Nicola Rossi, insigne economista di scuola liberale ha restituito la tessera dei Democratici di Sinistra, deluso da un partito che, lui dolentemente sostiene, ha esaurito le energie riformatrici. Ormai lo sanno anche i sassi, e da quello che ne leggi e ne senti, da quanto ne leggi e ne senti,capisci che è il fatto politico dell'anno, l'ultimo e forse definitivo dramma che vive il partito maggiore della sinistra italiana in preda a grande sgomento, sorpresa e disappunto. Non voglio sembrare strano, ma a me il fatto che un economista liberale si trovi in disaccordo con la politica economica dei Ds non mi sembra una cosa per niente strana e sconvolgente; la cosa davvero strana, semmai, è come mai fosse da dieci anni un dirigente di quel partito e il suo economista di riferimento. Vorrei non ricordare male, mail partito dei Ds è nato dallo scioglimento del Pci in Pds, ed è tuttora, se ancora non mi sbaglio,un partito socialista, o socialdemocratico (dove l'incertezza tra socialismo e socialdemocrazia non è mia, ma dei suoi dirigenti e dei documenti che scrivono, discutono e votano senza aver chiarito per benino la minuzia). Detti dirigenti, per altro, provengono tutti dalla robusta tradizione culturale del Partito Comunista, e sono pure dirigenti del Pse, a cui aderiscono nel Consiglio d'Europa, come lo sono dell'Internazionale Socialista. A me il buon senso suggerirebbe che un economista liberale dovrebbe militare in un partito liberale ce ne sono in Europa di partiti liberali assai apprezzati e autorevoli, e ce ne fu pure uno in Italia, forse meno autorevole ma non privo di illustre tradizione e contemporaneamente mi verrebbe da pensare che un partito socialista, o socialdemocratico, dovrebbe avere tra i suoi dirigenti il fior fiore degli economisti di scuola socialista o socialdemocratica. Ce ne sono in Europa e nel mondo in egual numero di quelli liberali, tant'è che il Nobel per l'economia da decenni ormai è assegnato a rotazione tra gli uni e gli altri, con qualche eccezione in favore di economisti "estremi", come il socialista utopista Amartya Sen,nobel 1998, o il liberista (liberista, non liberale) radicale, Friedman, 1976. Infatti la politica economica dei socialisti francesi e spagnoli, dei socialdemocratici svedesi e tedeschi, ecc. ecc., è concepita da intellettuali portatori della cultura riformista socialista o socialdemocratica. Altrettanto non si può dire dei partiti di destra e dei loro governi, che possono formulare idee e attuare politiche liberiste, populiste, stataliste, ma quasi mai di riformismo liberale. Il destino dei pensatori liberali è assai negletto; sono per lo più troppo intelligenti, rigorosi e intellettualmente onesti perché riscuotano le simpatie dei politici e degli elettori; quando sono accolti al governo, e succede raramente, sono mal sopportati ed emarginati, vedi l’Inghilterra, vedi la Germania. Dunque è assai probabile che per l'insigne economista Nicola Rossi non ci fosse altro partito disposto ad accoglierlo, ascoltarlo e garantirgli la dignità dovuta se non quello dei Democratici di Sinistra, e questo fa a onore a quel partito, ma è stupefacente che quel partito debba piangerne la dipartita, constatando l'assenza in cuor suo di economisti socialisti, o socialdemocratici, in grado di formulare una cultura politica e una pratica di governo. Significa forse che in Italia non esiste un pensiero economico di sinistra riformista? Significa che il maggiore partito della sinistra non ha una sua politica economica che renda giustizia del suo nome e della sua tradizione culturale? Significa che quel partito non dispone più di una tradizione culturale e di un pensiero politico ed economico autonomo e originale? Beh, se hai bisogno di un liberale per fare una politica socialista, direi proprio di sì. Ma se è così, se il partito storico della sinistra non ha da dire nulla di suo, e di sinistra, allora quel partito non ha ragione di esistere, se non per motivi di pochissima nobiltà riguardanti l'amministrazione del potere. Forse per questo che è avviato il processo di formazione del Partito democratico? Per trovare in uno spazio politico nuovo di zecca le idee che si sono perse per una lunga e tortuosa strada?C'è da chiedersi per quali alchimie succederà, visto che le nuove idee dovranno partorirle gli stessi uomini che hanno perso le vecchie. La sinistra ha rimescolato il mazzo mille volte, ma il gobbo, il re e la regina che escono fuori sono sempre gli stessi. Come per il resto dell'arco costituzionale, naturalmente, dove le carte sono state rimescolate come non avrebbe saputo fare neppure un croupier diMontecarlo, ma le carte sono le stesse, vecchie e usatissime. È probabile che la snervante ginnastica linguistica necessaria per poter dire qualcosa di nuovo a ogni giro, abbia avuto l'effetto di far smarrire il senso, la ragione, soggiacente alle parole. Questo è quello che ti sembra quando senti pronunciare parole che hanno una storia e una ragione ben più grande dei fini dicitori che ascolti. Parole come liberale, riformismo, socialismo, socialdemocrazia, massimalismo, democrazia. Ci sono luoghi nel mondo dove ancora si può vivere e morire per ciò che quelle parole ancora significano.
Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani (Castelnuovo Magra, La Spezia, 1951) con Feltrinelli ha pubblicato: Vi ho già tutti sognato una volta (1990), Felice alla guerra (1992), màuri màuri (1989, e poi 1996), Il coraggio del pettirosso (1995; premi Viareggio Rèpaci e Campiello 1995), La regina disadorna (1998; premi Alassio e Stresa per la Narrativa 1999), È stata una vertigine (2002; premio letterario Scrivere per amore 2003), Il viaggiatore notturno (2005; premi Ernest Hemingway, Parco della Maiella e Strega), Mi sono perso a Genova. Una guida (2007), il cd con libro Storia della meraviglia. 12 canzoni e 3 monologhi (con Gian Piero Alloisio; 2008), Meccanica celeste (2010), I figli della Repubblica. Un’invettiva (2014), Il Romanzo della Nazione (2015; Premio Elsa Morante 2015; Premio Anthia 2016), La zecca e la rosa (2016), L’amore (2018) e, nella collana digitale Zoom, Zafferano (2011).

 

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