Non ho ricevuto nessunissima educazione artistica; posso stabilirlo con certezza perché non ho mai sentito pronunciare la parola ‟arte” finché non sono andato in città alle scuole superiori, e a quel punto era troppo tardi per qualunque educazione. Sono altrettanto certo di aver ricevuto una solida educazione all’arte sin da quando sono nato, e sono arrivato a questa conclusione perché da sempre il mio sguardo si orienta ostinatamente alla ricerca di gesti di bellezza; in ogni momento del giorno, in ogni luogo e circostanza, sempre. Questa educazione non proviene da alcun metodo, ma dal semplice fatto che ogni persona intorno a me, ogni gesto di ognuno tra quelli che mi hanno cresciuto, ha teso nel suo farsi a creare bellezza, utile bellezza. E tutto quello che so dell’arte, tutto quello che mi interessa intorno all’arte, concerne gli atti del creare –del costruire, è meglio- utile bellezza.
Sono nato da dei contadini che altro non hanno fatto se non lavorare; lavorare, riposarsi un poco, e vivere con decenza e dignità. Sono sicuro che la loro vita gli sarebbe risultata intollerabile senza la decenza, senza la dignità, e queste sono condizioni del fare, qualità inerenti il gesto. Sono cresciuto circondato dalla bellezza perché tutto intorno a me era costruito di gesti di dignità e decenza. Tutto ciò che era compreso nell’orizzonte abitato, un universo intero ordinato in proporzioni e agito come un‘opera ininterrotta. Lavorare i campi nella mia lingua si dice: andare alle opere. Compiere un’opera non è arare un campo, ma ararlo bene, e il bene è la gratuità della dignità e della decenza, è arare ‟a regola d’arte”. Potare a regola d’arte una vigna è gesto di bellezza, è tutta la dignità e tutta la decenza di un contadino, la sua signorilità. Utile bellezza. Utile a vivere sapendo di non essere bestia asservita a un lavoro infame, e utile a fruttificare, naturalmente.
Per questa ragione, perché sono cresciuto condizionato a riconoscere il gesto signorile e la sua bellezza ovunque ci fosse traccia di opera, gratuità nell’utile, perché ho visto e ho imparato che quel gesto è l’unico modo per salvare la mia vita dall’indecenza delle miserie, sono propenso a credere che se mai qualcosa potrà salvare questo Paese dalla sua miseria, dal degrado delle sue servitù, questo accadrà per mano di uomini di signorile decenza e dignità, che per questo saranno riconosciuti, per questo chiamati al loro gesto di costruttori di utile bellezza. L’artista può essere molte cose, gode del privilegio di decidere di essere, se soffre di una servitù la soffre nel dolore del suo arbitrio, ma se e quando è chiamato ad esserci, a partecipare della costruzione di un orizzonte abitato, a chi se non a lui può essere chiesto il gesto che ristabilisce nel disordine del degrado decenza e dignità? Dove potremmo riconoscere ciò che di ognuno e di tutti noi resta di decente e dignitoso se non specchiandoci nel suo gesto? In quale altro modo potremmo mai ricostruire dai frantumi che abbiamo disseminato intorno, l’immagine di cosa siamo, e, riconoscendoci, pensare a cosa possiamo essere? E cosa possiamo costruire, e come possiamo farlo per rendere giustizia della nobiltà che ci spetta e ci pretende?
E allora penso al New Deal, ciò che è stato e cosa è stato possibile costruire in un Paese che sembrava perso, disintegrato dalla Grande Depressione, annichilito dal degrado psicologico, culturale, morale che la più grande crisi economica della modernità ha portato con sé in un Paese di vastità incolmabili. Roosevelt e i suoi consiglieri decisero di avere a che fare innanzitutto con un problema culturale, decisero che il Paese avrebbe dovuto per prima cosa specchiarsi in ciò che era, riconoscersi e scegliere cosa essere, per poter trovare in sé la forza necessaria a generare una nuova forma di sé. Era essenziale che la gente potesse tornare a lavorare, ma a lavorare per qualcosa che potesse appartenerle. Un Nuovo Accordo, appunto. Per questa ragione, perché gli investimenti economici avrebbero dato i loro frutti solo se erano stati compiuti buoni investimenti culturali, l’amministrazione Roosevelt chiese alle giovani generazioni di intellettuali del Paese di ‟lavorare per il Paese”, usare la propria creatività, il proprio punto di vista, i propri strumenti e modi, per ricomporre la sua immagine, la natura della sua identità, per offrire al Paese l’opportunità di riconoscere nel gesto creativo, nella gratuita utilità, la signorilità che sa emanciparsi dalla miseria, l’orgoglio della bellezza che impara a ripulirsi dal degrado. Centinaia di giovani artisti, musicisti, fotografi, romanzieri, registi, attori, lavorarono per anni sparsi, immersi nel loro Paese all’unica condizione di non mentire a se stessi e alla loro gente. Ciò che è stato fatto da quei giovani uomini, da quelle giovani donne e da un popolo intero che si è servito del loro lavoro per riguadagnarsi dignità e decenza è ancora oggi ricordato come un momento unico della storia, il più fecondo, il più promettente, il più libero, il più produttivo.
Questo mio Paese sta subendo una crisi che non ha la spettacolarità della Grande Depressione, ma ne soffre paragonabili effetti di arretratezza e degrado psicologico, morale e culturale. Non lo salveranno le leggi di bilancio, non lo salverà nulla se non le proprie intenzioni alla dignità e alla decenza. Un atto della volontà, un atto della costruzione, un atto della creatività: ricomporre i frammenti, ripopolare l’orizzonte. Esattamente quello che Roosevelt chiamò Il Nuovo Accordo. Se mai li convocasse ad assumersene la responsabilità, coloro che sanno lavorare ‟a regola d’arte” saranno specchio e strumento della signorilità che redime. L’arte non salva, ma l’arte fabbrica coscienza e futuro. Almeno quella che conosco io.
E penso tutto questo perché sto guardando e sto ascoltando ciò che hanno fatto, ciò che vogliono fare e quello che potrebbero questi giovani uomini e queste giovani donne a cui è stata data un’opportunità di dare forma al loro gesto nel paesaggio della loro comunità; anche questa semplice, unica opportunità, anche con questo buffo nome di Gemine Muse, è adatta a rendere materia possibile il bisogno stringente di un Nuovo Accordo.
Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani (Castelnuovo Magra, La Spezia, 1951) con Feltrinelli ha pubblicato: Vi ho già tutti sognato una volta (1990), Felice alla guerra (1992), màuri màuri (1989, e poi 1996), Il coraggio del pettirosso (1995; premi Viareggio Rèpaci e Campiello 1995), La regina disadorna (1998; premi Alassio e Stresa per la Narrativa 1999), È stata una vertigine (2002; premio letterario Scrivere per amore 2003), Il viaggiatore notturno (2005; premi Ernest Hemingway, Parco della Maiella e Strega), Mi sono perso a Genova. Una guida (2007), il cd con libro Storia della meraviglia. 12 canzoni e 3 monologhi (con Gian Piero Alloisio; 2008), Meccanica celeste (2010), I figli della Repubblica. Un’invettiva (2014), Il Romanzo della Nazione (2015; Premio Elsa Morante 2015; Premio Anthia 2016), La zecca e la rosa (2016), L’amore (2018) e, nella collana digitale Zoom, Zafferano (2011).

 

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