Alla fine i dirigenti del centrosinistra hanno deciso di accantonare il latinorum da azzeccagarbugli politologi e di mettere la nave del Partito Democratico per mare aperto. Il 14 ottobre prossimo, per la prima volta, il segretario di un grande partito sarà eletto dai cittadini. È la miglior risposta possibile alla crisi di consenso del governo e al rimontare di un vecchio qualunquismo nel Paese. E forse è ancora di più. È la presa d´atto che la stagione politica vissuta sul duello Berlusconi-Prodi, la cosiddetta seconda repubblica, è ormai al capolinea.
La nascita del Partito Democratico nel calore delle urne e non nell´algido quadro dei vertici di apparato sarà una scossa salutare per l´intera democrazia italiana, non soltanto per una parte. Le finte primarie balneari appena organizzate da Berlusconi sono un segnale del disagio col quale il centrodestra cerca di mascherare le rughe. Il nuovo Partito Democratico, se sarà un vero partito con un vero leader, rischia di far sembrare vecchio tutto il resto. A cominciare dalla struttura padronale della Casa delle Libertà.
Naturalmente, non è detto che vada tutto per il meglio, anzi. Le probabilità che i leader si rimangino nei fatti quanto hanno stabilito sulla carta sono come sempre alte.
Le primarie di ottobre saranno una faccenda seria se vi parteciperanno almeno quattro o cinque candidati importanti, sulla base di programmi chiari, magari evitando le solite due o trecento pagine. Milioni di cittadini correrebbero allora a votare un segretario del Pd destinato a diventare il naturale candidato premier del centrosinistra.
Le primarie saranno molto meno serie se i candidati saranno soltanto due, uno dei Ds e l´altro della Margherita, tanto per contarsi. In questo caso, tanto varrebbe lasciar perdere. Prodi aveva già detto al congresso dei Ds a Firenze di considerare chiusa con questa legislatura la sua stagione di leader dell´Unione. Non si candiderà, accontentandosi del ruolo di padre nobile, fondatore e presidente del Pd.
Non si candiderà neppure Massimo D´Alema. Tutti gli occhi sono puntati dunque su Walter Veltroni, il grande favorito nei sondaggi. Il sindaco di Roma può scegliere se correre subito il 14 ottobre e conquistare sul campo, col suffragio popolare, il ruolo di nuovo leader che tutti gli predicono, compresi i nemici. Oppure se aspettare al Campidoglio l´investitura a candidato premier da parte dei futuri vertici, la Costituente o come si chiamerà, alla vigilia delle elezioni. Senza dubbio la seconda soluzione è la meno pericolosa per Veltroni. In compenso lo è molto per il Pd, che nel momento in cui nasce ha bisogno di una competizione vera tra tutti i leader senza riserve dorate che attendono in panchina. Il confronto, la battaglia delle idee e dei programmi in campo aperto è la novità del Partito democratico, ma è soprattutto il terreno di fondazione democratica di una leadership con l´ambizione di parlare a tutto il Paese.
In più Veltroni pare oggi l´unico nome in grado di puntare a un mezzo plebiscito e soprattutto di sparigliare il gioco delle appartenenze, di raccogliere insomma tanti voti fra i Ds quanti nella Margherita. Dario Franceschini, per fare un nome, ha appena dichiarato che lo voterebbe anche contro un candidato del suo partito. Il comitato dei saggi, la Costituente o quel che sarà, dovrebbero certo permettere a Veltroni di onorare l´impegno preso con gli elettori romani e continuare a fare il sindaco della capitale.
La questione Veltroni è la principale, ma non l´unica. Bisogna vedere se e come si candideranno gli altri leader, da Fassino a Rutelli, da Bersani a Finocchiaro, da Bindi a Cacciari, Letta. Ma una volta deciso il gran gesto di affidare il proprio destino nelle mani dei cittadini, sarebbe bene andare fino in fondo, con coerenza, lealtà e l´altra merce rara nel centrosinistra, il coraggio. Si poteva scegliere di sicuro un sistema di voto meno complicato e americaneggiante, riflettere meglio sui meccanismi costituenti e sulla pessima idea delle liste bloccate. Da qui a settembre, quando verranno presentate le candidature, i saggi potranno migliorare i regolamenti. Ma almeno stavolta bisogna dare atto alla nomenclatura del centrosinistra d´aver capito che non era tempo di minuetti istituzionali, che bisognava tornare in fretta alla realtà.
Curzio Maltese

Curzio Maltese

Curzio Maltese, 46 anni, nato a Milano, cresciuto a Sesto San Giovanni, l'ex Stalingrado d'Italia. Da ragazzo, dopo un periodo tra fabbrica e radio 'libere', scopre una decisa preferenza per il giornalismo. Cronista a ‟La Notte”, poi alla ‟Gazzetta dello Sport”, dal 1986 inviato a ‟La Stampa” e dal 1995 editorialista a ‟la Repubblica”. Ha scritto di cronaca giudiziaria, sport, pubblicità, spettacolo, politica. Poi ha capito che erano diventati una cosa sola.

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