E così, da cent’anni, siamo "uomini che vanno al cinema". Dalla sala di Parigi, dove tutto cominciò, all’Imax di Postdamer Platz a Berlino si sono evoluti il modo di guardare seduti nell’oscurità, la struttura dove questo avviene e sono mutati, dilatandosi, i tempi e le possibilità di scelta. Ma sarebbe sbagliato credere esista oggi un modo universale di andare al cinema e di starci dentro. Questa è una piccola guida aneddotica e ragionata sulle esperienze che attendono lo spettatore nelle differenti sale del mondo. Un secolo dopo, la capitale mondiale del cinema, inteso come luogo di proiezione, resta Parigi. A Los Angeles (e Mumbai) si produce, a New York (e Toronto) si gira, a Parigi si guarda. A qualunque ora del giorno e talora della notte. Qualunque film. Tu ne nomini uno, compri la guida settimanale e in qualche minuscola e fascinosa cornice del Quartiere Latino, alle undici di mattina o a mezzanotte, lo danno. Magari al Rex, sul fantaschermo dietro il quale i visitatori passano, a film in corso, sognando invano di sbucare come rosee purpuree del Cairo. Neppure lontanamente paragonabile è l’offerta di New York che ha scuole di cinema, un buon festival a Tribeca, ma rinchiude tutto ciò che non è americano o non è contemporaneo nel malandato recinto del Quad a Chelsea, dove più di uno sfrattato entra al primo spettacolo e striscia di sala in sala, di film in film, fino a notte fonda. L’esperienza di spettatore può diventare esotica in Thailandia, dove ogni proiezione è preceduta dall’inno nazionale, colonna sonora di un filmato sul re che il pubblico deve seguire in piedi. Ancor più curiosa in Egitto, dove i film stranieri vengono potati dalla severa censura islamica, riducendosi spesso a una durata di settanta minuti, nel corso dei quali l’attrice annuncia l’intenzione di farsi una doccia poi zac! appare seduta in automobile. L’unica occasione per vedere pellicole integrali è il Cairo Film Festival. L’eccezione è motivata con la qualità "culturale" del prodotto. Per riderne qualche anno fa venne girato Film culturale, storia di tre ragazzi che cercano di vedersi una videocassetta pornografica. Era buffo, mai quanto quel che accade realmente al Festival. Quattro anni fa andai a vederci Respiro, l’ottimo film di Crialese. Doveva cominciare alle nove, ma alle nove e trenta eravamo in quattro in sala. L’unico egiziano presente decise di accorciare i tempi. Uscì e garantì al folto pubblico in attesa sul marciapiede: ‟Si vedono donne nude”. Fu un assalto. A un certo punto sullo schermo Valeria Golino fa il bagno in topless e da una barca di pescatori siciliani le urlano: ‟Bottana!”. In contemporanea dalla sala si levò il grido: ‟Sharmuta!” che era la traduzione simultanea e inconsapevole. Una sala allegra, come quelle che si incontrano in India durante le proiezioni bollywoodiane, affollate da famiglie venute a fare un picnic alternativo, lasciando che le complesse suonerie dei cellulari sovrastino le facili melodie dei musical. A Jaipur, durante la proiezione dell’ultimo 007 doppiato in hindi, ho visto una dozzina di ragazzini azionare il cellulare durante i titoli di testa: avevano la stessa musica. Colore orientale e rigore europeo, uno s’immagina. Invece la proiezione più chiassosa che ricordi fu in un cinema di Berlino. Fila ordinatissima nei vecchi cortili ristrutturati di Mitte, incolonnamento perfetto sulle scale che conducono al quinto piano, poi in sala una battuta ad alta voce dopo l’altra, quasi che il Match Point di Woody Allen fosse una partita interattiva tra lui e gli spettatori. Vinta da loro. Commentare è (maleducazione a parte) un po’esorcizzare. A New York, nel settembre del 2001, a pochi giorni dall’attacco alle Torri Gemelle, ho assistito a una rumorosa visione di Panic room: nella stanza del terrore eravamo rinchiusi tutti e l’unico modo di uscirne era gridare a Jodie Foster: ‟Non sta davvero accadendo, è solo un film!”