Tocca ferro, la mano sulla sbarra della panchina, in piedi, scaramantico e vincente. Vince con Grosso. Vince con Materazzi.
Vince con un gruppo che si è inventato, con un’idea in cui ha creduto e con gli uomini che ci hanno creduto. Ci voleva della fede. Ci voleva Marcello Lippi. Non lo scrivo adesso perché è campione del mondo.
Lo scrivo perché in un giorno di due mesi fa, sul lungomare di Viareggio, mentre uscivano le prime intercettazioni di Moggi (‟Non ce la fa, non è tagliato per quel mestiere”), mentre le colpe del figlio ricadevano sul padre, mentre lo sguardo gli vagava tra il mare e le bionde, abbassò gli occhiali scuri e disse tre cose. Una: ‟Sono tranquillo perché ho un gruppo eccezionale”. Due: ‟Chi vorrà batterci dovrà battere la difesa migliore del mondo”. Tre: ‟Se va male non cercherò alibi, sono qui per assumermi le mie responsabilità”. In un Paese di complottardi e inventori di attenuanti, Lippi svetta da uomo, prima che da ct.
E da creatore di uomini. Ha ereditato un pacchetto di figurine stropicciate, restituisce una galleria di ritratti brillanti. Ne trasforma il carattere. Il capolavoro è alla fine, quando lui se ne sta lì, a toccare ferro, sperando non che i pianeti si allineino come farebbe il francese Domenech, ma semplicemente che i cinque uomini che ha mandato sul dischetto facciano quello che ha loro insegnato: il rigore perfetto, quello che va dentro. Quello che tiri con la sicurezza che mancò a Baggio a Pasadena, a Donadoni a Napoli. Non ha stelle, non ha attaccanti, manda avanti gli uomini che ha forgiato. E segnano tutti.
Ultimo venne Grosso e Lippi si staccò dalla sbarra. Corse con quella sua esultanza goffa, i gomiti ripiegati, gli occhiali demodè che gli servivano per credere: quel che stava vedendo era vero. Con Iaquinta e Barzagli, con Barone e Zaccardo, è diventato campione del mondo.
I giornalisti italiani di solito vanno a un Mondiale per seppellire il ct o per lodarlo. Escluso che lo si possa raccontare, aspettando di vedere che cosa fa e come gli va.
Quaranta giorni fa Lippi è arrivato in Germania accompagnato dall’ombra del sospetto e da quella della sfiducia. Aveva giocatori chiave scarichi e altri infortunati. Mantenendo fede alla promessa, non ha recriminato. Ha giocato senza Nesta (trovando Materazzi e quel Cannavaro che valeva per due), senza Gattuso, senza De Rossi, senza Zambrotta, ma soprattutto senza Totti, anche quando c’era. Ha investito nel recupero del presunto faro tutto quel che aveva a disposizione. Ha disinvestito quando non c’era più tempo per le illusioni, nel secondo tempo della finale. E anche per questo ci voleva del coraggio.
Come per credere in Zaccardo. Sbagliando, certo, ma è dagli errori che s’impara. Da lì è venuta l’idea di Grosso, che più di ogni altro ha incarnato lo spirito della creazione, il collettivo che plasma individui e li manda a cercare la risorsa nascosta in fondo all’abisso dell’ultimo minuto.
Lippi ha avuto dalla sua qualche fortuna: un girone facile e un’autostrada verso la semifinale mentre gli altri dovevano arrampicarsi sulle montagne. Più quell’improvvisa follia che ha travolto Zidane de-moralizzando la Francia, rendendola eticamente prima che atleticamente vulnerata e quindi esposta alla giustizia della vendetta. Il resto sono meriti e che gli si riconoscano, senza esagerazioni, ma senza nulla togliergli.
Due frasi consegna agli archivi. La prima, per motivare il suo comportamento: ‟Io sono stronzo con gli stronzi”. E così sia. Diritto di replica. Che ciascuno raccolga quel che ha seminato nel giardino altrui. La seconda, il proclama alla vigilia della finale: ‟Vincerà chi ha più fame”. Lì ha innalzato un concetto a progetto. Messo in campo non i milionari signorini degli spot, ma gli inappagati, le seconde linee. Ha vinto con loro, con Grosso e Materazzi, più che con chiunque altro, perfino più che con Cannavaro, per quanto sembri una bestemmia dirlo, perché Cannavaro ha reso il doppio, ma questi dieci volte tanto. Ha vinto ottenendo da loro quel che non sapevano di avere, gliel’ha estratto facendo loro credere che era possibile.
Grosso che fa il tunnel a Friedrich in Italia-Germania, Materazzi che entra e segna di testa con la Repubblica Ceca e che reagisce al rigore provocato andando a pareggiare con la Francia sono la spia di un motore acceso che vola verso il traguardo. Naturale che li mandi sul dischetto nel momento della verità, insieme con il magnifico Pirlo, con De Rossi in cerca di riabilitazione, con Del Piero a cui leggeva in faccia la voglia di graffiare il vetro che lo separava dalla storia ogni volta che lo guardava. Fame. La stessa fame che aveva Lippi, figlio di pasticcieri, lanciato dal calcio oltre i confini del proprio destino (‟Ringrazio i miei genitori per il dono della miseria”, disse Benigni sollevando l’Oscar). Da Viareggio a Berlino, passando per gli scudetti della Juve e la Champions vinta ai rigori con l’Ajax, anche lì mandando un terzino, Torricelli, venuto dalla serie C, a sovvertire l’ordine costituito, trasformando calciatori non in campioni, ma in uomini veri. Ecco, la storia è tutta lì, da Torricelli a Grosso, sempre passando per Marcello Lippi. Se questo è un uomo, l’ha dimostrato. Ora può andarsene.
Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli (Bologna, 1960) è giornalista e scrittore. Fra le sue opere: Navi in bottiglia (Mondadori, 1993), Louisiana blues (Feltrinelli, 2001), L’artista (Feltrinelli, 2004), Non ci sono santi (Mondadori, 2006), Un tuffo nella luce (Mondadori, 2010), Domanda di grazia (Mondadori, 2014) e Solo bagaglio a mano (Feltrinelli, 2015), Coraggio! (Feltrinelli, 2016) e Senza fine. La meraviglia dell'ultimo amore (2018).

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