Ci sono un sacco di chiacchiere in giro su chi sarà il prossimo sindaco di Genova. Di per sé niente di male, anzi, se fosse tutta la città a parlarne, semplicemente anche solo a chiacchierarne, non sarebbe che un sintomo di attiva vita civica. Il fatto che ancora non se ne senta parlare dal besagnino né dal tabacchi e lotterie né ai giardinetti di Spianata Castelletto, mi induce a sospettare che, al momento, è più una roba di accesa vita politica che di vivace vita civica; e vogliate scusare se in questo modo stabilisco una certa distanza tra cittadinanza e politicanza. Di fatto le voci, i commenti, le confidenze, le illazioni sui prossimi tre o quattro sindaci della città, sono ciò che ‟m’an vosciuo dî” come diceva mia nonna Anita per insinuare che qualcuno aveva forzato i suoi timpani nonostante il suo ferreo riserbo e il suo eburneo distacco gli amici che a vario titolo e passione fanno vita politica. Devo dire che ciò che ‟m’an vosciuo dî” mi ha seccato e turbato. Non sono in particolare i nomi, il chi, a infastidirmi, ma il come e il perché. Alcuni dei ‟chi” sono per me solo dei nomi, nomi propri di persone che conosco appena e su cui non posso e non voglio dare giudizi, Ma conosco bene la natura del ‟come” e del ‟perché”. Escludendo il fatto che le persone che ‟m’an vosciuo dî” siano tutte personalità astiose e perverse, malelingue diffidenti e ingenerose, ne deduco che la politica, i partiti della politica, il potere dei partiti sulla politica, stiano predisponendo le proprie scelte in un modo vagamente laido e propriamente sconveniente. L’impressione è che la cosiddetta ‟porcata”, la legge elettorale voluta dal vecchio governo e così giustamente osteggiata dall’allora opposizione, la legge che consegna tutto il potere ai partiti, che delimita le forme e la sostanza della democrazia partecipativa all’interno dello stretto recinto, o tabernacolo, o covo, dei partiti e delle loro strutture dirigenti, sia divenuta patrimonio ‟condiviso”, occasione appetita e subito accaparrata, ghermita al volo, da chi l’ha osteggiata. Sento parlare di ingegneria del potere e dei poteri, di strategie per ‟stare sul sicuro”, per garantire gli equilibri, per neutralizzare gli indesiderabili. Ciò che rende innoffensiva la città, la civitas; concetto oscuro e pericolosamente indefinito per chi ragiona in termini di conservazione, espansione e distribuzione del potere. Per chi quando immagina la società civile pensa a gruppi di potere piccolo medio e grande. ‟M’an vosciuo dî” che le primarie, l’unica forma che personalmente conosca in questo brutto mondo di possibile dico possibile e non certa partecipazione attiva dei cittadini ala scelta degli uomini che li governeranno, sono osteggiate perché potrebbero favorire candidati sgraditi o sgradevoli al palato dei partiti. ‟M’an vosciuo dî” che forse si potrebbe risolvere addomesticando, o annacquando, le primarie. Per esempio proponendo un solo candidato per partito, dove il candidato il partito se lo sceglie là dove si sente al sicuro e ben protetto anche dagli spifferi d’aria che potrebbero giungere dalla città, dalla civitas, dalla strada, dal mondo. Qualcosa che assomiglia alla via laotiana verso una cauta apertura alla democrazia. ‟M’an vosciuo dî” che meglio sarebbe un sindaco della Margherita, quel tal sindaco della Margherita. ‟M’an vosciuo dî” che meglio sarebbe un sindaco dei Ds, quel tal sindaco dei Ds, e nello spifferarmi le ragioni non ne ho colta una che facesse riferimento a qualcosa che io potessi capire prima ancora che condividere. Non me ne vogliano i candidati e non me ne voglia il futuro sindaco, ma oggi come oggi sono propenso a pensare che Genova rimpiangerà il sindaco Pericu per un bel po’ d’anni. Non sono né un suo parente né un suo sodale, non ho condiviso tutto di ciò che ha fatto e ideato, ma constato tutti i giorni come Genova sia cambiata nei suoi dieci anni e molto di quel che constato mi piace e mi conforta. Odio i rimpianti, che sono quanto di meno fecondo e produttivo possano nutrire un animo o una città. Per non nutrirmi di rimpianti il minimo che pretendo è di essere il più possibile responsabile della scelta che potrò fare, e poter dire a me stesso: ‟se non altro l’ho proprio voluto io”. Per questa ragione non penso che ci siano altri modi se non elezioni primarie franche, aperte, libere, vere. E poter scegliere una faccia, una biografia, una testa, delle braccia vere. Ho conosciuto nella mia vita dei pessimi sindaci nutriti di splendide idee, per questo dico ‟vero” e non loquace, non fantasioso. E men che meno supino ai privati poteri e ai pubblici capricci. Un vero sindaco è come un vero uomo o una vera donna: li si riconosce da come costruiscono la propria e l’altrui vita; da come creano le idee non da come le inseguono, da come mettono su la propria casa e da come la abitano. Dico tutto questo avendo a disposizione null’altro che un voto. Un unico, miserabile, ininfluente voto.
Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani (Castelnuovo Magra, La Spezia, 1951) con Feltrinelli ha pubblicato: Vi ho già tutti sognato una volta (1990), Felice alla guerra (1992), màuri màuri (1989, e poi 1996), Il coraggio del pettirosso (1995; premi Viareggio Rèpaci e Campiello 1995), La regina disadorna (1998; premi Alassio e Stresa per la Narrativa 1999), È stata una vertigine (2002; premio letterario Scrivere per amore 2003), Il viaggiatore notturno (2005; premi Ernest Hemingway, Parco della Maiella e Strega), Mi sono perso a Genova. Una guida (2007), il cd con libro Storia della meraviglia. 12 canzoni e 3 monologhi (con Gian Piero Alloisio; 2008), Meccanica celeste (2010), I figli della Repubblica. Un’invettiva (2014), Il Romanzo della Nazione (2015; Premio Elsa Morante 2015; Premio Anthia 2016), La zecca e la rosa (2016), L’amore (2018) e, nella collana digitale Zoom, Zafferano (2011).

 

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