Dallo scontro di civiltà a quello sul pianerottolo. Mentre si aspetta di capire se le indagini sulla strage di Erba sono giunte al traguardo giusto si nota che hanno seguito un corso esemplare. Alla crisi di rigetto culturale si è sostituita, nel corso di un mese d’affannosa e non sempre lucida inchiesta, l’ombra onnipresente del "clan dei calabresi", l’immancabile pista della droga, quella della passione (scoccava l’ora dello sceneggiato) e si è arrivati infine a un persistente rumore proveniente dalla cucina che infiniti addusse lutti ai Castagna. Si è viaggiato da Tunisi all’Aspromonte per tornare a Erba, addirittura alla porta a fianco. Non resta che fare un passo in più e guardarci dentro.
Questa indagine è uno specchio: riflette le paure, i pregiudizi, i fantasmi che abitano la nostra vita quotidiana offuscando la percezione della realtà, ma anche l’insanabilità di quei dissidi che ci ostiniamo a definire "piccoli" perché tali dovrebbero essere, quando invece sono letali, soppressori di ogni ragionevolezza e pietà, a prescindere dalla conclusione che i vicini di casa abbiano o meno sterminato la famiglia Castagna. Ripercorrere le tappe dell’inchiesta significa confrontarsi con questi elementi. E non è piacevole.
Si comincia una sera di dicembre, di fronte a quattro cadaveri (un bambino, la madre, la nonna, la vicina) e una quinta persona in coma (il vicino). Manca il padre di famiglia, l’uomo che ha appena perduto la moglie e il figlio. Chi è? Un tunisino con precedenti penali. Dunque è, anche, il colpevole. Perché? Tutti ricorderanno una sera lontana, a Novi Ligure, in cui un uomo perse la moglie e il figlio, anche loro massacrati a coltellate in una villetta. Era il padre di Erika. Non era in casa al momento del delitto. Non fu sospettato neppure per un istante. Si accreditò la tesi degli albanesi suggerita da Erika. Il padre aveva un alibi: stava giocando a calcetto, come si verificò. Giusto. Il marito di Raffaella Castagna era addirittura in Tunisia. Aveva un alibi grande come il Mediterraneo, che però viene verificato dopo averlo accreditato non soltanto come assassino, ma addirittura assassino del proprio bambino di anni due.
Poi quest’uomo prende l’aereo da Tunisi e l’indagine ricomincia da capo. Se non lui, chi? Il vedovo non è di grande aiuto. In una raffica di dichiarazioni ai microfoni e al vento (indimenticabile l’annuncio da saloon: ‟Sono qui, che mi vengano a cercare”) suggerisce l’ipotesi di uno sgarro ai "calabresi" durante una partita di calcio in carcere che avrebbe potuto essere stato lavato nel sangue. Se qualcuno gli presta ascolto è soltanto perché non ha di meglio da proporre. Deragliati dalla pista principale gli inquirenti battono quella secondaria della ‟droga”. La droga è il feticcio investigativo universale. Viene tirata in ballo dal microreato al massacro. Se spaccano il finestrino di un’auto parcheggiata per rubare l’I Pod dimenticato sul sedile ‟sarà stato un drogato”. Se fanno fuori un politico e la sua scorta con cento chili di tritolo sotto l’asfalto, non si può escludere ‟la pista dei cartelli della droga”. Colombiani. O calabresi. Ci stiamo avvicinando, abbiamo attraversato il Mediterraneo, intanto. E il movente comincia a prendere forma. Una ritorsione. Non quella iniziale, la grande ritorsione della cultura respinta, la reazione del musulmano mal integrato, emarginato dalla famiglia acquisita e punito da un sistema di leggi in cui non si riconosce. Una ritorsione in scala più ridotta, quella criminale, del clan che ha subito uno sfregio, si è visto sottrarre una zona d’influenza, una partita di merce che scotta, o va a sapere.
E se fosse invece, un diverso tipo di ritorsione, più vicino a tutti noi? È a quel punto che si affaccia l’ipotesi dell’innamorato deluso. Qualcuno che amava Raffaella Castagna e non si è rassegnato a vederla sposa di un altro uomo. E tunisino. Per improbabile che sia, questa teoria ha il pregio di avvicinare il delitto alla vita "normale", di declinarlo in termini a tutti comprensibili: passione, gelosia, rabbia. Ha ancora un difetto: pensa in grande. Tira in ballo sentimenti importanti. Se anche non solca i mari, vola alto. Con l’ultima ipotesi si atterra. Si striscia nella quotidianità, insozzandosi con la sua banalità. Non ci sono aerei e neppure ascensori, c’è un pianerottolo sul quale si litiga. Cominciando anni fa, quando il piccolo Youssuf era solo un’idea nella fantasia dei suoi genitori, per via di quei ‟rumori persistenti provenienti dalla cucina”. Ecco, si può arrivare a un massacro partendo da questo? Una strage può nascere da un fastidio che perde la misura di sè e diventa insofferenza, poi odio? Per il caso particolare ce lo dirà la conclusione, ancora lontana, dell’inchiesta. In generale la risposta non può che essere uno sconsolato sì. Siamo troppo abituati a valutare per massimi sistemi quelle che sono minime bestialità. A cercare l’orrore lontano quando basterebbe citofonargli. A rivestire di concetti storici la brutalità senza tempo nè giustificazione. Scontro di civiltà è il nome che abbiamo dato all’incapacità di mantenere rapporti civili con chi ci abita a fianco in questo pianeta che dovremmo abitare con modestia da inquilini.
Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli (Bologna, 1960) è giornalista e scrittore. Fra le sue opere: Navi in bottiglia (Mondadori, 1993), Louisiana blues (Feltrinelli, 2001), L’artista (Feltrinelli, 2004), Non ci sono santi (Mondadori, 2006), Un tuffo nella luce (Mondadori, 2010), Domanda di grazia (Mondadori, 2014) e Solo bagaglio a mano (Feltrinelli, 2015), Coraggio! (Feltrinelli, 2016) e Senza fine. La meraviglia dell'ultimo amore (2018).

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