Il variopinto suk allestito in Senato intorno al voto sulla finanziaria può avere motivi più o meno nobili. È nobile e fiera l’opposizione del Nobel Rita Levi Montalcini all’ennesimo taglio alla ricerca, 300 milioni di euro, in un paese che già investe sul suo futuro di nazione moderna un sesto dei paesi scandinavi, un quarto di Germania e Francia, perfino un terzo della Spagna. Assai meno nobile è l’impuntatura a tratti ricattatoria di lobbisti a vario titolo, dall’ormai solito Pallaro che batte cassa in nome degli italiani all’estero fino al senatore De Gregorio che invoca altri stanziamenti per le nostre forze dell’ordine, le più numerose del mondo in rapporto alla popolazione e dunque considerevole bacino elettorale. Ma l’immagine generale è appunto quella di un mercato levantino, dove ogni giorno si aggiunge un nuovo banco abusivo. Nella consapevolezza che ciascun voto, grazie alla legge elettorale più stupida del pianeta, può risultare decisivo per la vita o la morte del governo. Con la complicità o più spesso l’impotenza dei partiti che non riescono a controllare neppure i loro esponenti. La filosofia di Prodi e del governo è mutuata dal grande Eduardo. Aspettano che passi "a nuttata". Una volta approvata la finanziaria, trattando con l’ultimo sensale, si attende l’alba di una nuova stagione politica. L’opposizione dovrà accantonare la speranza della caduta di Prodi, l’unico elemento che ancora tiene insieme Berlusconi e Fini, la Lega e Casini. Altre stangate non sono previste nei prossimi anni, a meno di cataclismi economici. Questa serviva a sanare i buchi lasciati dalle promesse di Berlusconi e preparare il terreno alla ripresa. Per forza o per ragione il centrosinistra dovrebbe dunque ritrovare con l’anno nuovo un nuovo spirito di coalizione. Il calcolo è sensato. Ma in attesa che passi la nottata si può trarre qualche lezione dallo spettacolo di questi giorni. La prima è che alla politica italiana serve una scossa per uscire dalle eterne sabbie mobili in cui sembra affondare. Il confronto con la vitalità della democrazia americana è avvilente. Le altre democrazie cambiano, si rinnovano, voltano pagina. L’Italia politica sembra inchiodata al rito di uno sfilacciato reality show con le stesse vecchie glorie dall’ego arroventato in lite perenne sullo schermo. E dire che davvero non potremmo permetterci questo lusso. Il fatto che si sia smesso di parlare di declino non significa che il declino non sia più un pericolo, anzi. Dall’ultima volta che l’Italia ha stupito in positivo il mondo, ai tempi dell’aggancio all’euro, sono passati dieci anni. Da allora abbiamo perso altri treni, accumulato crisi industriali, da Fiat ad Alitalia, clamorosi crac finanziari come la Parmalat e la Cirio; sono state dilapidate altre quote di mercato e scalate in basso le classifiche di competitività. Il tutto all’ombra di un debito pubblico gigantesco, mai scalfito. Non c’è davvero bisogno di un governo che non riesce a decidere, costretto a pagare il pedaggio a mille Ghino di Tacco, ad annacquare ogni giorno la già pallida spinta riformista nel gran calderone delle difese corporative. Da che cosa può nascere questa scossa? Forse dalla nascita del Partito Democratico o da un nuovo patto fra Prodi e gli alleati o ancora da una nuova visione della società italiana sulla quale fondare una politica di rilancio industriale che indichi finalmente quale sarà la collocazione, la missione del nostro Paese nel mutato mercato mondiale. Qualcosa insomma dovranno inventarsi perché non si può andare avanti cinque anni al passo della lumaca, fermandosi a ogni Pallaro o De Gregorio che si mette di traverso. In più il sistema dei partiti nato con la seconda repubblica è con tutta evidenza al limite del collasso. La legge proporzionale che avrebbe dovuto esserne il trionfo rischia di segnarne la fine. è un problema comune a sinistra e a destra, a Fassino e Berlusconi, Fini e Bertinotti, Bossi e Casini: i partiti non controllano nulla e nessuno. Dopo la battaglia campale della finanziaria, ci troveremo un Parlamento con un’ottantina di partitini di fatto, alcuni formati da un singolo senatore, una Babele di corporazioni, in questo specchio del paese reale.
Curzio Maltese

Curzio Maltese

Curzio Maltese, 46 anni, nato a Milano, cresciuto a Sesto San Giovanni, l'ex Stalingrado d'Italia. Da ragazzo, dopo un periodo tra fabbrica e radio 'libere', scopre una decisa preferenza per il giornalismo. Cronista a ‟La Notte”, poi alla ‟Gazzetta dello Sport”, dal 1986 inviato a ‟La Stampa” e dal 1995 editorialista a ‟la Repubblica”. Ha scritto di cronaca giudiziaria, sport, pubblicità, spettacolo, politica. Poi ha capito che erano diventati una cosa sola.

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