C’è un mondo sotto il mondo dove, un po’come sopra, avvengono cose terribili e meravigliose, buffe e assurde. Il fatto che accadano in quei tunnel le rende però più misteriose, come se succedessero in un’altra dimensione, invece che nel luogo in cui, in assoluto, la vita e la morte stanno più vicine. Nella metropolitana di New York un uomo morì d’infarto mentre stava seduto in un vagone della linea 6 (la stessa cantata da Jennifer Lopez), ma nessuno se ne accorse e viaggiò per sei ore da un capolinea all’altro, finché qualcuno lo scostò per sistemarsi più comodamente. Qualche giorno dopo salii su un treno che compieva lo stesso percorso. Chiusi gli occhi e, immobile, aspettai. Non accadde nulla. Nessuno, benché informato da giornali e tv di quanto successo in precedenza, tentò di verificare se ero ancora vivo. Dopo una serie di viaggi dal Bronx a Wall street riaprii gli occhi e osservai la New York sotterranea, come appariva allontanandosi dalla punta di Manhattan. Con il passare delle fermate il paesaggio umano variava seguendo un’unica costante: lasciato l’Upper East Side riproduceva lo spettro luminoso del giorno, facendosi sempre più scuro. E rumoroso. Rassegnato, ma con sprazzi d’allegria. Non era stato possibile stabilire a che punto del viaggio per il passeggero terminale fosse scesa la notte, ma qualcosa mi faceva pensare che tra gli schiamazzi degli aspiranti rapper e delle replicanti di J. Lo non avrebbe potuto trovare l’eterno riposo. Nella metropolitana del Cairo, da poco arrivato in città e ignaro dei suoi usi, entrai nel vagone sbagliato. Mi accolse un coro di grida. Era la carrozza riservata alle donne. Mi girai per uscirne, ma le porte si chiusero. Dovevo fare almeno una delle cinque fermate che mi separavano dal quartiere copto in quella zona off limits. Abbassai lo sguardo, ma non fu giudicato sufficiente. Cinque donne si alzarono in piedi e si disposero intorno a me, di spalle, per fare da schermo alle altre. Sembravano i poliziotti che circondano un testimone antimafia mentre depone al processo, allo scopo di creare una barriera tra lui e gli imputati rinchiusi nella gabbia. Appena possibile scesi e cambiai vagone. Mi ritrovai accanto a un uomo che viaggiava con la testa rivolta all’indietro, gli occhi fissi al finestrino tra la nostra carrozza e quella femminile. Dall’altro lato una donna velata ricambiava il suo sguardo. ‟Mia moglie”, ci tenne a precisare in francese, indicandola. Si tenevano allacciati con gli occhi come fossero all’orario di visita nel parlatorio di un carcere. Dei due, quella prigioniera mi parve lei. Alla fermata convenuta scesero entrambi. Il treno ripartì, lasciandoseli dietro. Lei camminava qualche passo avanti. Nella metropolitana di Parigi, all’altezza di Chatelet, so che questo è difficile da credere, eppure è successo, ho visto un francese che sorrideva. Nella metropolitana di Città del Messico, dove transitano quotidianamente due milioni di persone, si dice che a uscirne siano un milione e novecentonovantanovemila. Mille al giorno se le mangia, soprattutto bambini. Tra i fortunati che ne potevano sbucare, inciampai su un gradino della scala che riportava in strada. Caddi, emettendo un urlo. La gente si allontanò di corsa gridando: "Gli hanno sparato"‟. Non c’era sangue sul selciato, eppure: ‟è ferito”, ‟Chiamate un’ambulanza!”, ‟è morto!”, ‟Chiamate un prete!”. Arrivò un poliziotto, con la mano alla fondina. Mi rialzai. Spiegai: ‟Non è successo niente”. La folla si dileguò, delusa. Nella metropolitana di Tokyo, alla vigilia dei Mondiali di calcio del 2002, imparai la precisione dei trasporti giapponesi. Capaci di battere perfino gli svedesi, con i loro annunci d’attesa che spaccavano il secondo. E la precisione dei trasportati, che si disponevano in file geometricamente perfette nel punto davanti al quale si sarebbero aperte le porte, attendevano con pazienza e, uno alla volta, entravano, sedevano e si addormentavano. Stanchi per l’infinita giornata di lavoro riuscivano tuttavia a svegliarsi esattamente a pochi secondi dalla loro destinazione a trascinarsi puntualmente a casa. Infine, la letale precisione dei trasportatori, sottolineata dal suicidio per disonore di un conducente che aveva accumulato non dico uno, ma due minuti di ritardo. Nella metropolitana di Berlino, la notte del 9 luglio 2006, ho visto (e sentito) centinaia di ragazzi italiani cantare, a piena voce e senza sosta, in tutta l’ora e mezzo necessaria per andare dallo stadio al centro, picchiando il ritmo contro il tetto e i vetri, la stessa strofa sulle stesse note: ‟Au revoir Zinedine Zidane!”. E una ragazza tedesca che non avrà avuto più di vent’anni e allo stadio doveva esserci andata a lavorare, che per tutto quel tempo, schiacciata e impassibile, non ha fatto altro che leggere un romanzo. L’autore era Henry James. Il titolo non l’ho capito. Usava il biglietto come segnalibro. Nelle metropolitane al cinema ho visto Gwyneth Paltrow cambiare il corso della propria esistenza prendendo o perdendo il convoglio all’ora stabilita (Sliding doors). Keanu Reeves intestardirsi a cercare il senso dell’esistenza in una stazione inesistente, quindi non luogo assoluto (The Matrix). E un personaggio mascherato e commovente adagiato su un letto di rose e dinamite andare come un proiettile verso il Parlamento di Londra (V for Vendetta). In ogni metropolitana del mondo, da Milano a Barcellona, prima o poi sbuca il pazzo che si aggira sulla banchina e spinge un passeggero sui binari, uccidendolo. è l’incubo numero due. Viene prima di quello dell’attacco terroristico e dopo quello principale: lo sguardo ipnotico oltre la linea gialla che tutti diamo, affascinati dalla domanda se davvero basta così poco, un confine di niente, tra la vita e la morte, nessuna vertigine del dirupo, stacco dell’acqua, un passo e non ci saremmo più. Poi il segnale luminoso annuncia che la linea B direzione Laurentina è bloccata e torniamo in noi, in superficie.
Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli (Bologna, 1960) è giornalista e scrittore. Fra le sue opere: Navi in bottiglia (Mondadori, 1993), Louisiana blues (Feltrinelli, 2001), L’artista (Feltrinelli, 2004), Non ci sono santi (Mondadori, 2006), Un tuffo nella luce (Mondadori, 2010), Domanda di grazia (Mondadori, 2014) e Solo bagaglio a mano (Feltrinelli, 2015), Coraggio! (Feltrinelli, 2016) e Senza fine. La meraviglia dell'ultimo amore (2018).

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