Per conquistare questi Mondiali bisognerà abbattere l’Ancien Regime. Come era destino avanzano i Grandi (vecchi) di Francia, capitanati e allenati nell’ombra da Zidane. Suo è il timbro sul passaporto per la finale: un rigore indiscusso come la superiorità della sua squadra e del suo gioco. La Francia è un trenino, il Portogallo una trottola, che a destinazione arrivi il primo è inevitabile. Scolari è l’ultimo brasiliano ad abdicare al titolo, lascia dopo dodici vittorie consecutive, una più dei suoi ex, eliminato anche lui dagli stessi giustizieri venuti dal passato. In questo presente hanno guadagnato in essenzialità quel che hanno perso in energia. Fanno poche cose di buon gusto e ottima fattura, con il marchio di una fabbrica che produsse storia e ha riaperto dopo un lungo periodo in cui era uscita dal mercato. Ieri sera, per la prima volta, partivano favoriti. E non si sono preoccupati più di quando li davano per spacciati anzitempo. Quando la palla gira, fanno il loro gioco: puntano sul 10 e sul 12 e si portano via la posta.
Al fischio d’inizio saltano i preliminari e cercano subito la massima soddisfazione. Quaranta secondi e Malouda si trova solo con Ricardo, ma non lo castiga. La replica portoghese è una carezza di Deco, che desta Barthez, ma niente di più. Visto come sono finite le squadre andate all’assalto dell’Ancien Regime, Scolari impone ai suoi di attendere e far scoprire l’avversario. Dalla coperta tirata sbucano: un Ribery formato sdrucciolevole, due terzini che regalano le fasce a Figo e Crsitiano Ronaldo, ma anche i frangiflutti Vieira e Makelele e poi i soliti noti al reparto fantasia: Zidane e Henry, che invocano palla, la tengono e la portano sempre più pericolosamente vicina alla meta. Il resto sono scaramucce: Cristiano Ronaldo che, non pago dei fischi di tutto lo stadio, va a tuffarsi in area, Domenech che lo accusa, lui che gli fa la linguaccia, Scolari che per difenderlo prende a calci una bottiglia.
Quando i bambini si sono sfogati, il campo se lo prendono Henry e Zidane. L’attaccante si scalda con un paio di assoli, poi cerca il duetto e viene atterrato in area da un intervento di Ricardo Carvalho, partito scomposto e terminato falloso. Ricardo è il portiere dei miracoli dagli undici metri, ma Zidane non ci crede, ha fede solo nelle traiettorie: mette la palla vicino al palo e amen. Si concede più gioia Platini in tribuna che lui in campo.
Adesso il Portogallo non può più attendere, ma sono quarant’anni che aspetta una punta con cui concludere le azioni. Ha invecchiato la generazione dei Figo e dei Rui Costa, corse invano all’appuntamento, e ora brucia la gioventù di Deco e Cristiano Ronaldo, costretti al doppio lavoro mentre Pauleta sciopera. Per licenziare la Francia, non è abbastanza.
L’Ancien Regime va al riposo e cerca di restarci, ripresentandosi sul campo in ritardo, ma rigenerato. In tre minuti Henry e Ribery provano a scoprire se Ricardo è un portiere vero anche nei tiri su azione. La risposta affermativa sembra tranquillizzarli e non ci provano più. Il pallino torna in mano al Portogallo. Scolari certifica l’inutilità della sua unica punta sostituendola con Simao, un centrocampista. Nell’area francese più che il calcio si praticano altri sport. Poco apprezzabile la sequenza di tuffi carpiati, in cui si distingue il solito Cristiano Ronaldo. Poi, su una sua punizione, Barthez si esibisce in una ricezione da pallavolo e alza la palla per la schiacciata di Figo, che invece di testa la manda alta sulla traversa. Domenech fa qualche sostituzione per ribadire la propria esistenza, considerata dai giocatori un trascurabile incidente. Ogni tanto giunge loro una voce remota che sembra provenire dalle parti della panchina, ma nessuno si volta. Se Zidane si avvicina a qualcuno per dare raccomandazioni, quello si mette sull’attenti. L’assedio finale dei portoghesi è spuma sulla diga centrale e qualche sasso nello stagno, che Barthez raccoglie. L’unica cosa che resta da vedere è se sul taccuino dell’arbitro finirà qualcuno dei diffidati vip.
L’uruguaiano Larrionda ha diretto senza far male a nessuno, neppure al regolamento. Alla fine il solo cartellino che straccia l’invito al gran ballo conclusivo lo mostra a un peone di passaggio: Saha, il vice-vice-Henry. Gli altri restano tutti intatti, in piedi e insieme vengono avanti.
Non fanno paura. Sono la faccia vera del calcio, quella con cui è tempo di confrontarsi per scacciare i fantasmi. Vengono a dare l’ultima possibilità, a scoprire tutte le verità, perfino quelle più balzane. Non moriremo democristiani, ma continuerà ad ucciderci Trezeguet? E davvero bisognerà mettere Gattuso su Zidane?
Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli (Bologna, 1960) è giornalista e scrittore. Fra le sue opere: Navi in bottiglia (Mondadori, 1993), Louisiana blues (Feltrinelli, 2001), L’artista (Feltrinelli, 2004), Non ci sono santi (Mondadori, 2006), Un tuffo nella luce (Mondadori, 2010), Domanda di grazia (Mondadori, 2014) e Solo bagaglio a mano (Feltrinelli, 2015), Coraggio! (Feltrinelli, 2016) e Senza fine. La meraviglia dell'ultimo amore (2018).

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