Adesso l’errore più grande sarebbe fare i tedeschi. Ovvero: alla vigilia del duello sparare sull’avversario bordate di luoghi comuni. Ah, i francesi, la spocchia, i formaggi fetidi, ‟oui, je suis Catherine Denevue”, la grandeur, la cinematografia del languore in ‟campo lungo alla Rohmer”, la revanche, la gauche, ‟ce n’est que un debut” per poi andare al ballottaggio Chirac-Le Pen, le canzoni tristi e la trista repubblica di Vichy, la guerra del vino e quella dell’energia. È solo una partita di pallone, non ci siamo ‟noi” e ‟loro”. Di sport si tratta e cerchiamo di prenderla sportivamente. Certo, i francesi sono convinti di avere già vinto, si sentono guidati da un destino supremo che ha scelto un profeta di nome Zizou. Dice il terzino Abidal, con il portiere Barthez il punto più debole della squadra: ‟Noi siamo favoriti, perché abbiamo Zidane e loro no”. Tutta la stampa francese lo pensa. Il popolo concorda. E allora, invece di replicare, annuiamo, come fa il rinsavito Del Piero. Perché con i francesi è l’unica strategia possibile: se li contrasti ti fregano, se li lasci vincere prima di aver vinto, si perdono.
Prendi il ciclista Richard Virenque. Alla vigilia di ogni Tour de France annunciava che avrebbe fatto sfracelli in salita, dove si riteneva almeno pari a Indurain prima e a Pantani poi. ‟Quest’anno la maglia gialla non me la toglie nessuno”. Invariabilmente, tornava a casa con quella varicellosa del Gran premio della montagna, i cui traguardi conquistava succhiando le ruote e scattando negli ultimi metri. Finito anche lui nell’inevitabile trappola del doping, fu rimesso in sella da un italiano, Gianluigi Stanga, che gli insegnò anche ad abbassare la cresta e, testa sui pedali, lo portò verso la sua impresa più bella, la vittoria in una Parigi-Tours corsa tutta in fuga.
Certo, non tutti possono avere la beffarda classe di Jacques Anquetil, che pasteggiava a champagne anche nei giorni di gara e una coppa di champagne avrebbe potuto reggere sulla testa mentre pedalava a cronometro. Proprio lui, 51 anni fa, inorgoglì la Francia intera strappando il record dell’ora a Fausto Coppi. Peccato che, pochi mesi dopo, lo riportasse in Italia Ercole Baldini.
Con i francesi è meglio essere gentili, lasciare che siano semmai loro a fare brutta figura rifiutando la cortesia. Nel ‘98 tre barche attraversavano l’oceano nella ‟Around Alone”, regata per solitari, che ci tuttavia ci tengono molto a farsi notare. Due erano francesi e una italiana, condotta da Giovanni Soldini. A un certo punto la francese Isabelle Autissier si ribaltò e Soldini deviò dalla sua rotta per andare a soccorrerla, issandola a bordo. L’altro concorente, Marc Thiercelin, invece di applaudire protestò: la presenza della seconda skipper poteva aiutare l’avversario. Un dio attento lo punì, disalberandolo. Soldini si offrì ancora di andare in aiuto, ma ricevette uno sdegnoso rifiuto. Poi Thiercelin staccò il contatto radio. Lo riavviò più tardi per comunicare: ‟Tutto bene. Albero riparato. Sto facendo merenda col patè”. Soldini arrivò per primo al traguardo.
Più generoso il cestista Antoine Rigaudeau, soprannominato, per stare bassi, ‟Le Roi”. Era al ristorante nella Bologna dove giocava (sponda Virtus) e non era ancora epoca di proibizionismo. Chiese ai vicini di tavolo se potevano, per cortesia, non fumare. Quelli accettarono. Quando chiesero il conto il cameriere rispose: ‟Ha già pagato le ruà”. Come Zidane anche lui era emigrato in Italia, poi in Spagna. Aveva lasciato la Nazionale del suo Paese e ci è tornato, in una sera di settembre del 2005, a Milano, contro l’Italia, a cui infilò 13 punti di seguito.
‟Tra di voi non ci sono mai amichevoli” disse il prefetto di Salerno rispondendo alla richiesta di disputare un Battipaglia-Ebolitana con l’invio di truppe in assetto di guerra. Lo stesso fra Italia e Francia. Si riveda, per documentazione, la finale di sciabola a squadre ad Atene, un incontro sanguinoso, in cui Montano parte da solo alla riconquista dell’onore perduto, contro i fratelli Touya e Julien Pillet che, sospinto dai giudici, vince all’ultimo duello.
Mi rendo conto, ci vorrebbe dell’ironia, ma italiani e francesi ne hanno un diverso concetto. Quando il pilota di Formula Uno Alain Prost disse che la Ferrari in sua dotazione era ‟un trattore”, la nobile casa di Maranello lo licenziò per il danno d’immagine arrecato. E, francamente, le battute di Platini piacciono molto a lui (‟Baggio? Più che un 10, un 9,5”), che infatti ne gongola, ma meno a chi le ascolta, seppur con doveroso rispetto. Rispetto, ecco la parola chiave. I francesi sono forti e vanno affrontati sapendolo, ma sapendo anche che questa è la prima vera finale senza favoriti da molti anni (quanti, dipende dalle opinioni, io direi dal ‘74). L’Italia non scapperà, come fece la francese Jose Marie Perec a Sydney nel 2000 per non farsi battere dalla Freeman (adducendo minacce di un persecutore fantasma), ma non deve fare l’errore di sentirsi predestinata. Non ci sono profeti, né con il 10 né con il 9,5 e la cronaca della vittoria non è annunciata.
Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli (Bologna, 1960) è giornalista e scrittore. Fra le sue opere: Navi in bottiglia (Mondadori, 1993), Louisiana blues (Feltrinelli, 2001), L’artista (Feltrinelli, 2004), Non ci sono santi (Mondadori, 2006), Un tuffo nella luce (Mondadori, 2010), Domanda di grazia (Mondadori, 2014) e Solo bagaglio a mano (Feltrinelli, 2015), Coraggio! (Feltrinelli, 2016) e Senza fine. La meraviglia dell'ultimo amore (2018).

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