La signora Giorgia è la badante di mio padre, la nuova nonna del mio nipotino Richi e la sorella maggiore del sottoscritto; lo è anche se è di qualche anno più giovane, lo è per la sua maggiore esperienza della vita. È partita in cerca di lavoro dalla bella Costanza, la città marina greca e turca e slava, ed è arrivata in Italia da clandestina. Da clandestina vive in una città marina che non le colma la nostalgia, serenamente incapace di trovare la ragione per cui quasi nessuno del quartiere risponde al suo allegro, aperto, saluto. Ma domani cambierà tutto per Giorgia, o quasi tutto: da domani la Romania sarà un Paese della Ue e la signora Giorgia sarà cittadina europea, libera di vivere e di muoversi a suo piacere nel grande continente della tolleranza civile e della buona accoglienza, frutto cospicuo delle sue proverbiali radici cristiane.
Ieri mi sono felicitato con lei, le ho raccontato di come svaniranno nel nulla tutti gli intoppi burocratici che fino a oggi ci hanno impedito di offrirle un posto di lavoro ragionevolmente tutelato, di come saranno cancellate le umiliazioni e le frustranti vacuità di legislazioni ormai superate dagli eventi. Lei ha sorriso educatamente, ha ripreso a cucinare le sue mitiche polpette e, borbottando tra sé e sé, si è data una scrollatina di spalle.
Qualcosa non convince la signora Giorgia, e me lo ha spiegato nel suo modo straordinariamente semplice che ha di spiegare le cose quando sono molto complicate. ‟Oh, forse è come dici tu, ma sai che cosa mi ha chiesto mia madre quando le ho telefonato l’ultima volta e le ho detto dell’Europa? Mi ha chiesto: ‘Vuoi dire che verranno a levarmi la zappa dalle spalle?’”.
La madre della signora Giorgia è una ottantenne che vive con trenta euro di pensione al mese e con il lavoro delle sue braccia nei campi che coltiva. No, l’Europa non si spingerà fino alle campagne di Costanza, in Romania, a sollevare il duro peso della zappa dalle esauste spalle dei contadini senza previdenza né assistenza. Non sarà questo l’Europa; sarà forse qualcosa di altrettanto buono e importante,ma non questo. Non in modo così risolutivo come desidererebbe chiunque nelle condizioni della vecchia madre di Giorgia.
L’Europa è ricca e usa parte della sua ricchezza per sostenere e promuovere l’economia e la società dei suoi membri più poveri; più si allarga il numero dei Paesi che aderiscono all’Unione e più aumentano i Paesi da sostenere. È un principio giusto e un’idea politica forte e lungimirante: una società europea, un’economia europea, una cultura europea, sono l’unica possibilità di sviluppo ragionevole a lungo termine. So che è difficile da vedersi a occhio nudo, ma anche a sforzarsi non si trovano alternative concorrenti. Se ogni Paese, compreso il più ricco, fosse nella contingenza di doversela cavare da solo, la sua ricchezza non durerebbe più di una generazione. Perché la ricchezza di cui oggi godiamo e che la madre della signora Giorgia può solo sognare è in gran parte presa a credito.
Oggi, ma solo oggi, possiamo illuderci di poter godere in eterno di una ricchezza che in realtà non siamo noi a produrre; di fatto viviamo negli agi sul lavoro di un paio di miliardi di uomini e donne che zappano per noi a un prezzo che non accetteremmo neanche a costo di morire di fame. Quanti anni occorrono ancora perché questi due miliardi di umani gettino la zappa e pretendano un tenore di vita almeno decente, se non paragonabile al nostro? Provate a pensarci: non più di una generazione, vi pare? E quanti anni ancora prima che i loro Paesi decidano di smetterla di garantire i nostri agi e comincino a pensare a quelli dei loro cittadini? C’è forse un mezzo per impedire che questo accada? Non basterebbero una e nemmeno dieci guerre. E allora? Allora saremo chiamati a dividerci il lavoro e la ricchezza, e noi ricchi dovremo tornare tutti a zappare,dovremo imparare di nuovo a lavorare e lavorare sodo; a ciascuno la sua zappa particolare,ma una per ognuno. E per i furboni, i ladroni e i fannulloni saranno tempi duri, distinguibili come saranno in un universo dove tutti se ne vanno in giro con il loro bravo attrezzo. Quando penso a questo divento un fervente, incrollabile europeista. Non perché mi illuda che l’Europa sia lì per risparmiarmi la mia zappa, ma perché sarà l’unico modo perché la zappa sia più leggera e il lavoro meglio fatto.
Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani (Castelnuovo Magra, La Spezia, 1951) con Feltrinelli ha pubblicato: Vi ho già tutti sognato una volta (1990), Felice alla guerra (1992), màuri màuri (1989, e poi 1996), Il coraggio del pettirosso (1995; premi Viareggio Rèpaci e Campiello 1995), La regina disadorna (1998; premi Alassio e Stresa per la Narrativa 1999), È stata una vertigine (2002; premio letterario Scrivere per amore 2003), Il viaggiatore notturno (2005; premi Ernest Hemingway, Parco della Maiella e Strega), Mi sono perso a Genova. Una guida (2007), il cd con libro Storia della meraviglia. 12 canzoni e 3 monologhi (con Gian Piero Alloisio; 2008), Meccanica celeste (2010), I figli della Repubblica. Un’invettiva (2014), Il Romanzo della Nazione (2015; Premio Elsa Morante 2015; Premio Anthia 2016), La zecca e la rosa (2016), L’amore (2018) e, nella collana digitale Zoom, Zafferano (2011).

 

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