Se si dovesse riempire una capsula del tempo per spiegare ai posteri questa nostra epoca ci metterei il racconto di un viaggio aereo. Anzi, due. Metti, una mattina d’autunno del 2006, due viaggiatori, uno (io) in partenza da Roma, l’altro (la mia amica Michele Mitchell, giornalista americana) da Londra. Entrambi diretti a New York, con voli che atterrano quasi alla stessa ora. Quindi, appuntamento a Newark. Prima, però, ci tocca questa piccola, spesso assurda, odissea nello spazio che ci insegna almeno quattro cose sul mondo in cui viviamo. La prima è: non esiste la certezza del diritto.
Alla vigilia della partenza chiamo il call center Alitalia e chiedo quale sia esattamente il contenuto consentito per il bagaglio a mano volando verso gli Stati Uniti. L’operatore mi risponde categorico: ‟Può portare solo il passaporto, che verrà messo in una busta di plastica quando passerà il metal detector”. Niente altro? ‟No”. Neanche un libro? ‟Spiacente”. E dovrei imbarcare computer e cellulare? ‟Assolutamente”. Riappendo, perplesso. Ricordo che una sera chiamai tre volte il call center per un biglietto urgente e a ogni telefonata il prezzo variava.
Riprovo. Il secondo operatore mi consente il libro, ma non le apparecchiature elettroniche. ‟Può riempire un modulo e dichiarare che le ha messe nel bagaglio spedito”, mi informa. Così se scompaiono sarò rimborsato? ‟No”. Decido di lasciare a casa il computer e imbarcare il cellulare. Mi presento al check in con una rivista e il passaporto. Metto il trolley sul nastro. L’impiegato lo guarda e dice: ‟È piccolo, perché non se lo porta in cabina”. Perché il call center... ‟Ma quelli stanno in Sicilia, che ne sanno?”. Poco, immagino. Mi avvio all’imbarco con la mia valigia, che contiene però dentifricio e schiuma da barba, sulla lista nera dei prodotti pericolosi. Mi fermo in bagno e, a malincuore, getto tubetto e barattolo. Verifico che non ci siano altre "armi". Escluderei. Mi metto in fila con gli altri passeggeri. Secondo un addetto ai controlli ci dividiamo in due categorie: quelli che: ‟Non mi tocchi, le sembro forse un terrorista?” e quelli che: ‟Faccia pure quel che deve. A qualunque costo”. Questa fila è del secondo tipo. Sul tavolo si allineano bottiglie d’acqua, flaconi di shampoo, perfino un pettine con il manico troppo affilato. Nessuno protesta.
La seconda lezione è che abbiamo accettato un diverso stile di vita. Ad un vertice militare Michael Sheuer, che guidò la sezione della Cia dedicata alla caccia a Bin Laden dal ‘95 al ‘99, presentò la finta relazione di uno stratega di Al Qaeda a Osama. Cominciava così: ‟Stiamo lentamente modificando le loro abitudini. La gente vive con la paura e guarda passivamente i propri bambini passare sotto i metal detector per entrare in un museo”.
Accettiamo di liberarci di qualsiasi cosa, in cambio della presunta sicurezza. Buttando tutti i suoi cosmetici una donna americana commentò: ‟Sto perdendo la faccia”. Senza timore apro la mia borsa. Un’addetta vi fruga con guanti di gomma. Sta quasi per farmi passare quando estrae una boccetta dal contenuto rosastro. L’etichetta è consumata e illeggibile. ‟Che cos’è?”, domanda. ‟Un feticcio”, dovrei rispondere. Invece ammetto: ‟È un copriocchiaie”. Mi guarda perplessa. E me ne rendo conto. Quella boccetta ha più di vent’anni. Risale a un’epoca dimenticata in cui si volava perfino fumando (ora qualche compagnia sequestra anche gli accendini) e io mi addormentavo all’ora in cui adesso mi sveglio. Qualcuno me la donò dicendo: ‟Ne avrai bisogno”, ma non l’ho mai più usata. Però l’ho sempre portata con me. Come un feticcio, appunto: il fantasma delle passate estati, l’illusione del mancato autunno, la possibilità che ci sia ancora, nelle stagioni a venire, una notte così lunga e generosa che poi al mattino uno cerca il copriocchiaie. Ma non lo trova, perché va a finire con le bottiglie di shampoo, confiscato. Poteva far saltare in aria l’aereo? Escludo, ma non obbietto. Proseguo e, dalla sala d’imbarco chiamo Michele a Heatrow per raccontarle del copriocchiaie. La trovo furiosa per via del formaggio. Le hanno sequestrato un formaggio. Alle erbe, precisa. Vincitore di un premio, recrimina. La confisca dell’ombretto l’ha accettata (ma che pericoli comporta un ombretto?), quella del formaggio no. Era anche sigillato.
Per gli addetti alla sicurezza non è stato sufficiente: ‟Nel formaggio si può infilare qualsiasi cosa”, le hanno spiegato. Sottolineando gravemente: qualsiasi cosa. E così eccoci qui, in due aeroporti europei, senza copriocchiaie e senza formaggio, accanto ad altri passeggeri senz’acqua o senza faccia.
Ci sentiamo più sicuri? Dovremmo, ma non è così, perché abbiamo letto entrambi una definizione di John Mueller, docente all’università dell’Ohio. La definizione è: ‟Teatro della sicurezza”. Significa che tutto quel metterci le mani addosso, ritirarci questo e quello non ci rende più sicuri, ma ce ne dà l’impressione: è una recita. ‟Se funziona - conclude lui - ne vale la pena”. Purché non ci prendano in giro.
