Come tutti sappiamo, ma ci sforziamo di non ammettere, il nostro pianeta è condannato a morte (o pensavate che fosse eterno?). È possibile che gli attuali inquilini non assistano all’esecuzione e la demandino a qualche generazione (non troppo) futura. È probabile che il boia e l’impiccato siano la stessa persona e a far saltare il banco sia la specie involuta che ci sta giocando da qualche millennio. Come in una procedura americana l’ultimo atto ha una data variabile: ci sono sospensioni, rinvii a scadenza indeterminata, perfino possibilità di riesame dell’intera questione. Poi, a un certo punto, tutto precipita e quell’evento che sembrava scongiurato, perché tante volte annunciato come imminente e mai realizzato, semplicemente accade. Il governatore non ha fatto la grazia, fine delle trasmissioni. Buio in sala. A quanto pare, siamo in uno di quei momenti lì. Al potere abbiamo, un po’ dovunque, personaggi di scarsa lungimiranza e nessuna mitezza. Gente che ha confuso la missione della politica con il mestiere delle armi e rinnegato ogni legge tranne quella del più forte. Tra gli attuali leader di Stati Uniti e Russia, Iran e Corea del Nord non si sa davvero a chi affidare la valigetta con il bottone rosso. Il problema è che ce l’hanno tutti e quattro. E l’orologio corre. Il cronometro dell’apocalisse era fermo da cinque anni a sette minuti dalla mezzanotte. Oggi si rimette in moto. Due motivi dovrebbero farci guardare il polso con qualche tremore. l primo: questi orologiai non sono millenaristi da strapazzo, interpreti di profezie dai mille sensi o scrittori inveleniti nella loro mansardina di Parigi, ma scienziati piuttosto freddi e nient’affatto bisognosi di pubblicità, che ogni tanto fanno qualche calcolo, guardano il risultato e se si preoccupano che sia giusto non è da un punto di vista morale, ma puramente logico. Il secondo: l’orologio segnava ieri sette minuti a mezzanotte, proprio come sessant’anni fa, quando fu creato. Nel frattempo è andato avanti e indietro. È arrivato perfino a due minuti da fine corsa (nel 1953), ma poi è stato risospinto indietro. Nel 1991 era a 17 minuti dalla mezzanotte. Da quindici anni non si ferma e non retrocede più. Proprio questo deve allarmare. Eravamo stati capaci di progredire, dopo la caduta del Muro, e rieccoci qui, a flirtare con il disastro. Si avvertono da un lato velleità autodistruttive mascherate da alibi addirittura divini, dall’altro una stanchezza che induce a non protestare nemmeno più: non ci seppellirà una risata, ma un’alzata di spalle. Possiamo soltanto, utopisticamente, sperare nell’introduzione dell’ora legale.
Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli (Bologna, 1960) è giornalista e scrittore. Fra le sue opere: Navi in bottiglia (Mondadori, 1993), Louisiana blues (Feltrinelli, 2001), L’artista (Feltrinelli, 2004), Non ci sono santi (Mondadori, 2006), Un tuffo nella luce (Mondadori, 2010), Domanda di grazia (Mondadori, 2014) e Solo bagaglio a mano (Feltrinelli, 2015), Coraggio! (Feltrinelli, 2016) e Senza fine. La meraviglia dell'ultimo amore (2018).

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