Il 29 marzo 1994, giorno della prima vittoria elettorale, Silvio Berlusconi giurò solennemente che non avrebbe spostato in Rai "neppure una pianta". Tre mesi dopo il governo sciolse con cinque righe di decreto il consiglio dei "professori", in anticipo di un anno e mezzo sulla scadenza, inaugurando la più vasta lottizzazione dai tempi di Bernabei. Nel 2001 Berlusconi tornò a giurare che non si sarebbe mai occupato della tv di Stato. Nel giro di undici mesi avrebbe sostituito tutti i direttori di testata e l’intera dirigenza, epurato con editto personale Biagi e Santoro, nominato ai vertici di viale Mazzini una truppa di dipendenti Mediaset, dal Gorla che aveva curato la campagna elettorale di Forza Italia fino all’onomatopeico Comanducci, famiglio di Previti, con in più il tocco grottesco delle alte direzioni affidate alle segretarie personali di Berlusconi stesso e di Bossi. Con simili precedenti non si capisce dove il centrodestra trovi il coraggio di gridare al ‟regime” di fronte alla timida richiesta della maggioranza di sostituire alla direzione del Tg1 Clemente Mimun con Gianni Riotta, senza peraltro spostare di molto gli equilibri di una Rai che rimane saldamente nelle mani della destra. Già parlare di lottizzazione, in questa circostanza, sarebbe azzardato, tale è l’abisso professionale che separa il vecchio e il (forse) nuovo direttore. Riotta è una firma importante del giornalismo. Mimun è uno che va e viene dalla tv pubblica da una vita al seguito di questo o quel padrone politico, dai tempi in cui curava le campagne elettorali di Claudio Martelli. Un episodio per capire il personaggio. Nel 2003 Mimun viene chiamato dalla commissione parlamentare di vigilanza per giustificarsi d’aver riservato alla maggioranza di destra il 70 per cento dell’informazione politica, contro il 30 concesso all’opposizione. Il direttore del Tg1 fa ammenda e promette di "riparare lo squilibrio". La sua riparazione consiste, come ricorda Gian Antonio Stella sul ‟Corriere”, nel passare l’anno successivo a una percentuale di 80 a 20, sempre naturalmente per Berlusconi e alleati. Un simile disprezzo per il concetto stesso di "servizio pubblico" andrebbe sancito con un licenziamento in tronco. Il peggio che può capitare a Mimun è invece di lasciare la poltrona del Tg1 per quella prestigiosa e ben remunerata di Rai Sport, dove molti e più competenti giornalisti sportivi farebbero meglio. Un’altra prova evidente dell’incombente regime televisivo della sinistra, contro il quale Gianfranco Fini evoca uno sciopero del canone, è la vaga e già rientrata proposta di ridurre da quattro a tre le serate settimanali di Porta a Porta. Che razza di minaccia sarebbe? Comunque, sereni, non se ne farà nulla. Vespa avrà le sue tre puntate settimanali stabilite da un vergognoso e ricchissimo contratto firmato poco prima delle elezioni, più la quarta che gli viene pagata a parte, tanto per arrotondare. Nessun "regime" ci salverà mai dalla presenza quotidiana di Bruno Vespa sugli schermi Rai e dalle cinquanta ignobili puntate speculative sul delitto di Cogne. Anzi, di più. Vespa ha cominciato la stagione televisiva presentando anche un premio letterario. Quindi non è escluso che, grazie alla patente di perseguitato politico dalla sinistra, una delle più ambite in Italia, si appresti anche a condurre Sanremo, Miss Italia, magari con l’amico Sottile, più un paio di quiz e il galà di Capodanno. I lettori, se credono, possono fare il confronto con il trattamento riservato dalla destra a Enzo Biagi, costretto a fare i bagagli dopo quarant’anni al servizio della Rai e del grande giornalismo.
Quando si tratta di televisione è troppo furba la destra o troppo fessa la sinistra? L’alternativa forse non è così secca. Negli ultimi giorni, con un certo ritardo, si è aperto il dibattito sulla capacità o l’incapacità della sinistra di usare la televisione. Il parere unanime è che non sia capace. Si potrebbe aggiungere che non si sforza neppure tanto d’imparare. L’astuzia servile di molti giornalisti berlusconiani sostiene da anni che la televisione non serve a vincere le elezioni. Una sinistra ignorante eppure pretenziosamente intellettuale ha sposato la tesi, opinando in aggiunta che, persa la battaglia televisiva con la destra, ci si dovrebbe concentrare sulle nuove tecnologie, il digitale, Internet. Il ragionamento è tanto sottile da sfiorare l’inconsistenza. Intanto non si capisce per quale meccanismo una sinistra che in mezzo secolo non ha compreso il ruolo della televisione nella società, dovrebbe di colpo intuire gli orizzonti della Rete. Sarebbe come se uno studente bocciato al primo anno di ragioneria decidesse di rifarsi iscrivendosi a un master della Bocconi. A queste Marie Antoniette della gauche caviar (‟Non hanno pane? Mangino brioche!”) bisognerebbe poi ricordare che vivono in un paese dove due terzi della popolazione non ha accesso ad altra informazione da quella televisiva e il sessanta per cento degli adulti non è in grado di leggere un articolo semplice di settanta righe. Un sistema dove il peso delle tv può spostare un 5-6 per cento dei voti nei due mesi di campagna elettorale, come s’è visto l’ultima volta in primavera. Nelle democrazie europee, dove pure la teledipendenza è minore, i tassi di lettura assai più elevati e mai s’è visto un tycoon televisivo fondare un partito, nondimeno si discute del concetto di ‟democrazia mediatica” da almeno trent’anni. Ovvero si dibatte del fatto che la televisione è diventata da allora il cuore della battaglia politica. Da vent’anni i governi conservatori e progressisti d’Europa hanno elaborato una risposta nella sostanza simile, fondata sul rilancio professionale e la "sterilizzazione politica" del servizio pubblico e liberalizzazione dei monopoli. Qui siamo ancora a un governo che, per sostituire un direttore e un capo del personale della tv pubblica, chiede col cappello in mano il permesso al padrone delle tv private e al suo codazzo politico-imprenditoriale. Invece di procedere alla svelta a una riforma Bersani del sistema. Oppure chissà, forse la sinistra italiana ormai s’è convinta che la televisione nella società conti anche meno dei taxi e delle farmacie.
Curzio Maltese

Curzio Maltese

Curzio Maltese, 46 anni, nato a Milano, cresciuto a Sesto San Giovanni, l'ex Stalingrado d'Italia. Da ragazzo, dopo un periodo tra fabbrica e radio 'libere', scopre una decisa preferenza per il giornalismo. Cronista a ‟La Notte”, poi alla ‟Gazzetta dello Sport”, dal 1986 inviato a ‟La Stampa” e dal 1995 editorialista a ‟la Repubblica”. Ha scritto di cronaca giudiziaria, sport, pubblicità, spettacolo, politica. Poi ha capito che erano diventati una cosa sola.

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