, è la notte dei miracoli per Zizou. Tutto quello in cui non aveva più sperato diventa possibile, anche andare a segnare quel gol che c’era una volta e prendersi l’applauso ammirato e riconoscente di uno stadio che si alza in piedi a celebrare l’assolo del virtuoso.
Finisce così. Davvero ho usato il verbo giusto? Finisce? Adesso c’è il Brasile nei quarti, rivincita di una finale a Parigi in cui Zidane schiacciò gli avversari. È, anche questa, una partita venuta dal passato. Giocheranno gli eterni bambini: Cafu con la sua carta d’identità stracciata, Ronaldo e la sua pancia, Thuram che fa il riscaldamento con gli occhiali e Zidane, ancora lui, l’incorreggibile, ma lasciarlo non è possibile. Ogni volta che si alza, s’inchina, va verso l’uscita e fa segno di tirare giù il sipario una curva gli urla: ‟Suonala ancora”. Lui si gira, torna al centro e, chiunque abbia davanti, lo suona.
Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli (Bologna, 1960) è giornalista e scrittore. Fra le sue opere: Navi in bottiglia (Mondadori, 1993), Louisiana blues (Feltrinelli, 2001), L’artista (Feltrinelli, 2004), Non ci sono santi (Mondadori, 2006), Un tuffo nella luce (Mondadori, 2010), Domanda di grazia (Mondadori, 2014) e Solo bagaglio a mano (Feltrinelli, 2015), Coraggio! (Feltrinelli, 2016) e Senza fine. La meraviglia dell'ultimo amore (2018).

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