Vince l’uomo che non doveva esserci. Decide il portiere che, in tutta la Germania, un solo uomo voleva tra i pali. Poiché quell’uomo è l’allenatore, in porta, quando conta, c’è Jens Lehmann. Uno che ha due specialità: prende gol evitabili e para rigori. Quel che resterà sarà il suo tuffo a fermare i tiri prima di Ayala e poi di Cambiasso. E la faccia, quella con cui si allontana dopo aver portato la squadra in semifinale. Non urla, non cambia espressione, scuote solo il dito, come a dire: «Così si fa». Non è esaltato e non è felice, ha semplicemente fatto bene il suo lavoro. È arrivato puntuale nel momento che cambia la storia dei Mondiali. Manda avanti chi aveva meritato meno e a casa chi aveva fatto vedere il gioco migliore, prima di entrare in un labirinto di presunzione, mosse sbagliate e errori arbitrali in cui si perdono il taxi di Peck, da ieri disoccupato, la speranza mai esaudita di Messi e la fragorosa illusione dell’Argentina tutta. Va avanti la Germania, sospinta da un pubblico che aveva smesso di crederle, ma soprattutto da Klinsmann, il suo ct. Quando saranno finite le ironie sullo psicologo e il dietologo bisognerà ammettere che è un astrologo: ha guardato la stella (l’adorato portiere Kahn che toppò la finale di quattro anni fa) e l’ha sostituita con uno che brilla solo ai rigori. L’ha azzeccata, come ha azzeccato i cambi e la preparazione di questa squadra di scarponi che ha già marciato oltre i propri limiti.
Comincia male la Germania, fotocopia sbiadita di quella che aveva annientato la Svezia in una dozzina di minuti. L’Argentina prende il pallino. Peck ha fatto tre modifiche: una obbligata (Coloccini per Burdisso) e due volontarie (Luis Gonzales per Cambiasso e Tevez per Saviola). Ne esce una squadra ancor più votata alla manovra e al possesso di palla. E una partita così involuta da ricordare quella di Italia ‘90, archiviata come la più brutta finale di tutti i tempi. Si vedono perfino alcune ciccate (Crespo uber alles) degne di un campo profughi dal talento. Incapace di affondare sulle fasce e di trovare spazi per il tiro, la Germania arranca, ma l’Argentina non vola.
Riquelme detta il gioco commettendo errori ortografici, gli strafalcioni dei compagni vanno di conseguenza. Tevez profonde impegno ma non trova né la sponda, né il numero vincente. Le statue poste all’ingresso dell’area tedesca bastano a dichiarare invalicabile la frontiera.
Sull’altro confine, un colpo di testa di Ballack e il resto è noia. Si ha la sensazione che a sbloccare l’incontro possa essere soltanto un episodio o un’azione da fermo. È un presagio così banale che si avvera all’inizio della ripresa.
Riquelme batte uno dei suoi corner curvi e trova la testa di Ayala, che fora Lehman e il cuore dello stadio. La sfortuna dell’Argentina è di segnare troppo presto. Per gestire un vantaggio non basta essere superiori, occorrono freddezza, astuzia e calcolo. Soprattutto in chi guida. Straordinario nell’allevare una generazione di campioni e condurla per mano fin qui, Peck molla la presa nel giorno dell’esame di maturità. Convinto che la campanella stia ormai per suonare e che i suoi ragazzi potranno esultare in cortile, fa un paio di cambi che rimpiangerà per il resto della vita. Prima inserisce l’uomo giusto (Cambiasso, che va a fare diga a centrocampo), ma toglie quello sbagliato (Riquelme, un anestetico per partite vivaci). Poi toglie l’uomo giusto (Crespo), ma inserisce quello sbagliato (Cruz, lo schiacciapalloni, invece di Messi, che avrebbe potuto tenerli, nasconderli o anche farne qualcosa in più). Quando si fa male il portiere Abbondanzieri e entra la riserva Franco il terzetto è completo. Manca solo che Klinsmann ravvivi una spenta Germania inserendo Borowsky e Odonkor e la frittata è fatta. Cross di Ballack, colpo di testa all’indietro di Borowsky, Klose anticipa Sorin e la mette dentro.
Partita riaperta: e adesso Peck? Come te la giochi con la cooperativa trasporti a centrocampo e il giardiniere che rivolta le zolle là davanti? È l’ora di Messi? No? E se non ora, quando? Con cinque Under 21 in campo la Germania di Klinsmann regge.
Quando barcolla la sostiene l’arbitro, ammonendo per simulazione Maxi Rodriguez caduto in area per quello che a tutti è sembrato uno sgambetto. Si va ai rigori e hai voglia ricordare che Lehmann lo parò a Riquelme nella semifinale di Champions League. Invece della rivincita c’è Cambiasso dal dischetto e la fine è nota. Il gesto più bello è quello di Khan che, prima dei tiri letali va dal collega che l’ha spodestato e gli dà coraggio e consigli.
Il gesto più brutto è quello con cui Heinze, a verdetto emesso, esprime la sua rabbia aggredendo l’avversario e scatenando una rissa. Dal tappeto non si rialza l’Argentina. Non si rialza Peck, dimissionario. Non si rialza il bel gioco. Ma quella è un’utopia, a cui la Germania non si concede mai il lusso di credere.
Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli (Bologna, 1960) è giornalista e scrittore. Fra le sue opere: Navi in bottiglia (Mondadori, 1993), Louisiana blues (Feltrinelli, 2001), L’artista (Feltrinelli, 2004), Non ci sono santi (Mondadori, 2006), Un tuffo nella luce (Mondadori, 2010), Domanda di grazia (Mondadori, 2014) e Solo bagaglio a mano (Feltrinelli, 2015), Coraggio! (Feltrinelli, 2016) e Senza fine. La meraviglia dell'ultimo amore (2018).

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