L’unico vero brasiliano in campo manda a casa il Brasile. Si carica in spalla una squadra, una nazione, un continente: crea dieci uomini a sua immagine e somiglianza, porta la Francia dove solo ricordava di essere stata e trasforma il Mondiale in un Europeo. Giù il cappello, passa in semifinale Zinedine Zidane, quello che gioca ogni partita come fosse l’ultima, il solo 10 sulla maglia che meriti un 10 in pagella, l’incubo privato e ricorrente del Brasile, dei suoi campioni sgonfi, dei suoi bambini cresciuti con la minaccia: ‟se non fai il bravo torna Zidane”. È tornato, più vecchio e più letale. Più puro perché non ha niente da vincere, può tentare qualsiasi cosa e qualsiasi cosa, riconoscente, gli riesce.
L’ultima volta che il Brasile aveva perso una partita ai Mondiali era stato otto anni fa al Parco dei Principi. C’erano già Ronaldo e Cafu. Il principe del parco entrò, gliene fece due e chiuse il discorso. Da allora le strade di Zidane e del Brasile si sono separate. La nazione sconfitta ha meditato sui propri errori e allevato vendicatori. Ha pasciuto Ronaldo, cresciuto Ronaldinho. Ha svezzato Kaka e allattato Robinho. Quattro anni fa, nella playstation nippocoreana, i due programmi non si sono incrociati.
Quello di Zidane ha fatto game over in fretta. Con lui infortunato, la Francia è tornata a casa subito a guardare il Brasile vincere il quinto titolo. Questo doveva essere il sesto, a detta di molti: un Brasile troppo forte per essere vero. Con un numero 10, Ronaldinho, incoronato di splendore, con la devastante potenza di Adriano e Roberto Carlos, i ricami agili di Kaka, Robinho, la saggezza di Emerson e l’ontologica essenza di Ronaldo. Chi mai poteva fermarlo? Zinedine Zidane.
Era rimasto nascosto quattro anni, in esilio dalla grandezza. Si era ritirato da una nazionale che non sentiva più sua, partecipava svagato alle esibizioni del circo Real Madrid. Venghino signori ad ammirare il giocoliere che fece piovere lacrime d’angeli sulle favelas. Poi un giorno si è presentato al tavolo, con la faccia di quei pokeristi a cui è rimasta una banconota in tasca e gli brucia. ‟Farei un’ultima mano”. Gli hanno trovato un posto, perplessi, pensando che avrebbe perso e si sarebbe alzato subito.
Ha cominciato lento. Ha lasciato che gli altri lo guardassero condiscendenti. Ha raccimolato il minimo che occorreva per coprire la puntata. Quando, con la Spagna, la posta si è alzata, è andato a vedere e ha scoperto un bluff. Poi si è seduto al tavolo Sua Maestà il Brasile pentacampeòn e Zidane non ha battuto ciglio. ‟Servito”. Aveva tutto quel che occorre e l’ha dimostrato in novanta minuti perfetti. Ha palleggiato sulla testa di Kaka, ha preso in controtempo Roberto Carlos, ha eclissato Ronaldinho. Ha grondato sudore e sputi, mantenuto la stessa espressione laser, perfino quando ha sbagliato ha tentato la cosa giusta. Ha toccato il pallone con la punta, il tacco e, come solo lui sa fare, con la suola. Ha danzato una musica che i brasiliani non sentivano: l’aveva nelle cuffie della sua superiorità. Ha dato a Henry la palla del gol, con un cross così lungo che la traiettoria deve essersela sognata, un giorno a Madrid, guardando tre pensionati su una panchina che leggevano di un Mondiale scontato per quanto era forte il Brasile e gli dicevano di sedersi con loro. Ha preso la rincorsa allora. Ronaldinho meravigliava nella vicina Barcellona; Adriano accendeva luci a San Siro; beato, il ct Parreira tirava boccate al sigaro mandando il destino in fumo. Zidane è tornato a casa, ha preparato una valigia, ci ha messo dentro quattro cose: ‟Tanto sto via poco, gioco solo l’ultima partita”. Nemmeno quando era grande era grande così. Ha conquistato la purezza dei disinteressati, quel modo zen di stare sul campo che si ha solo quando tutto è già finito, eppure continua. Il Brasile era un firmamento, Zidane una stella morta: l’ha abbagliato. Ora la condanna è che gli tocca giocare almeno altre due partite. Se non è l’ultima, che gusto c’è?
Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli (Bologna, 1960) è giornalista e scrittore. Fra le sue opere: Navi in bottiglia (Mondadori, 1993), Louisiana blues (Feltrinelli, 2001), L’artista (Feltrinelli, 2004), Non ci sono santi (Mondadori, 2006), Un tuffo nella luce (Mondadori, 2010), Domanda di grazia (Mondadori, 2014) e Solo bagaglio a mano (Feltrinelli, 2015), Coraggio! (Feltrinelli, 2016) e Senza fine. La meraviglia dell'ultimo amore (2018).

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