Nell'ambito dell'assoluta arbitrarietà dei miei gusti e delle mie propensioni, sono a dichiarare solennemente che odio Luca Cambiaso e detesto il manierismo. La solennità ce la metto io e scaturisce dall'occasione. Ho appena visto la mostra del suddetto Cambiaso a palazzo Ducale, credo di aver partecipato di uno degli eventi artistici e culturali più interessanti degli ultimi anni, ho goduto di un allestimento esemplare per serietà e completezza, e ancora adesso, mentre scrivo, sono pervaso da una sgradevole, incombente sensazione di disagio fisico. Infatti, per essere precisi, non detesto il manierismo, lo schifo.
Essendo di modesta sensibilità artistica, privo il mio animo di raffinata elevazione, mi pongo al cospetto dell'opera d'arte arrendendomi a ciò che mi dice per prima cosa, incapace come sono di elaborare mediazioni culturali complicate. E al mio sguardo, la prima parola che mi urla il Cambiaso è CARNE, e la prima cosa di cui mi vuol parlare il manierismo è IMPUDICIZIA. E così, quella splendida mostra di palazzo Ducale altro non posso ricordarla che come l'esibizione di una montagna di impudica carne. Una aggressione al difficile equilibrio della secrezione dei miei succhi gastrici, un cazzotto al mio senso del pudore.
Ecco, lo sguardo morale si sovrappone allo sguardo estetico, di fronte a quel mucchio di carne divento un moralista. Perché non so dimenticare chi sono e cosa sono quelle immagini, da dove vengono e perché sono state fabbricate. In un tempo privo di un qualsivoglia senso comune del pudore, marcescente di una decadenza senza riscatto. Essendo papa un Medici che riempiva i giganteschi budini dei suoi banchetti di ragazzini nudi e vendeva indulgenze per comprarsi i quadri che lo eccitavano.
Il corpo femminile era merce come quello maschile, in carne ed in effigie, disponibili per chiunque avesse o potesse procurarsi del denaro. Andavano a ruba i putti lattonzoli, le Veneri puberi, i San Sebastiano efebi, le Giuditte norcinare, per appetiti distinti di distinte gerarchie di godimento. Per quegli appetiti erano disponibili anche cariche pubbliche e religiose, ciascuna con il suo prezzo, ognuna con il suo benefit di corruzione.
L'Europa era scossa nelle coscienze e negli stati dalla riforma di Lutero e l'Italia michelangiolesca e cambiasiana e caravaggesca se la spassava affogando nella carne di chi se la poteva pagare; quelli che sapevano poi svignarsela in fretta quando a rovinare la festa arrivavano i mercenari da mezzo mondo.
C'è una splendida Venere che bacia Cupido nella mostra del Ducale. Guardatela attentamente, osservate i particolari e chiedetevi se oggi trovereste troppo repressivo dare un paio di anni di galera a un tizio sorpreso a scaricarsi da internet la stessa immagine; dato l'evolversi dei tempi e delle tecniche non sarà più un dipinto ma una fotografia, ma abbiamo da tempo acquisito il valore artistico dell'immagine meccanica. Sbaglierò, ma ci sarebbe un sacco di gente per bene che troverebbe adeguata la galera per il possessore di quella immagine di evidente incitamento alla molestia sessuale di minore, con l'aggravante della tenerissima età. Ma perché mai accordare lo status di allegoria al dipinto del Cambiaso e relegare nella pornografia la sua fedele riedizione contemporanea? Per nessuna ragione. Se non perché i tempi sono cambiati e diverse sono le sensibilità.
In questa società che si descrive come di moralità corrotta, di licenza senza freni, di bestemmia e materialistica secolarizzazione, abbiamo assai maggiore propensione di allora a "darci una regolata", a censurare con il pudore le pulsioni più violentemente aggressive. Non siamo migliori, ma ci abbiamo lavorato sodo per cercare di riuscirci. E chi non ci è riuscito evita di appendere sulle pareti di casa o di chiesa sua le immagini del proprio fallimento.
Ma tutto questo vuol forse dire che Cambiaso offende il comune senso del pudore? Naturalmente no, agita invece solo il mio, personalissimo, intimo pudore. Allo stesso modo in cui lo agita Leone X Medici e l'epoca loro. Trenta anni fa ho visto sgozzare a Vienna un vitello e ho pensato, assieme a un nutrico pubblico e a un prestigioso apparato critico, di assistere a un grande evento artistico. Raffigurazione drammatica dell'epoca che stavamo vivendo, gesto estetico di rivolta e rifiuto.
Tra qualche secolo ci sarà qualcuno che rivedendone le immagini se ne schiferà; del vitello, dell'epoca e di me che ero lì. Ma spero ardentemente che quel video sia sempre disponibile, come sono felice di poter vedere Cambiaso, perché i gusti del mio stomaco non devono essere legge, ma solo riflessione del suo padrone.
Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani (Castelnuovo Magra, La Spezia, 1951) con Feltrinelli ha pubblicato: Vi ho già tutti sognato una volta (1990), Felice alla guerra (1992), màuri màuri (1989, e poi 1996), Il coraggio del pettirosso (1995; premi Viareggio Rèpaci e Campiello 1995), La regina disadorna (1998; premi Alassio e Stresa per la Narrativa 1999), È stata una vertigine (2002; premio letterario Scrivere per amore 2003), Il viaggiatore notturno (2005; premi Ernest Hemingway, Parco della Maiella e Strega), Mi sono perso a Genova. Una guida (2007), il cd con libro Storia della meraviglia. 12 canzoni e 3 monologhi (con Gian Piero Alloisio; 2008), Meccanica celeste (2010), I figli della Repubblica. Un’invettiva (2014), Il Romanzo della Nazione (2015; Premio Elsa Morante 2015; Premio Anthia 2016), La zecca e la rosa (2016), L’amore (2018) e, nella collana digitale Zoom, Zafferano (2011).

 

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