Giochiamo un po’. Così come vedo in questi giorni per l’ennesima volta squagliarsi nel torrido l’illusione di un po’ di tregua – non dico di un po’ di pace, ormai la pace so per certo che è di questo mondo quello che propongo è un po’ il giocare melanconico e affannato di ragazzini sulle macerie di una guerra mai finita; ma del buono in quei ragazzini, c’è buono nell’ostinarsi a vivere tra le macerie. E dunque giochiamo, giochiamo a pallone. Non mi riesce ancora di capire se ci sarà un campionato di calcio quest’anno. Presumibilmente no, certamente non secondo il calendario normale”. Le dure e non durissime condanne della giustizia sportiva sono lì per essere impugnate e maneggiate dai tribunali amministrativi, e vorrà un po’ di tempo per rendere quelle sentenze le più soffici possibili. Dipendesse da me, coglierei l’occasione per fare scelte politiche di vasta lungimiranza; chi ha detto che la politica non deve invadere i campi di calcio? A parte il presidente del Milan, l’unico sportivo di questo Paese a sostenerne coraggiosamente l’assoluta incompatibilità, ormai una vasta area di pubblica opinione condivide la necessità di una politica del pallone. Io propongo per il campionato di serie A le due seguenti opzioni squisitamente politiche. 1) Non disputare il campionato. Ci sono già un paio di scudetti vacanti, dunque non si sono giocati i due ultimi campionati; se è sembrato di sì è stato solo per far girare la grande ruota truffaldina. Non giochiamo il terzo, ma non giochiamolo davvero. Un anno di astinenza dal traffico dei diritti pubblicitari e televisivi, un anno di riflessione e di penitenza, perché no? Ne usciremmo tutti mondati, ripuliti, ritroveranno le società, e noi con loro, un innocente zelo di redenzione e rinascita. Il prossimo campionato si prospetterebbe meravigliosamente eccitante. Gli americani l’hanno fatto a suo tempo con il loro football e ne sono rimasti più che contenti, tanto che stanno lì al varco per rifarlo alla prima avvisaglia di schifezza. 2) Far disputare il campionato solo da due squadre: Inter e Milan. Scelta coraggiosa, mi rendo conto. Vista con il mio occhio, sampdoriano, anche assai generosa, visto che da come si mettono le cose in serie A, avrei se non da sperare nello scudetto, la Champions me la sentirei già a casa. Ma dobbiamo saper fare scelte – politiche capaci di stupire. In nome di un mondo nuovo di giustizia e equità. Dunque diamo la possibilità all’Inter di vincersi il suo scudetto: è il suo momento, è puro atto di giustizia. Non regaliamoglielo, perché non lo vorrebbe per primo il suo dignitosissimo presidente, ma facciamogli giocare una ventina di derby e sistemare la faccenda una volta per tutte. L’handicap con cui partirebbe il Milan, qualora riconfermato nei prossimi dieci appelli e ricorsi, darebbe all’atto di giustizia il sigillo dell’equità. P assiamo al campionato di serie B, sempre che si giochi pure quello in tempo utile per disputare, cosa non secondaria, partite di andata e anche di ritorno. Qui si pone un problema di ingegneria multipurpose, non solo di ingegneria politica, ma persino etica. Le squadre di serie A retrocesse con quali giocatori scenderanno in campo, tanto per cominciare? Qualche moralista ha proposto agli attuali giocatori di rimanere nelle società condannate nonostante la retrocessione, per dimostrare a se stessi e al mondo che il denaro non è tutto. Lo faranno? Se sì, come sarà possibile governare le partite di calcio dove si scontreranno corazzate spaventosamente armate, incattivite e smaniose di recuperare l’abissale handicap di partenza, con leggeri vascelli giustamente ambiziosi e a loro volta smaniosi? Come riuscite a immaginare, tanto per dire, una SpeziaJuventus allo stadio Alberto Picco? Solo dal punto di vista dell’ordine pubblico, quello che vedo io è la richiesta di forze Onu di interdizione. Il consiglio di sicurezza dell’Onu voterà una missione del genere, non essendo l’Italia – nonostante gli alacri sforzi del presidente del Milan riuscita ad ottenerne un seggio permanente? E se invece, le retrocesse arriveranno ai campi cadetti gravate dall’handicap e prive dei loro migliori giocatori che se la sono filata verso contratti a loro più consoni e appetiti, che succederà? Magari succederà che lo Spezia, tanto per dire, potrà giocare contro la Juventus o la Lazio o la Fiorentina, puntando ragionevolmente a vincere contro di loro partita e campionato. E le ‟grandi” rischieranno di invecchiarci in B. Perché no? È o non un è un gioco? Gioco, giochino, giochetti. In verità me ne sto qui ad aspettare che qualche Tar rimetta tutto a posto. A posto come sempre.
Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani (Castelnuovo Magra, La Spezia, 1951) con Feltrinelli ha pubblicato: Vi ho già tutti sognato una volta (1990), Felice alla guerra (1992), màuri màuri (1989, e poi 1996), Il coraggio del pettirosso (1995; premi Viareggio Rèpaci e Campiello 1995), La regina disadorna (1998; premi Alassio e Stresa per la Narrativa 1999), È stata una vertigine (2002; premio letterario Scrivere per amore 2003), Il viaggiatore notturno (2005; premi Ernest Hemingway, Parco della Maiella e Strega), Mi sono perso a Genova. Una guida (2007), il cd con libro Storia della meraviglia. 12 canzoni e 3 monologhi (con Gian Piero Alloisio; 2008), Meccanica celeste (2010), I figli della Repubblica. Un’invettiva (2014), Il Romanzo della Nazione (2015; Premio Elsa Morante 2015; Premio Anthia 2016), La zecca e la rosa (2016), L’amore (2018) e, nella collana digitale Zoom, Zafferano (2011).

 

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