E la terza lezione è che qualche volta lo fanno. Mi siedo al mio posto assegnato, allaccio le cinture e mi metto a leggere. Il mio vicino è nervoso. Chiama la hostess e le chiede: ‟Quando servite il drink di benvenuto a bordo?”. Lei sorride, un po’ imbarazzata. Dice: ‟Non lo diamo più, signore...”. Fa una pausa, prima che il suo imbarazzo aumenti e aggiunga: ‟... per motivi di sicurezza”. Il mio vicino, stupito, non replica. La hostess si allontana. Se avete problemi economici, ammettetelo.
Dovete risparmiare, è comprensibile, e noi possiamo rinunciare allo spumantino. Ma se una gestione allegra vi ha portati sul baratro e ora tappate le fessure per arginare la falla non ricorrete all’alibi della sicurezza. Eppure è proprio questo che fanno le classi politiche al governo in molti Paesi: in nome della sicurezza riducono ai cittadini il piacere e la libertà, con l’alibi della sicurezza e lo spauracchio della paura nascondono la propria incapacità e si assicurano il consenso. John Mueller giustifica l’illusione, non la menzogna. E risulta difficile capire non solo il balletto dei codici di rischio, ma anche perché togliersi le scarpe al metal detector sia ‟consigliato” ma non obbligatorio e soprattutto perché all’aeroporto di Ginevra il duty free venda tuttora i coltellini svizzeri. La nostra preziosissima sopravvivenza, in nome della quale conversazioni e scambi di e-mail vengono intercettati, si arresta davanti all’economia multiuso elvetica? L’aereo non parte, manca un passeggero, devono scaricare le sue valigie. L’operazione è ovviamente lunga e circospetta: l’uomo che non c’è ha un nome arabo. Due ore di ritardo, ma Michele farà più tardi di me.
Lezione numero quattro: abbiamo alzato nuovi muri.
Quando sbarco a Newark cerco dentro di me la sola arma concessa: la pazienza. Prevedo problemi e li incontro. L’agente che controlla i passaporti esordisce guardando il modulo che ho compilato, la mia faccia e poi domandando: ‟Così, porti gli occhiali scuri perché sei un reporter, eh?”. Indico in silenzio le luci al neon. Vede che mi fermerò soltanto quattro giorni. ‟E che servizio fai in quattro giorni?”. Il dubbio sarebbe legittimo se non mi chiedesse una lettera d’incarico del giornale, che non ho e non sono tenuto ad avere. Il vero problema, ovviamente, è nel mio passaporto, nei timbri di Egitto, Yemen, Giordania e nella foresta dei cedri bollati libanesi.
‟Che cosa ci facevi là?”. Sempre il reporter. Sembra arrendersi, poi trova un gancio a cui appigliarsi: ‟Manca l’indirizzo del tuo hotel”. Conosco solo la via. Non basta. Prendo il cellulare per chiamare il servizio informazioni. Mi fa segno che è vietato telefonare. E quindi? Mi fa spostare di lato, situandomi nel limbo degli aspiranti ad entrare in America. Una poliziotta mi viene incontro, mi conduce a un’altra fila, mentre camminiamo suggerisce: ‟Aggiungi un numero a caso all’indirizzo”. Lo faccio e sono nel Nuovomondo, oltre questa moderna ma sempre bizzarra versione di Ellis Island. L’aereo di Michele è arrivato, ma lei no. Il suo portatile è spento. Aspetto qualche minuto, riprovo, niente. Mi avvio ai taxi. Sono già a Manhattan quando mi chiama, diretta a Brooklyn. È stata trattenuta due ore e mezzo, benchè americana. Sul suo passaporto c’era un timbro dell’Afghanistan, dove aveva appena finito di girare un documentario. ‟Sono una reporter”, aveva anche lei spiegato. ‟Davvero?”, le avevano chiesto. ‟Secondo lei perché, sennò, una donna americana andrebbe a Kabul?”. L’ironia era stata controproducente. Era finita in uno stanzino zeppo di pakistani e peruviani terrorizzati. C’era rimasta finché le era venuta un’idea: ‟Googlatemi!”. L’impiegato aveva dato il suo nome al motore di ricerca su Internet e aveva ricevuto un’immagine in cui lei siedeva, nientemeno, alla scrivania di conduzione di un notiziario della Cnn. In effetti, era una reporter. E poteva andare. Ora, come annota James Fallows in un brillante articolo sull’Atlantic Monthly dal titolo ‟Declaring Victory”: ‟È probabile che con i nuovi sistemi impediamo l’accesso a uno come Mohammmed Atta, ma anche che lasciamo alla porta gente come Sergey Brin”.
Brin, originario della Russia, è uno dei fondatori di Google. E qui il cerchio si chiude: noi siamo qui. Se potete, dal futuro, venite a salvarci.
Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli (Bologna, 1960) è giornalista e scrittore. Fra le sue opere: Navi in bottiglia (Mondadori, 1993), Louisiana blues (Feltrinelli, 2001), L’artista (Feltrinelli, 2004), Non ci sono santi (Mondadori, 2006), Un tuffo nella luce (Mondadori, 2010), Domanda di grazia (Mondadori, 2014) e Solo bagaglio a mano (Feltrinelli, 2015), Coraggio! (Feltrinelli, 2016) e Senza fine. La meraviglia dell'ultimo amore (2018).

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