E poi c’è sempre qualcuno che non ne può più e decide di andarsi a cercare una vita più semplice. Se l’uomo che scappava dalla morte la trovava ad attenderlo a Samarcanda, dove era scritto che il suo destino si compiesse, quello che fugge dalla complessità pensando di trovare la semplicità intraprende un viaggio a vuoto. Sia che si sposti fisicamente nello spazio o mentalmente nel tempo. Non ci sono su questo pianeta luoghi semplici. Né ci sono mai stati, se non in quello specchio retrovisore per allodole che è la nostalgia. L’idea che le metropoli siano infinitamente più complicate di un villaggio di campagna è una sciocchezza. Poiché lo stile di vita ideale non esiste, ma ciascuno si ritaglia su misura il proprio, semplice è quella città che ti consente di farlo. E allora: il borgo medievale nella Francia del Sud con i suoi riti rigidi e prestabiliti oppure New York (o, per gli orientalisti, il Cairo che ne è la versione bombardata) dove puoi fare qualunque cosa a qualsiasi ora? Non è più semplice avere la possibilità di andare al mercato di Union Square a comprare gli ortaggi biologici dal coltivatore hippie ma anche di starsene a casa e ordinare la consegna a domicilio con il telefono o il personal computer piuttosto che dover per forza arrivare (in auto o a cavallo) dal produttore? L’errore di partenza è pensare che semplicità significhi riduzione delle opzioni il più possibile vicino, se non a zero, a uno. È la motivazione che sta dietro a molte conversioni religiose: ridurre la complessità delle scelte a una strada unica e a soddisfazione garantita. È la visione angusta in cui si finisce per equiparare modernità a complessità, demonizzandola e non cercandone il germe di semplificazione da cui nasce. Prendiamo un comune strumento come la televisione. Non è raro incontrare i nostalgici dell’era pre-telecomando, quando i canali erano due, entrambi pubblici, dovevi alzarti per cambiarli e la pigrizia faceva sì che quasi tutta l’Italia guardasse lo stesso film o telequiz. Non è meglio avere la televisione satellitare con le sue centinaia di possibilità? Che cosa impedisce, volendo, di incrostare il telecomando sul primo bottone? La semplicità è, di questi tempi, una forma non di resistenza, ma di adattamento. Restiamo alla tv satellitare. Vuoi averla nella tua casa italiana? Chiami un gestore. Quello apre una pratica, ti manda un addetto all’ora che decide lui, ti noleggia una scatola, ti affida un telecomando, ti consegna un manuale e un numero per le emergenze. Quando lo userai per notificare qualche malfunzionamento ti risponderanno invariabilmente: «Provi a spegnere e riaccendere la box». Metti che intendi ottenere lo stesso risultato a Beirut. Ti danno il numero di un tizio, a cui spieghi il tuo desiderio. Tempo mezz’ora e senti fischiare forte dal tetto del palazzo di fronte. Apri la finestra e ti vola dentro un cavo. Pochi minuti dopo il lanciatore viene a collegartelo dietro lo schermo. Ogni primo del mese passa a ritirare una somma che consegna all’unico nel quartiere ad avere un allacciamento regolare e qualche decina di derivazioni. Tutto è adattabile. Ogni cosa e situazione dipende da come la viviamo. Era più semplice la vita senza cellulare? Certo. Provate a dirlo quando sarete in un dirupo, impossibilitati a risalire con le vostre forze, desiderando, più che la privacy, la presenza di un elicottero della Croce Rossa. Anche i beduini del Sinai hanno un cellulare nella bisaccia del cammello. La differenza è che a sera non si appoggiano a una duna e fanno scorrere la rubrica guardando con occhi vacui i nomi, verificando l’esistenza astratta di legami interpersonali. Un telefono è una cosa semplice se viene usata per comunicare, non per evocare. La tecnologia ha offerto strumenti di semplificazione: dai grandi stereo con casse a colonna si è passati ai piccoli lettori di compact disc e oggi tutta la colonna sonora di un’esistenza può essere contenuta nella sogliola di un Ipod. I ventiquattro volumi dell’enciclopedia che occupavano due scaffali si sono smaterializzati nella rete Internet dove ogni informazione è disponibile a richiesta di un palmare. Si può vivere leggeri, ma pochi sembrano rendersene conto, offuscati dal feticismo del possesso. Conosco un uomo che faceva il dirigente d’azienda e si è ritirato a quarant’anni, con una buonuscita sufficiente a campare di rendita per altrettanti. Ha deciso di non possedere più di quello che già ha. Nel guardaroba tiene abiti dello stesso colore e diverso spessore. In casa c’è uno scaffale unico in cui posa il libro che sta leggendo (dopo, lo regala se era buono, altrimenti lo getta). Ha molte tessere da frequent flyer. Da ogni viaggio nel mondo importa una ricetta di semplicità e sottrazione: ha un salotto arabo (solo tappeti e cuscini, senza strutture che impongano sopraelevazione, giacché l’uomo per natura sta in piedi o sdraiato), una camera da letto giapponese (materasso appoggiato su una base a terra), una cucina americana (dove mangia esclusivamente alimenti che non richiedono cottura). Non ha automobili, non deve rinnovare bolli e assicurazioni, se necessario noleggia un mezzo, ma i trasporti pubblici gli bastano quasi sempre. Potrebbe vivere alla stessa maniera a Chicago o Sana’a, oggi come fra vent’anni. Quel che non è semplice è stato, per lui come per tutti, accorgersi che è possibile vivere anche così. Che la semplicità è un luogo interiore, un tempo presente continuo. E che spesso si nasconde dietro la maschera della complessità.
Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli (Bologna, 1960) è giornalista e scrittore. Fra le sue opere: Navi in bottiglia (Mondadori, 1993), Louisiana blues (Feltrinelli, 2001), L’artista (Feltrinelli, 2004), Non ci sono santi (Mondadori, 2006), Un tuffo nella luce (Mondadori, 2010), Domanda di grazia (Mondadori, 2014) e Solo bagaglio a mano (Feltrinelli, 2015), Coraggio! (Feltrinelli, 2016) e Senza fine. La meraviglia dell'ultimo amore (2018).

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>