. Era, anche, un modo per non sentirsi soli. Sebbene, parere personale, il modo migliore di godersi il cinema è proprio andarci da soli, al più tardi allo spettacolo intorno alle sei di sera, avendo tempo e conquistando spazio. L’eccesso di solitudine, tuttavia, può diventare un problema. In una sala di Dubai il cassiere (rigorosamente maschio) rifiutò di vendermi il biglietto perché sarei stato l’unico spettatore in sala. ‟Non vale la pena accendere il proiettore”, spiegò. Chiesi quale fosse il quorum. ‟Due”, rispose. Comprai un secondo biglietto e potei assistere a un thriller non memorabile. Più tollerante la meravigliosa Matera. Il cassiere (rigorosamente maschio) del cinema nella piazza principale, mentre si lamentava al telefono dei magri incassi, mi vendette il primo e unico biglietto per vedere La tigre e la neve. Lo stesso uomo si spostò al bar per darmi una bottiglia d’acqua, in sala per mostrarmi il posto (‟Faccia lei”), in cabina per avviare il proiettore. Quando, mezz’ora dopo, la macchina cominciò a bruciare la pellicola, il cinema era deserto. Trovai il factotum nel caffè di fronte. Gli spiegai quel che stava accadendo. Rientrando flemmatico disse: ‟Le macchine capiscono più dei critici”. A San Cristobal de las Casas, in Messico, ho visto un bellissimo film indipendente americano (United States of Leyland) nel retro di un ristorante, dove per tre dollari a spettatore una vecchietta metteva un dvd nell’apposito lettore e proiettava su un lenzuolo. A Cracovia ho visto Strade perdute di David Lynch (lì intitolato Zagubiona autostrada) al quinto piano di una casa popolare. Mentre la sala si riempiva notai che ognuno cercava un posto assegnato, guardai la poltrona dove mi ero seduto entrando per primo nella sala vuota e mi accorsi che era proprio quella designata: una specie di trailer del film che seguì. A Tokyo ho visto una specie di Vangelo apocrifo sullo schermo aprendo una porta nel corridoio di una stazione della metropolitana: quando passavano i treni le immagini ballavano. Ma l’esperienza limite rimane il cinema porno nel quartiere musulmano di Hamra, a Beirut, a due isolati dalla casa dove ho vissuto. Era una leggenda, i vicini ne negavano l’esistenza, eppure lo vedevo, uscendo dal fruttivendolo. Non aveva insegna, c’era un lungo corridoio tappezzato di vecchi manifesti, un lampeggiante rosso taceva sulla testa di un uomo seduto, giorno dopo giorno, a fumare il narghilè accanto a un altro, che beveva caffè a una vecchia scrivania. In un pomeriggio d’inverno sono stato accolto come un visitatore a lungo atteso. Scortato in una discesa verso inferi di velluto strappato, assi rotte, passerelle scricchiolanti. Dai bagni entravano e uscivano ectoplasmi, in sala brillavano sigarette, un proiezionista distratto sparava le immagini per metà sullo schermo e per metà sul soffitto. Rocco Siffredi si protendeva più innaturale che mai. Nessuno protestava. Guardai l’orologio: era l’ora della preghiera, il richiamo del muezzin venne a unirsi ai sospiri degli attori. Mai come allora un cinema mi apparve per quel che è: una bolla di anti realtà, un’isola (non importa se deserta o mal frequentata) per tutti i naufraghi dal mondo che si crede vero.
Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli (Bologna, 1960) è giornalista e scrittore. Fra le sue opere: Navi in bottiglia (Mondadori, 1993), Louisiana blues (Feltrinelli, 2001), L’artista (Feltrinelli, 2004), Non ci sono santi (Mondadori, 2006), Un tuffo nella luce (Mondadori, 2010), Domanda di grazia (Mondadori, 2014) e Solo bagaglio a mano (Feltrinelli, 2015), Coraggio! (Feltrinelli, 2016) e Senza fine. La meraviglia dell'ultimo amore (2018).

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