In Italia i comici danno vita a fenomeni di rara serietà. Il fenomeno Grillo è serissimo, a cominciare dalle cifre. Uno capace di portare un milione di persone a teatro in una stagione non si trova in Europa neppure fra le pop star. Soltanto a Roma il nuovo spettacolo Reset ha venduto settantamila biglietti in sei giorni. Il libro ("Tutto il Grillo che conta", Feltrinelli) è un best seller e il blog, fra i più visitati del mondo, è diventato in un anno un colosso della rete. Nel paese più teledipendente del mondo, Grillo è riuscito a rovesciare lo svantaggio di una lunga censura in un formidabile volano di popolarità.
Non va in televisione da vent´anni, con l´eccezione dello show registrato nel 1993, in piena Mani Pulite e "Rai dei professori", che segnò un primato d´ascolti: sedici milioni di spettatori, più del festival di Sanremo. I dirigenti giurarono che gli avrebbero consegnato la prima serata di Raiuno. Naturalmente non se n´è fatto nulla. La gente lo sa e cerca altrove, insegue il suo profeta armato di risata ovunque si manifesti, come una madonna pellegrina della satira. Quest´anno è arrivata la gloria internazionale, con il premio di Time "eroe europeo dell´anno", per aver raccontato in solitudine e con largo anticipo il crack Parmalat.
In queste condizioni è un miracolo far ancora ridere, ma Beppe vi riesce benissimo. L´ultimo spettacolo è come gli altri, nel senso che non delude mai. Talento riservato a pochi nel teatro, da Dario Fo in poi, forse soltanto il Giorgio Gaber degli anno d´oro e Roberto Benigni. Non c´entra soltanto la capacità di rinnovare sempre il repertorio, grazie anche alla rete di collaboratori d´alto livello e alla mole d´informazioni raccolte in vent´anni di dialogo col pubblico. Un altro, con quel materiale, riuscirebbe al massimo a occupare un palco sull´Hyde Park Corner o a radunare piccole compagnie di fedeli. Il fatto è che Grillo è un grandissimo attore, con tempi irresistibili, potente, fisicamente travolgente, dotato di un genio comunicativo in una terra di oligarchi dove nessuno sa, vuole o deve comunicare. Il pubblico lo ama perché parla al pubblico, invece che allo specchio, come quasi tutti, politici, giornalisti, presentatori, attori.
La fama di anacoreta della società dello spettacolo, paladino di verità nascoste, finisce quasi per oscurare l´artista. Il talento gli permette di correggersi in corsa con una smorfia, una battuta, un mezzo tono, quando l´urgenza del comizio rischia di farlo precipitare nel populismo, del genere ‟noi e loro”, oppure ‟destra e sinistra sono la stessa cosa”. Salvo annunciare che ‟se però torna lo psiconano, io mi suicido in diretta”.
Da buon editore, nel suo caso di sé stesso, Grillo sa che per aver successo nell´informazione è fondamentale criticare il potere, chiunque lo eserciti. A questo turno non risparmia mazzate su Prodi e i dodici punti del ‟bigino” governativo, residuo del celebre programma di 280 pagine. Per non parlare del povero Sircana e di quasi tutti i ministri, da D´Alema al mitico Fioroni, fino al Bertinotti di lotta e di governo, contestato alla Sapienza con eccessivo scandalo (‟In fondo, gli hanno appena stropicciato il cashmere”) e al presidente Napolitano.
Non si raccontano le trame dei gialli e le battute di uno spettacolo comico. Nel caso di Grillo, poi, non sono fondamentali. Conta il flusso, il dialogo ininterrotto con il pubblico. Qualche battuta è crudele, nella natura antica della satira. È banale dire che non ci è piaciuta quella sui festeggiamenti di ‟Repubblica” per la liberazione di Daniele Mastrogiacomo. Che cosa avremmo dovuto fare, piangere il ritorno in famiglia di un uomo, un amico? Grillo però ricorda, e sono pochi, che un altro uomo è stato ucciso, l´autista Sayed, un secondo rischia la vita, l´interprete Adjmal, e un terzo, Rahmatullah Hanefi, coraggioso protagonista della trattativa, è assurdamente rinchiuso dal governo afghano nella prigione di Kabul, non rinomata per il rispetto dei diritti civili.
In generale, la polemica interna alla sinistra è ormai diventata un genere retorico fra i meno affascinanti, una gara a chi ha l´ego più arroventato fra gli attori del riformismo e gli attori dell´intransigenza, unificati dal quoziente d´intelligenza politica e non. Il meglio di Grillo è il racconto giullaresco di un ‟paese dove succedono cose che non accadono da nessun´altra parte nel mondo”, lo spaesamento di un semplice viaggio in treno Napoli-Reggio Calabria, più pericoloso di una diligenza nel Far West, l´affresco di un´Italia della politica e dell´informazione decrepita, corrotta e ignorante.
Il suo blog è un bel viaggio nel Luna Park degli orrori. Si segnala la mappa del potere, con tutti gli intrecci fra le 250 società quotate in Borsa e gli stessi nomi che si scambiano poltrone nei consigli d´amministrazione. Un piccolo capolavoro, appena citato nello spettacolo, è il faraonico sito voluto dal ministro della cultura Rutelli per illustrare le bellezze d´Italia al mondo, www.Italia.it, ‟costato 45 milioni di euro, quando ne vale si è no mezzo”. Nella prima versione si contemplavano sfondoni abissali: Napoleone nato in Toscana e Leopardi a Porto Recanati, l´Abruzzo senza mare e il Trentino senza Dolomiti, San Remo al posto di Sanremo e per giunta in pianura, Portofino a Ponente, la visita consigliata alle mura di Genova (sparite da un secolo), i natali pesaresi di "Gioacchino Fellini", poi corretto in Federico Fellini e non in Rossini.
Si può coltivare qualche dubbio sul paradossale ‟elogio del pizzo” che ‟almeno garantisce qualche servizio”, ma vale sempre la pena di discuterne. Il Grillo parlante non dice sempre la verità, a parte una sicura: ‟Tutto quello che vedete in televisione è falso”.
Curzio Maltese

Curzio Maltese

Curzio Maltese, 46 anni, nato a Milano, cresciuto a Sesto San Giovanni, l'ex Stalingrado d'Italia. Da ragazzo, dopo un periodo tra fabbrica e radio 'libere', scopre una decisa preferenza per il giornalismo. Cronista a ‟La Notte”, poi alla ‟Gazzetta dello Sport”, dal 1986 inviato a ‟La Stampa” e dal 1995 editorialista a ‟la Repubblica”. Ha scritto di cronaca giudiziaria, sport, pubblicità, spettacolo, politica. Poi ha capito che erano diventati una cosa sola.

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