Cantava Rino Gaetano: ‟Mio fratello è figlio unico perché non ha mai criticato un film senza mai prima vederlo”. Figuriamoci se l’avrebbe boicottato. È quanto sta assurdamente accadendo a Death of a president, il finto documentario sull’America all’indomani del finto assassinio di George W. Bush. La reazione deriva da un triplice equivoco. Il primo lo ha generato, colpevolmente, un poster pubblicitario lugubre e stupido, simile a una lapide con data di nascita (autentica) e morte (fittizia) dell’attuale presidente degli Stati Uniti. Chiunque abbia un minimo di buon senso, anche e a maggior ragione se dissente da Bush, ha provato fastidio nel vederlo. Non è una "provocazione", termine troppo spesso usato per far da paravento a qualche trovata infantile nell’incapacità d’inventarne una matura. È soltanto una stupidaggine controproducente perché allontana dal film e, quel che è peggio, ne tradisce il senso. E qui arriva il secondo equivoco. Nonostante il titolo e una campagna di comunicazione deviata, la pellicola non racconta affatto la morte di un presidente. Quello è, semmai, l’antefatto, il pretesto. Non si vede Bush morire, non si vellica il basso istinto dei suoi accusatori più beceri, non si concede nulla, proprio nulla, alla soddisfazione grossolana. Il film risponde, a modo suo, a un quesito classico, uno dei fondamenti della fiction americana, oggetto di studio e casistica infinita nelle università. Il quesito è "What if?", che cosa succederebbe se? Lo si può declinare al passato (Fatherland di Robert Harris era un romanzo su che cosa sarebbe successo se avesse vinto Hitler) o al futuro. E dunque: che cosa succederebbe se qualcuno uccidesse George W. Bush? Il film dà la sua risposta. Si può trovarla verosimile o contestarla, è difficile negare che sia formulata in modo intelligente, dal punto di vista cinematografico e da quello politico. La risposta è che la nuova amministrazione, guidata da Dick Cheney, cercherebbe la soluzione che più le farebbe gioco, non quella più probabile. Che non vorrebbe la verità, ma una particolare risposta, da far poi passare come verità. Finto documentario? Provate a immaginare di trovarvi nel 1999. Nei cinema esce un’opera simile, intitolata "Attacco alla città". Vi si racconta, senza mostrarne le sequenze, di un attentato terroristico alle Torri Gemelle di New York. Poi si risponde alla domanda: che cosa succederebbe se questo accadesse? E s’immagina che l’amministrazione americana s’affanni, invece che a cercare i veri colpevoli, a trovare un qualunque modo di collegare l’attentato con il regime iracheno, che smetta di inseguire Osama bin Laden per dare la caccia a Saddam Hussein, fabbricando prove, depistando il corso dell’indagine e della storia. Death of a president è un film su questo: sul pericolo della manipolazione della realtà e sul pregiudizio (l’assassino deve essere musulmano, meglio ancora se siriano, c’è un conto da chiudere con Assad, per Hariri, per le alture del Golan, per il confine aperto verso l’Iraq). È un film sull’incapacità dell’opinione pubblica di ribellarsi: un sabato in piazza nelle capitali mitigate dal riscaldamento globale e poi tutti a casa o a sfogarsi sul blog, scambiandosi teorie del complotto quando basterebbero i fatti a gridare (politica) vendetta. Ecco il terzo equivoco: l’idea che esista un vasto spicchio di pubblico, quindi di mercato, politico e commerciale, assetato di vendetta, almeno a mezzo fiction. C’è, è vero, un manipolo senz’armi né argomenti capace solo di sognare la morte dell’avversario, evocando attentati o malattie terminali e sinistramente sorridendone. Ma quelli neppure vanno al cinema: stanno a casa a criticare la televisione mentre la guardano. È la nicchia di Shooting Silvio, dimentica del fatto che "Silvio has been shot, twice" e nemmeno da un cecchino provetto, da un professore con gli occhiali. Death of a president non è un film per quei pochi, ma per quei molti che si preoccupano della realtà in cui vivono: perché ci sono presidenti pericolosi (non soltanto in America, anche in Iran, Corea e Russia, per dire), perché ci sono individui pericolosi che potrebbero ucciderli, ma soprattutto perché, se accadesse (e questo non è un "what if", è un fatto) potremmo non sapere mai come è andata veramente.
Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli (Bologna, 1960) è giornalista e scrittore. Fra le sue opere: Navi in bottiglia (Mondadori, 1993), Louisiana blues (Feltrinelli, 2001), L’artista (Feltrinelli, 2004), Non ci sono santi (Mondadori, 2006), Un tuffo nella luce (Mondadori, 2010), Domanda di grazia (Mondadori, 2014) e Solo bagaglio a mano (Feltrinelli, 2015), Coraggio! (Feltrinelli, 2016) e Senza fine. La meraviglia dell'ultimo amore (2018).

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